
Si accendono i riflettori
Serie: Agenzia Sullivan & Soci
- Episodio 1: Nuovi orizzonti
- Episodio 2: Tempo di risposte
- Episodio 3: A pesca
- Episodio 4: … Si ottiene tutto
- Episodio 5: Come tutto ebbe inizio
- Episodio 6: Si accendono i riflettori
- Episodio 7: 60 minuti
- Episodio 8: Un pianoforte in penombra
- Episodio 9: Con le buone maniere
- Episodio 10: Aria pesante
- Episodio 1: Piove sul bagnato
- Episodio 2: Topo di biblioteca
- Episodio 3: Salmone Affumicato
- Episodio 4: Arriva la cavalleria
- Episodio 5: Carnevale
- Episodio 6: Due lenti sono meglio di una
- Episodio 7: Il passato non si cancella
- Episodio 8: I problemi non vengono mai da soli
- Episodio 9: Alla base della piramide
- Episodio 10: Dietro le quinte
- Episodio 1: Pioggia di sangue
- Episodio 2: Nuovi incentivi
- Episodio 3: Destruction Derby
- Episodio 4: Incontro clandestino
- Episodio 5: Una visita inaspettata
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
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Mi avevano legato ad una sedia: la classica scena del detective che ha deciso di accorciare di parecchio la sua aspettativa di vita. Il magazzino era enorme, ovunque lo sguardo cadesse trovava casse di legno e scaffali di metallo che ospitavano altre scatole. Al centro di tutto si trovava la mia postazione da condannato a morte, la luce che mi cadeva in testa come il conduttore di qualche telegiornale del cazzo. La testa mi pulsava come se mi fosse esplosa una granata a mezzo metro, qualcuno, per darmi il benvenuto, mi aveva tirato un bel colpo di spranga sulla nuca, calibrato per farti provare lo stesso dolore di un cane investito da un camion, ma senza farti collassare. Il rumore di una porta che si apriva in lontananza mi fece tornare alla piacevole realtà della situazione: finalmente avevo compagnia. Entrarono nel mio campo visivo Manuel e quello che doveva essere Estebàn. Si trattava del più anziano dei due fratelli e, a quanto sembrava, quello che si teneva meno in forma, la pancia usciva dai pantaloni costosi come un’onda anomala. I pochi capelli rimasti gli circumnavigavano il cranio ed esaltavano la pelle lucida che rifletteva come una palla da bowling pronta a rotolare verso i birilli. Si piazzò a gambe divaricate davanti a me, un sorriso beffardo stampato sulla faccia da cazzo, le dita della mano destra che si grattavano il mento con foga.
“Questo sarebbe lo stronzo che faceva domande?” rivolse lo sguardo verso il fratello intento a trasportare un massiccio tavolo di metallo.
“Sì, proprio lui. Da stamattina avevo notato qualcosa di sospetto, così ho chiesto ai miei di dare un’occhiata al nostro amichetto qui presente: non mi ero sbagliato per niente” si accese una sigaretta, cazzo quanto avrei voluto fumare.
“Non potrei averne una?” indicai col naso il tizzone acceso, il puzzo idilliaco mi inebriava il naso.
“Vuoi anche due tartine come aperitivo?” il vecchio rise di gusto, quella massa informe che era la pancia si muoveva su e giù come un mare in tempesta.
“Prima facciamo due chiacchiere, che ne dici?” il fratello si avvicinò a me, occupava tutto il mio campo visivo, impossibile scorgere qualcosa all’infuori dei suoi muscoli, non si poteva certo dire che fosse fuori forma.
“Va bene.”
Un bel destro sulla faccia mi fece vedere le stelle, era da un po’ di tempo che non me ne davano uno: non ci si faceva mai l’abitudine. Ti sembrava che la faccia si scomponesse, la mascella che se ne andava dalla parte opposta del resto del cranio, il cervello che urtava sulle pareti della scatola cranica, gli occhi pronti a rotolarti via dalle orbite. Impiegai qualche secondo a tornare in me, sputai a terra la saliva che stava per farmi strozzare. Fu solo in quel momento che realizzai che qualcuno aveva inchiodato la sedia al pavimento.
“Ti piace l’idea che ho avuto? Cadevano tutti, invece adesso delle viti la tengono ben salda a terra. Sono proprio un genio” un sinistro rimise a posto il problema che avevo alla cervicale.
“Avresti potuto fare il chiropratico, il mio collo sta meglio” in quelle situazioni riuscivo a sparare cazzate come non mia, forse per la tensione.
“Fai anche lo spiritoso” il ventre sembrò sul punto di esplodere, era il cazzotto più forte che avessi mai preso, realizzai solo in quell’istante che non ero affatto tagliato per la boxe.
“Chi cazzo ti ha mandato eh?” alla mia sinistra comparve Estebàn, una sigaretta all’angolo della bocca.
“Nessuno, non mi ha mandato nessuno” in effetti era la pura verità.
“Continua, continua a distruggere questo pezzo di merda. Pensi di venire a fare domande al nostro” il tono teso a sottolineare la parola “porto e vuoi anche farla franca? Pezzo di merda.”
Non saprei dire quanto tempo passò: utilizzarono una spranga, una sparachiodi, acqua, benzina, ghiaccio e diversa altra merda. Ero uno in grado di resistere alle torture, l’avevo imparato da piccolo quando facevo parte della gang più pericolosa della nave sulla quale mi trovavo con i miei genitori. Ad un certo punto i due si stancarono di infierire, pensavo di essere giunto al capolinea: la mia vita sarebbe finita in fondo all’acqua del porto, con un bel peso di piombo legato alle caviglie per assicurarsi che non sarei tornato a galla come uno stronzo. I fratelli si erano allontanati di una decina di metri, convinti che non avrei potuto ascoltare la loro conversazione da così lontano ma i miei timpani robotici percepivano suoni ad una distanza quattro volte superiore rispetto a quella dell’orecchio umano.
“Secondo te l’ha mandato quel bastardo di Giancarlo?” disse a bassa voce Manuel mentre gli occhi si voltavano a destra e a sinistra.
“Avrebbe già parlato se avesse avuto qualcosa da nascondere, per quanto li possa pagare bene, nessuno resisterebbe a quello che ha subito questo povero idiota.”
“Quindi credi che non sia una spia?”
“No, questo imbecille non è l’uomo di qualcuno, ne sono certo. Controllarlo è stata una buona idea ma adesso abbiamo qualcosa di più importante da fare. Prepara i tuoi uomini per il carico di stanotte, dobbiamo essere rapidi e silenziosi.”
“Che ne facciamo di quel sacco di merda legato alla sedia?”
“Fallo scaricare fuori dal porto e che non torni mai più da queste parti, o lo faccio seppellire dove non lo troveranno mai più.”
Due gorilla mi slegarono, non ero affatto in grado di tenermi in piedi, figurarsi di camminare da solo, così mi trascinarono come un sacco di patate pronte ad essere vendute. A malapena riuscivo a tenere aperti gli occhi, per fortuna era ormai notte e non c’era da preoccuparsi di rimanere accecato dalla luce del giorno. Ogni respiro era paragonabile ad una pugnalata nel costato, di certo qualche osso era stato frantumato. Giungemmo in prossimità della grande cancellata che separava il porto dal resto della città, questa volta fuori non c’era nessuno, nemmeno l’uomo dell’obolo. Mi scaricarono lì mentre l’uscita si apriva, i due se ne andarono. Rialzarmi fu un’impresa titanica, solo una volta uscito notai sulla destra, a distanza di sicurezza, l’auto di Sullivan: ogni tanto quel bastardo sapeva comparire al momento giusto.
Serie: Agenzia Sullivan & Soci
- Episodio 1: Pioggia di sangue
- Episodio 2: Nuovi incentivi
- Episodio 3: Destruction Derby
- Episodio 4: Incontro clandestino
- Episodio 5: Una visita inaspettata
WOW.
Nell’episodio precedente hai messo in tavola il piatto di portata, però coperto dalla cloche, ci hai fatto sentire il profumo senza però farci intuire cosa fosse. Qua hai sollevato la cloche ed il piatto si è rivelato bello ricco…!
“Mi avevano legato ad una sedia: la classica scena del detective che ha deciso di accorciare di parecchio la sua aspettativa di vita.”
Questo passaggio mi è piaciuto