Senza nome

Oggi

Il risveglio arriva lento. L’uomo emerge dal suo sonno tormentato, si muove appena e subito il dolore gli ricorda di essere ancora vivo. I piedi doloranti e così gonfi che le scarpe sono completamente slacciate. La bocca è impastata e amara. La sete è più feroce della fame. Una sete non di acqua, una sete che lo tormenta, che lo tiene in piedi e allo stesso tempo lo spegne. Si alza lentamente, come un vecchio, ma lui non conosce più la sua età. Si sente più un animale randagio che un uomo e come un randagio, comincia a camminare. Percorre un tragitto segnato nella sua mente, trascina i piedi in cerca di qualcosa. Un fondo di bottiglia, una lattina dimenticata in un angolo. È concentrato solo su quello, finché li vede.

Un uomo e un bambino.

Il padre tiene lo zaino del piccolo sulle spalle mentre attraversano la strada di corsa, mano nella mano. Sono in ritardo, si capisce dai passi veloci. Ma c’è una leggerezza in quel movimento, una complicità; c’è amore. Il bambino ride. Lui si ferma e li osserva passare mimetizzato tra i cassonetti della spazzatura. Una mano invisibile gli stringe il cuore, cuore arido ma ancora sensibile al dolore. Il ricordo non arriva davvero, solo una sensazione di vuoto, come la consapevolezza di una perdita. Il rimorso per ciò che ha distrutto, per ciò che non tornerà. La spirale comincia così, lenta. Una caduta morbida verso il fondo. Vorrebbe non essersi svegliato, lo pensa ogni mattina. Se avesse il coraggio, basterebbe un attimo. Un gesto definitivo, ma non ce l’ha il coraggio. Dopo qualche secondo, i due scompaiono dietro l’angolo. Il vagabondo si passa una mano tremante sulla barba incolta e riprende a camminare. La sete chiama e lui risponde.

Ieri

Stanno tornando da una breve gita che sua moglie ha fortemente voluto. Lei spera di strapparlo dal suo lavoro almeno per qualche ora. Invece lui non riesce a staccare gli occhi dal suo smartphone per più di un quarto d’ora. La strada dritta. Il telefono che vibra. Un messaggio di lavoro, urgente. Prende il telefono, legge il messaggio. Un secondo, due, forse tre. L’urlo della donna, poi lo schianto. Un rumore secco, violento. Il mondo che si capovolge, i vetri che esplodono. Confusione, sangue, una sirena lontana. Il buio. Lui e sua moglie se la cavano. Qualche settimana di prognosi, dolori, ferite che sarebbero guarite. Ma il bambino no. Il bambino non ce la fa.

Quando lui apre gli occhi in ospedale, impiega qualche secondo per capire dove si trova. Ricostruisce il ricordo dell’incidente. Al fianco del letto i suoi genitori.

«Dove sono Anna e Mirco? Come stanno?»

Sua madre, con gli occhi rossi, si copre il viso con le mani e soffoca una specie di lamento. Suo padre lo accarezza in volto e prova a dirgli qualcosa. Ma non escono parole dalla sua bocca. Le parole non servono, lui capisce che qualcosa di terribile è successo. Qualcosa di irreversibile.

Da quel giorno, il rimorso lo accompagna quotidianamente. Gli si aggrappa addosso, gli entra nella gola, nel respiro, nel sonno. Ogni volta che chiude gli occhi, vede il sorriso di suo figlio che gli sfugge tra le mani come sabbia. Gli manca disperatamente poterlo toccare. Accarezzare i suoi capelli. Gli manca il suo odore. Lui e sua moglie hanno respirato ogni molecola di quell’odore dai vestiti smessi, dal pigiamino e dal suo cuscino. L’odore di suo figlio è svanito per sempre e lui è rimasto in astinenza. Sua moglie combatte il dolore della perdita, lui combatte anche il rimorso e la colpa. Lei prova a stargli vicino e a consolarlo. Lo sorregge, lo ascolta, cerca di riportarlo indietro da quel luogo buio in cui si è perso. Ma lui non è più in grado di restare, né con lei né con sé stesso. Non riesce a guardarla senza vedere il dolore che lui stesso le ha cucito addosso. Non riesce a vivere in quella casa spenta e vuota.

Un giorno, semplicemente, esce di casa per andare lontano ma senza una vera meta, con l’intenzione di non tornare.

Oggi

Cammina trascinando una gamba che gli trasmette dolore. Dalla vetrina di un negozio ancora chiuso, un barbone lo osserva. Occhi arrossati e languidi in un volto scavato. Ci mette qualche secondo a capire che quel vecchio sudicio è lui. Non si riconosce, non ricorda da quanto tempo è così, né da quanti anni vaga.

“Quanti anni ho? Come mi chiamo?”

Nella sua testa galleggia solo una nebbia fitta, e in mezzo alla nebbia il dolore. Si allontana dalla vetrina, scivola nei vicoli laterali, dove il sole non entra e dove nessuno lo nota. I passanti lo schivano, storcono il naso, spostano lo sguardo. Qualcuno cambia marciapiede. Lui non se ne cura più, è abituato a essere lo scarto tra un passo e l’altro. Trova il suo giaciglio dietro un cassonetto dell’immondizia, un angolo che sa di muffa e urina. Si siede lentamente, con il fiato corto. Tira fuori un cartone di vino, lo apre con le dita tremanti e luride. Beve. Ogni sorso è un colpo di martello su quella catena che lo tiene ancora prigioniero della vita. Si appoggia al muro e gli occhi si chiudono, il mondo si allontana e come ogni volta, spera che questa sia la volta buona. Dormire per sempre.

Lentamente scivola in un mondo diverso, senza tormento e senza dolore. Una sensazione che non provava più da molto tempo si diffonde in lui come una colata di olio tiepido e balsamico. 

Serenità. 

Apre gli occhi e in fondo al vicolo intravede la sagoma di un bambino che lo saluta sventolando il suo braccino. L’uomo senza nome non può far altro che alzarsi e andare incontro al piccolo. Non c’è più dolore nei suoi passi e ora che è più vicino riesce a vedere il sorriso del bambino. Sorride anche lui. Credeva di non esserne più capace. Una lacrima gli segna il viso perfettamente rasato. Forse è un sogno, ma da questo sogno non vuole più svegliarsi.

Mano nella mano, si lasciano alle spalle la sofferenza per andare incontro ad un mondo nuovo.

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Discussioni

  1. Un racconto intenso e doloroso. Mali che affliggono l’ uomo e che passano, attraverso la lettura, e danno brividi. Il finale rasserena, che sia un sogno o anche la fine, per sempre, di tutte le sofferenze.

  2. “Dalla vetrina di un negozio ancora chiuso, un barbone lo osserva. Occhi arrossati e languidi in un volto scavato. Ci mette qualche secondo a capire che quel vecchio sudicio è lui.”
    😥

    1. È triste.
      Con l’età ho imparato a non giudicare. Non si può sapere la storia che c’è dietro. Purtroppo ne vedo sempre di più per le strade. Derelitti, ancora disperatamente aggrappati alla vita ma la vita. Poi, di tanto in tanto, qualcuno sparisce. 🙁

  3. Forse è l’ultimo giorno di quest’uomo, o forse è un giorno come tanti. Non so se interpretare il finale come un definitivo abbandonare la vita o come una visione che poi svanirà. Forse volevi lasciare aperte entrambe le possibilità. Almeno, mi piace pensare così.
    Ci sono sensi di colpa che sono peggio di una malattia di quelle brutte, che non lasciano scampo. Hai raccontato efficacemente questa particolare condizione di spirito (è il caso di usare questa parola) e mi hai fatto tornare in mente i versi di una vecchia canzone: “Non c’è nulla che non passi/ e che non torni/ con il vino”. Bravo, davvero.

  4. Ciao Pasquale, il tuo racconto è duro, come una botta nello stomaco.
    La struttura “Oggi/Ieri” funziona, a mio avviso, molto bene. Prima vediamo la caduta, poi ne scopriamo la causa, e il senso di colpa diventa quasi fisico. La dipendenza dall’alcol, forse, non è il vero tema; forse lo è la forma che prende un rimorso insopportabile.
    Mi ha colpito soprattutto l’idea che un attimo di distrazione possa distruggere tutto. Non c’è cattiveria, solo umana fragilità.
    Il finale, sospeso tra morte e redenzione, è dolce e struggente insieme. Sembra più una nota di consolazione che di speranza, ma profondamente commovente.
    Scritto in modo molto emotivo e immersivo, per concretizzare un dolore che non è misurato, ma travolgente.

    1. 🙂
      Grazie per l’apprezzamento e la lettura. Temevo che il rimorso del padre apparisse un po’ ingiustificato. Dalla versione originale (più lunga di 1000 parole) ho dovuto tagliare la parte in cui il padre trascurava il bambino a favore del lavoro. Devo ancora imparare a strutturare i racconti senza perdermi parti importanti.
      Ancora grazie.
      Ciao

  5. Ciao Pasquale, trovo che il tuo racconto sia molto bello e scritto davvero bene. La storia di un uomo realizzato che vede la sua vita distrutta per una piccola distrazione è profonda: lui si sente in colpa, ma forse la colpa è proprio della vita, che non dà mai una seconda occasione. Solo alla fine viene perdonato e ritrova quello che aveva perso. Grazie per la lettura.

    1. Ciao Concetta.
      Grazie a te per la lettura del mio racconto e per il commento.
      Sono felice che tu abbia apprezzato la mia storia. In origine era un po’ più lunga ma ho dovuto riadattarla per il format della piattaforma. Qualcosa è rimasto fuori ma ho cercato di mantenere il sentimento originale.
      Ciao

  6. Un brano che tocca l’anima, complimenti. Il finale l’ho riletto varie volte, e ho molto apprezzato il passaggio dal segno al sogno, perché mi piace pensare che i sogni siano segni. E’ bello provare certi sentimenti, e il tuo brano riesce a tirarli fuori.