Shepherd’s Pie
Mi trovo in Inghilterra per lavoro e sto pranzando in un famoso ristorante situato nel quartiere residenziale di una graziosa cittadina. Vi risparmio i dettagli roccamboleschi di come sono capitata in questo luogo ameno e sconosciuto ai più. Il silenzio che avvolge la campagna britannica è intenso, ma così fragile, come un velo sottile sospeso tra le case e i campi, una membrana fiabesca che un rapace qualunque potrebbe facilmente squarciare. Eppure resiste!
Sotto il mio naso un piatto fumante di shepherd’s pie e, di fronte, il viso affascinante di un famoso truffatore internazionale.
Il calore del piatto si diffonde nell’aria e il profumo avvolge la stanza come un piccolo rito domestico che, per un attimo, rende tutto più sicuro.
Le mie narici si godono gli aromi terrosi delle verdure stufate, soffermandosi con particolare piacere sulle cipolle caramellate, mentre le papille pregustano già la purea burrosa e rassicurante, proprio come quella della mamma. A parte questo, tutto il resto del mio corpo, giovane e ingenuo, è impegnato a cercare una via di fuga da quegli occhi intrusivi, penetranti e incredibilmente sicuri di sé.
Lui è avanti negli anni, ma il vigore trapela da ogni poro. Ha i tratti somatici di un re merovingio e parla un italiano non dotto, ma decisamente elegante nella sua semplicità . Il suo respiro ha una risonanza grave e gutturale, sembra un tamburo che vibra appena sotto la pelle, e quando espira porta con sé un leggero sentore di muschio, terra umida e sottobosco. Mi fa pensare a un orso bruno.
Si rivolge a me dandomi del “lei”, mantenendo una distanza precisa, quasi chirurgica. Si avverte che ci piacciamo, ma con distacco: siamo lontani, non apparteniamo allo stesso campo d’azione. Tuttavia non è per questo che non mi farà alcun male (anche se potrebbe, e con grande facilità ). Non lo farà , perché è ferito. Lo vedo e lui lo sa.
Le rughe sono i solchi che le lacrime hanno scavato per depositarsi nel cuore. È qualcosa che ha imparato a contenere, ma che non ha guarito. Una delusione antica, depositata sul fondo del suo mondo, come un relitto vecchio di secoli, eco spettrale della sua fiducia annegata.
Provo grande rispetto per il dolore che sente, perché è autentico. Non è un dramma dell’ego sconfitto, è reale, umano. Lo ha quasi ucciso.
Comincia a fissarmi, facendomi capire che è il mio turno.
Un leggero tremore s’impadronisce della mia mano destra. La nascondo sotto la gamba, sento il calore salirmi in faccia. Cosa sto facendo? Non so perché sono lì. Sono in viaggio, ma in realtà spero che sia il mondo a venirmi incontro. E forse questa volta lo ha fatto.
“Allora?” dice.
La sua voce ruvida riempie lo spazio fra di noi con una naturalezza disarmante. È in pieno potere, decide lui quando annientare la distanza.
Resto in silenzio per un istante di troppo. Sento ancora il tremore nella mano, nascosto ma vivo, come un animaletto che non si lascia domare. Poi affondo finalmente il cucchiaio nel Shepherd’s Pie.
La crosticina cede con un suono morbido, intimo. Il purè è caldo, vellutato, e sotto affiora la carne, succosa, profumata. Porto il boccone alla bocca più per guadagnare tempo che per fame.
Lui non molla.
“Non mangiava così da tempo, vero?”
“Dipende”, dico infine, appoggiando il cucchiaio. “Non sempre il cibo è il centro della scena.”
Un’ombra di sorriso gli attraversa il volto, appena accennata. Non è compiacimento.
Inclina leggermente la testa, curioso ma non ancora affamato.
“E cosa lo è, allora?”
“La bellezza, oltre al rischio”, sussurro appena. “Anche se a volte è difficile capire dove fermarsi”. Il tono s’incrina leggermente, ma la mia testa rimane alta.
Mi guarda più a lungo del necessario. Poi, senza abbassare gli occhi, afferma:
“Vada serena, Simona. Vada sciolta. Tranquillo è morto.”
I muscoli si rilassano, tiro un sospiro di sollievo. Ho passato la prova di confine, risparmiata e sopravvissuta. La morte annunciata di Tranquillo risuonerà nella mia testa per anni, lo so.
Uno dei viaggi più riusciti. La geografia è una questione affettiva.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Questo racconto sembra una scheggia prelevata da un testo più ampio.. È ovvio che qualcosa mi sfugga, sebbene i due personaggi siano in sé riusciti.
Grazie Francesca, per il tuo commento. Il racconto non fa parte di nessun testo più ampio, ma l’effetto è esattamente quello che intendevo quindi ti faccio i complimenti per averlo colto. Contestualizzare la storia, dare delle coordinate precise sarebbe stato qualcosa di molto “tranquillo”. Passare una prova di confine, significa avventurarsi in mare aperto. Quel qualcosa di più esteso che hai percepito, ancora non si vede…