Sentenza

Serie: I marchi sulla pelle

-Come è potuto accadere! Come! – sbraitò ancora il Generale Denver.

La ragazza rimase in silenzio, immobile nella sua postura militare. L’uomo era stato convocato d’urgenza proprio durante la festa; l’Ike da lui addestrato aveva infranto la regola numero cinque e la legge era chiara al riguardo. Il Generale non riusciva a comprendere quando fosse accaduto il misfatto, la sua discepola aveva vinto l’incontro contro l’Ike di Gray e poco dopo era arrivata la segnalazione. Aveva chiesto subito conferma alla ragazza, che non aveva esitato nel confessare.

-Non so se essere più deluso dal tuo comportamento o dal fatto che tu non ti sia accorta di essere spiata! Per tutti gli Dei, Resia, credevo di averti addestrata in modo eccellente. Dovevi essere la migliore. La migliore!

Carter Denver era paonazzo per la rabbia, incapace di restare fermo camminava avanti e indietro per la stanza di casa Bloom. Sapeva perfettamente cosa sarebbe successo, cosa avrebbe comportato l’infrazione commessa dalla ragazza. Ed era quello che più lo faceva infervorare.

-Lo sapevo, signore.

L’uomo la guardò confuso e solo in quel momento si fermò ad analizzarla.

-Cosa?

-Sapevo che ci stessero spiando. Me ne sono accertata prima di proferir parola.

Il Generale si guardò attorno confuso, come se la risposta a tutte le sue domande potesse trovarsi da qualche parte su quelle pareti.

-Allora perché parlare?

I suoi toni si erano calmati, lasciando spazio alla voglia di comprendere. Era sempre stato certo che la ragazza fosse troppo brillante per infrangere una regola con tale semplicità, lo aveva pensato non appena lo avevano convocato.

-Mi ha detto di fare in modo che Lady Bloom cresca, signore.

La guardò come se la vedesse per la prima volta e non come quella ragazza che aveva cresciuto da quando aveva poco più di qualche settimana di vita. La sua mente lavorava come una matta per riuscire a venire a capo di quel problema, poi, come un fendente arrivato da un punto cieco, comprese.

-Lo hai fatto di proposito- sussurrò.

Si lasciò cadere sulla sedia alle sue spalle, una mano sul volto. Guardò la propria adepta ferma in quella posa che lui stesso le aveva insegnato, nelle vene un misto di orgoglio e rabbia continuava a tormentarlo.

-Sarai punito lo stesso, lo sai questo.

-Si, signore.

-Sei frustate, Resia.

-Lo so, signore.

Carter Denver si ritrovò impotente per la prima volta. Sarebbe toccato a lui punire la propria adepta, sarebbe toccato a lui sollevare la frusta e scagliare i sei colpi sul corpo della ragazza. Coprì il viso con le mani, non avrebbe mostrato quanto quella situazione lo addolorasse. Aveva punito altri Ike, tanti altri, ma c’erano dei casi in cui era fin troppo difficile farlo. Casi come quello di Resia Cunis, una ragazzina di cui aveva visto muovere i primi passi, pronunciare le prime parole, erano terribili. Qualcuno per cui aveva scelto un nome e un cognome, come fosse sangue del suo sangue. La fissò ancora e avanti a sé vide una ragazza che gli aveva sempre dato solo soddisfazioni. Da quando era entrata all’Accademia, non lo aveva mai deluso, nemmeno una volta. Aveva imparato a usare ogni singola arma lui avesse desiderato, aveva accettato tutti i suoi consigli e affrontato gli anni di addestramento senza mai lamentarsi nonostante fossero spesso crudi. E ora, sarebbe stato costretto a vedere le sue carni lacerarsi e per mano propria.

Teneva a quei ragazzi come ai propri figli e punirli lo straziava. A un tratto, un problema maggiore si affacciò nella propria mente, costringendolo a guardare ancora la ragazza.

-Riceverei il primo marchio.

Era quella la loro legge, un Ike poteva infrangere una delle dieci regole solo due volte. Alla terza, ci sarebbe stata la pena capitale.

-Sono pronta, signore.

L’uomo strinse la mascella, ma annuì. Non poteva fare altro per lei, non poteva salvarla da quello.

Aveva le mani legate.

Si alzò e richiamò nella stanza la famiglia Bloom e colui che aveva denunciato il fatto, nient’altro che un contadinotto. Lesse i volti di tutti tre; disperazione, rabbia, soddisfazione.

-Generale la prego, la supplico, non fatele del male. Non è colpa sua!

Mya si gettò contro l’uomo in lacrime, le guance e gli occhi rossi facevano intendere che fosse in quello stato da diverso tempo. Lord Bloom, alle sue spalle, non aveva la forza di guardarla in collera com’era con lei.

-Mi dispiace, Lady Bloom, non posso fare altrimenti.

-Generale per favore mi ascolti, è colpa mia! Sono stata io a insistere, mi creda. Lei non …

-Adesso basta, Mya! – sbraitò Alater, i pugni chiusi lungo i fianchi- Sappiamo tutti che è colpa tua, sappiamo tutti che questa povera ragazza verrà punita per la tua stupidità. Patirà il dolore delle carni che si squarciano e del fuoco sulla pelle solo per un tuo capriccio!

La ragazza singhiozzava, le parole del padre erano state dure e quanto mai veritiere. Nella sua mente, si formavano poco a poco le scene appena descritte con una tale forza da farla cadere in ginocchio.

-Padre, ti prego- supplicò ancora prendendo le mani del genitore tra le sue.

Ma l’uomo non la degnò di uno sguardo, prediligendo l’amico e l’altra ragazza. In lui, come in Carter Denver, vivevano emozioni contrastanti. Avrebbe voluto dare la colpa all’Ike, avrebbe voluto prendersela unicamente con lei, ma sapeva fin troppo bene che l’unica da imputare fosse la propria figlia. Sapeva fin troppo bene attraverso quanto dolore sarebbero dovute passare entrambe, l’Ike fisico e Mya psicologico.

-Quando? – domandò ancora.

Non ci fu bisogno di aggiungere altro, il Generale sapeva si riferisse all’esecuzione.

-Al tramonto.

Annuì una sola volta, poi si voltò per andar via senza dire altre parole superflue. Prese per un braccio la figlia, trascinandola fuori di lì. Mya continuò a pregare entrambi di non far del male all’Ike, continuò finché le sue urla non riuscirono più a raggiungere quella stanza. Anche il contadino, incapace di dire una sola parola, venne scortato fuori.

-Signore?

Carter Denver alzò lo sguardo sulla ragazza.

-Lady Bloom non deve sentirsi così in colpa. Non ha commesso lei l’infrazione.

L’uomo rise appena, una risata triste e di chi sa di aver fatto un buon lavoro, tutto sommato.

-Invece è proprio questo che deve fare- rispose mettendole le mani sulle spalle.

Di fronte a lui, Resia sembrava ancora più piccola di quanto già non fosse. Le dita enormi dell’uomo coprivano interamente la figura dell’altra. Avrebbe voluto abbracciarla, ma non sarebbe stato conveniente. Le diede le spalle, prese il proprio mantello e le fece strada fuori dalla residenza dei Bloom. Avrebbero atteso all’Accademia il momento in cui, nell’arena, avrebbe dovuto subire la propria punizione.

Cavalcarono fino alla struttura, in silenzio e senza aggiungere parole che sarebbero risultate inutili. Avrebbero avuto appena il tempo di preparare l’esecuzione e di dare ai messaggeri la possibilità di spargere la notizia, quelle erano le leggi. Tutti avrebbero potuto assistere alla sofferenza di una ragazzina troppo ligia ai propri doveri. Tutti avrebbero potuto ammirare il sangue coprirle la pelle chiara solo perché aveva desiderato rendere fiero di sé il proprio Generale. Solo perché aveva desiderato essere il miglior Ike per la propria Lakas.

Ma Resia, non sembrava preoccuparsene.

L’avevano abituata al dolore, negli anni d’addestramento, aveva imparato a soffrire in silenzio e a non mostrare la sofferenza per quanto straziante fosse. Conosceva la lama, la frusta, il fuoco, le percosse. Quelle sei frustate, non le avrebbero fatto poi così male.

Dopotutto, non era altro che un’arma.

Lothar Gray sorseggiava del vino seduto sulla sua poltrona in velluto quando un uomo sporco e maleodorante chiese di poter parlare con lui. Le guardie lo scortarono al suo cospetto, pronte a esaudire i suoi ordini. Non appena lo vide, si alzò con fare plateale, allargando le braccia e sorridendo.

-Eccolo il mio nuovo amico! Complimenti, ottimo lavoro!

Si avvicinò all’uomo ronzandogli intorno come un avvoltoio sulla carcassa di suo interesse.

-È andato tutto come avevo previsto?

-S-s-si signore. È organizzato per stasera, signore.

-Meraviglioso!

Si fermò a guardarlo per qualche secondo, un sorriso affilato sul volto. Chiamò il proprio Ike, lasciando che lo affiancasse e il contadino di fronte a lui tremò.

-Date a quest’uomo l’oro che si merita e scortatelo fuori dal mio palazzo.

Una guardia depositò tra le sue mani sporche un sacco tintinnante di monete d’oro.

-G-g-grazie, signore.

Con un gesto della mano, Lothar Gray fece segno di lasciare il salone e solo quando tutti e tre furono abbastanza lontani che parlò al proprio Ike.

-Uccidili tutti.

L’energumeno non se lo fece ripetere, seguendoli e attendendo il momento giusto per eseguire gli ordini. Il ragazzo tornò a sedersi sulla propria costosa sedia, riprendendo a sorseggiare il suo vino con un’espressione soddisfatta.

Non avrebbe mai creduto sarebbe stato così facile, non avrebbe mai creduto che quella stupida Ike avesse infranto così velocemente una delle regole e senza che lui dovesse muovere un dito.

Mya Bloom ci avrebbe pensato due volte, da quel giorno in poi, prima di sfidarlo e metterlo in ridicolo.

5) Un Ike fa voto di silenzio 

Serie: I marchi sulla pelle
  • Episodio 1: Il giorno del Legame
  • Episodio 2: Obbedire
  • Episodio 3: Esistono delle regole
  • Episodio 4: Nel buio 
  • Episodio 5: Sentenza
  • Episodio 6: Forza
  • Episodio 7: Prometto
  • Episodio 8: Iridi color bronzo
  • Episodio 9: Lacrime nell’anima
  • Episodio 10: Una Lady, un Lord, un Ike
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy

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    Discussioni

    1. Ciao Simona. Leggo solo ora, ma presto recupero tutto 😀
      La figura di Resia inizia ad incuriosirmi parecchio, pare più scaltra di quanto abbia dato a intendere (pur tostissima, sia chiaro). Le due ragazze, alla fine, avranno un punto d’incontro autentico? L’Ike sembra ligia al suo dovere, la sua scelta pare frutto di calcolo e non slancio: questo almeno, è quello che hai dato ad intendere. Onestamente, questo è l’episodio in cui mi è apparsa meno “umana” fra quelli che ho avuto modo di leggere (mi manca l’ultimo).

      1. Ciao Micol,
        fino ad ora abbiamo conosciuto la punta dell’iceberg di ciò che è Resia. La questione “meno umana” ti dirò che mi piace proprio tanto!
        Grazie sempre,
        S.

    2. Ciao Simona, Gray è uno di quei cattivi che si possono definire subdoli, viscidi! La vicenda del silenzio infranto secondo me è solo il primo passo verso “l’emancipazione” degli Ike, se così posso dire, perché le lotte iniziano proprio dalle sofferenze. In ogni episodio mi rendo conto di quanto significativo sia questo rapporto tra Mya e Resia, e quanto la rigidità di queste regole prima o poi possano portare ad una svolta. Inoltre, per me, leggere questo fantasy molto empatico è un grande piacere, proprio perché mi ha appassionato! In attesa del prossimo episodio, un saluti

      1. Ciao Antonino,
        Grazie per essere ancora qui. La descrizione che hai fatto di Gray é esattamente ciò che speravo di trasmettere. Ti ringrazio per i tuoi complimenti e spero vivamente continui a piacerti.
        A presto,
        S.