Sette Candele e Sette Croci

“Avanza.”

“Se il Male ti circonda, avanza.”

“Il Male conosce le tue colpe e presto o tardi le userà contro di te, per renderti debole, per renderti suo schiavo.”

“Se il Male tenterà di attaccarti, avanza. Avanza verso il Bene. Il Bene ti proteggerà.”

Quella voce mi tormentava da mesi. Iniziava a parlarmi durante i miei sogni, mentre vivevo immagini felici e spensierate, e tutto si trasformava in oscurità. Mi ritrovavo prigioniero di un incubo, all’interno di una stanza buia appena illuminata dalla debole luce di sette candele. Ma ciò che suscitava in me angoscia erano quelle sette bare. Le vedevo: erano adagiate sul pavimento ed erano abbastanza grandi da contenere un corpo come il mio. Io mi muovevo tra di esse con il terrore di chi temeva di non svegliarsi più. Erano di mogano scuro e ciascuna di esse riportava un’incisione: una piccola croce, rovesciata, in rilievo.

Benché quella voce mi spingesse a toccarle, mi rifiutavo di farlo fin quando il sogno finiva e la mia angoscia si trasformava in sollievo. La mia giornata iniziava così. La doccia mi schiariva le idee e mi convincevo che presto quegli incubi sarebbero cessati. Con ogni probabilità sarebbero cessati dopo il funerale. Non era un caso che io sognassi quelle sette bare. Erano le bare che avrei dovuto salutare quel pomeriggio; le bare in cui riposavano i miei migliori amici. Quel brutto incidente aveva risparmiato solamente me. Ero illeso ma, invece di essere felice, mi sentivo distrutto. Il mio desiderio di vivere era morto assieme a loro e lui… lo sapeva. La sua voce mi assillava. Era la voce di un vecchio, una voce roca.

«Sebastian, è ora. Mi dispiace caro, ma dobbiamo andare.»

Mia moglie mi ricordava che il funerale si sarebbe celebrato a breve. Ed io non potevo arrivare tardi per quell’ultimo saluto.

Quando vidi le bare non riuscii a trattenere le lacrime e non ascoltai una parola dell’artefatta orazione funebre che seguì a breve. I singhiozzi trattenuti a stento e le voci soffocate dal pianto mi tormentavano. Mia moglie mi strinse la mano senza dirmi nulla, sapeva a cosa stessi pensando. Seguii le bare fuori dalla chiesa e, assieme all’intero corteo che si era venuto a formare, proseguì verso il cimitero che si trovava a poca distanza. A una a una le bare vennero adagiate dentro i rispettivi loculi all’interno di sette tombe gentilizie. Ogni famiglia stava accogliendo il proprio defunto accompagnandolo con il pianto dei vivi. Io mi muovevo tra una tomba e l’altra ripensando a quel sogno e a quelle sette bare. Solo allora mi resi conto che un anziano uomo mi stava fissando. Lasciai la mano di mia moglie e mi diressi verso di lui. L’uomo continuò a camminare fino a raggiungere la cappella che era situata nel punto più alto del cimitero. Entrò e, poco dopo, io feci lo stesso. Cercai l’uomo con lo sguardo, ma ciò che vidi mi spaventò: sette candele appoggiate sopra sette bare. Ero sicuro di essere sveglio, ma non riuscivo a fare a meno di provare le stesse paure che avvolgevano i miei sogni quando quella voce iniziava a parlarmi. Iniziai a muovermi tra le bare e rimasi scioccato nel vedere che ognuna di esse portava scolpita una piccola croce capovolta.

 

“Le bare dovrebbero essere otto.”

“Dovresti essere lì con loro.”

“Non credi?”

La voce aveva iniziato a parlare, ma era diversa da quella che ricordavo: era giovane e sottile, quasi carezzevole.

«Chi sei?» domandai.

“Sono io, non mi riconosci?”

«No, fatti vedere.»

La voce rise.

“Avvicinati all’altare.”

Andai verso il piccolo altare e vidi che, adagiato sulla tovaglia ricamata che lo copriva, vi era un pugnale: sembrava antico, con un manico ricco di intarsi che tradivano una fattura pregiata.

“Prendilo.” esortò la voce.

“Fai ciò che devi.”

“Loro ti aspettano.”

Obbedii e lo presi tra le mani.

Improvvisamente ricordai le parole dell’uomo che mi parlava in sogno e mi voltai verso la croce dove Cristo soffriva in silenzio. Mi diressi verso di lui.

Ucciditi e salda il tuo debito.”

Quella voce continuava a spingere la mia volontà verso la morte.

Mi voltai e mi diressi verso le bare stringendo con forza il pugnale. Osservai ciascuna delle sette candele che illuminavano ciascuna delle sette croci capovolte.

Mi ricordai della Croce di San Pietro: la croce capovolta. Era il simbolo dell’umile riconoscimento della grandezza di Dio. Non ero degno di morire come loro, di essere celebrato come loro. Ero io al volante. Era tutta colpa mia e la voce sibilante lo sapeva. Lasciai cadere il pugnale. Loro non volevano che io morissi senza prima essermi riscattato agli occhi di Dio. Ognuno di loro mi aveva perdonato e tutti e sette volevano che lo sapessi. Che non aggravassi con la mia morte quel giorno di lutto infinito. Sarei rimasto a vegliare sulle loro famiglie, mi sarei assicurato che i loro figli crescessero bene, senza mancanze. Avevo accettato la mia colpa e scelto di percorrere la strada della redenzione… avanzando verso il Bene.

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Discussioni

  1. Complimenti per questo tuo racconto, particolare e sicuramente originale. Interessante lo spunto di riflessione che invita a considerare il tema della colpa e del peccato dal punto di vista cristiano. Mi è piaciuto molto il finale che non mi aspettavo perché catapultata nell’atmosfera gotica, pensavo volgesse al tragico. Invece mi hai stupita. Molto bravo.

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