Serena

«Di che colore lo vedi il cielo?» gli domandò lei.

Erano seduti sulla grande cisterna proprio all’ingresso del paese. Quella su cui passavano le loro estati da bambini, all’ombra del pino ricurvo, proprio come la schiena di sua sorella. La guardò e se la figurò piccina, con il vestito bianco e il nastro ribelle tra i capelli legati alla bell’e meglio. Carlo pensò a quanto fosse buffo che l’unica cosa spensierata in testa a sua sorella fosse un oggetto inanimato.

«Di che colore lo vedi il cielo, Carlo?» ripetè lei. 


Carlo si sorprese di udire la sua voce. Erano mesi che sua sorella rispondeva a monosillabi.  Poi rivolse un’occhiata al cielo come per sincerarsi che fosse dello stesso colore di poco prima, quando, scrutandolo,  aveva pensato che un giro in bici le avrebbe fatto bene.

«E come lo devo vedere, Serena? È azzurro».
«Ah» rispose lei, prima di incurvare nuovamente la schiena e abbassare lo sguardo sulle dita delle mani. 

Carlo si incupì. C’era qualcosa di rivoltante in quella postura. Sapeva di resa, di futuro abortito male. Avrebbe preferito percuoterla pur di non vedere quello sguardo puntato sulle unghie martoriate. Aveva solo 14 anni, Serena e mentre sotto la pelle e nel promontorio dei seni, la vita premeva, la curva della schiena si chiudeva al mondo, negando al corpo qualsiasi proiezione o prospettiva, finanche la dignità e l’equilibrio di un corpo eretto.

«Io lo vedo nero» continuò lei in un sussurro.
«Che cosa?» domandò Carlo riconnettendosi.
«Il cielo. È nero». 

Lui, fidandosi delle parole, guardò di nuovo in alto.

Respirò talmente forte che l’aria, seppur tiepida di aprile, gli gelò le narici e gli occhi. Questo almeno è quello che si raccontò asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. Poi, per contegno, le diede le spalle tentando maldestramente di dominare il tumulto che gli agitava il corpo.


«Ti va un gelato?» gli chiese incerto.
Lei non rispose.
«Essia!» stabilì lui con più fermezza, «Aspetta qui».


Era netto il cielo quel giorno e il sole penetrava con forza nelle crepe di quel nero fitto e spesso. Faceva male. Era una lama tagliente nella carne molle, restituiva impietosa le miserie di un corpo fragile, percorso da pensieri faticosi che colpivano duro da quando ne aveva memoria. Non le andava di mangiare il gelato. Lo stomaco le si era accartocciato ancora una volta. E poi tutta quella vita, mio Dio, quei fiori, il rombo delle moto, le catene allentate delle biciclette, l’aria profumata, le scavavano dentro corridoi di dolore. Quelle voci, quelle risa, quello scalpiccio fragoroso, riempivano ogni anfratto di un’eco stridente che doveva mettere a tacere.

Quando Carlo vide il capannello di persone tutte attorno alla cisterna, rallentò il passo con moto inverso al cuore. 

«Amore» si sorprese a dire «Amore mio». 


Mentre il gelato colava a rivoli densi tutt’intorno alla mano, lui si ritrovò a scuola, accanto a lei che gli insegnava a scrivere: A come albero, M come mela, O come orso, R come rana, E come erba.

«Amore, amore mio» ripetè. Poi pensò a come avrebbe dormito quella notte senza di lei, e di nuovo agli alberi, alle mele, agli orsi, alle rane, all’erba. Che ne sarebbe stato di quell’amore, oltre l’abitudine, oltre la scansione del tempo condiviso? Forse solo un ricordo scialbo, solo quelle 5 lettere; tre vocali e due consonanti. Sì, si persuase che sarebbe stato così, che quel dolore che ora gli inchiodava le membra, si sarebbe affievolito fino a sparire. Non poteva immaginare, Carlo, quante altre notti avrebbe passato a maledirsi. A come l’abitudine, mutando di forma, avrebbe scoperchiato la voragine della mancanza. A come la ferita, incancrenitasi, si sarebbe mangiata la mano, risparmiando il gelato. Lo stesso gelato che ora colava a rivoli spessi lungo il braccio mentre lui, immobile, pensava agli alberi, alle mele, agli orsi, alle rane e all’erba. 

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Discussioni

  1. Hai usato una delicatezza e un rispetto davvero notevoli. Non ci sono giudizio, pietà, colpe. Proviamo dolore, empatia, comprensione. Bellissimo il.contrasto con la primavera, la vita che esplode, un attimo prima.