
Silvio il timido
«Cosa vorresti fare da grande Silvietto caro?»
«Una rapina!» Così rispondevo a chi me lo chiedeva. Poi mi precipitavo nella dispensa, un piccolo ripostiglio dove i miei genitori tenevano delle ceste di vimini con le verdure raccolte nell’orto, per prendere una radice bianca carnosa.
«Mani in alto! Questa è una rapina!» Ero io di ritorno dalla dispensa con in mano una piccola rapa. Tutti ridevano per quella rapetta che tenevo tra le mani e che brandivo con grande convinzione come fosse una pistola vera, come quel pistolino esibito a capodanno da un illustre pistola nel palmo della mano, non è fantascienza, è cronaca vera, oggi più che mai Nuova Cronaca Vera (esce ogni martedì).
Bravi! Ridete ridete, pensavo. Ero un bambino timido, introverso, uno di quelli che se ne stanno sempre in disparte per non farsi vedere; per paura che qualcuno si accorgesse di me e mi prendesse in giro spesso mi nascondevo.
Raggiunta la maggiore età mi sentivo già vecchio, come un vecchio folletto verde abbandonato nel ripostiglio con il cavo arrotolato in malo modo, come lui non avevo più alcuna aspirazione, non coltivavo interessi perché non mi interessava niente, però ero in simbiosi con il mio conto corrente, dove anche lì gli interessi stavano a zero.
Gli anni passavano, non so per quale grotta carsica sotterranea nascosta alla vista, ma passavano senza far rumore, silenziosi, ed io crescevo, Dio se crescevo: 190 centimetri per 190 chili, allo specchio mi vedevo obeso: ammazza se lo ero! Ero un obezos con tutti quei pacchi che ricevevo via corriere. Grazie a Jeff non avevo più motivo per uscire di casa.
Con me cresceva anche la timidezza, immisurabile perché priva di dimensioni materiali, ma commiserabile per chi, vedendomi così goffo e impacciato, provava un grande senso di pietà.
Brutta cosa la timidezza, sentirsi sempre inadeguati in ogni circostanza è deprimente, la paura di essere giudicato e temere sempre il giudizio degli altri è demoralizzante, il terrore di non avere la forza di alzare lo sguardo è avvilente. Tutto ciò mi rattristava. Ero un triste e tristo figuro, provavo compiacimento nel fare del male agli altri; in me cresceva lentamente una perversa voglia di vendetta, di riscatto. Con le mie misure fuori misura, 90 130 110 non potevo più nascondermi, tranne che in un container.
Oggi, finalmente, è il giorno del mio riscatto. Sto parlando in senso figurato, figuriamoci se qualcuno avrebbe sborsato un centesimo per me.
Mi trovo in un posto, manco farlo apposta, chiamato posta, luogo sempre affollato specialmente nei giorni di pagamento delle imposte.
Ricordo le mattinate passate alla posta centrale con la mamma, sempre intenta a compilare i moduli delle raccomandate e dei bollettini postali, dove dovevi ripetere lo stesso indirizzo almeno tre volte, come d’altronde lo devi fare anche oggi.
A quei tempi la posta faceva la posta, non faceva la banca, la telefonia, l’assicuratrice, la cartoleria e quant’altro. Oggi la sua mission è di fare tutto tranne che la posta. Per intanto fa le app, come l’app postepay, l’app posteid, l’app postemobile e l’app poste spid, però non ha più l’app-eal della posta di una volta.
Allora non esisteva il display a video, si prendeva un semplice numeretto elimina code e si aspettava, si aspettava pazienti magari per un’ora, poi la pazienza lasciava il posto all’impazienza ma almeno avevi una certezza: nessuno ti passava davanti. Ora non c’è più questa certezza perché con le lettere corrispondenti ai diversi servizi postali non sai quanti numeri hai davanti.
Oggi è il 13 novembre, lo leggo sul numeretto sputato dalla macchinetta elimina code, Il prossimo numero con la lettera D è il mio; allora mi alzo fiducioso dalla sedia che ho riscaldato e quasi deformato per un ora, penso di essere in pole position quando chiamano un numero con lettera B. Una vecchietta appena arrivata con un pacchetto in mano mi passa davanti con aria soddisfatta, io la guardo incredulo. Ma che cazzo, penso tra me e me senza peraltro creare un meme, mi stanno prendendo per i fondelli, toccava a me!
«Dipende solo dal software, non dipende da me» si giustifica l’impiegata alle mie rimostranze, con una risposta pronta e preconfezionata che non ammette repliche.
Aspetto ancora, ma la lettera D resta sempre ferma al palo, sempre allo stesso numero, quello prima del mio mentre passano avanti quelli con la B e la C. Finalmente sul display compare la lettera D col mio numero, lo sportello numero 8 mi attende. Lo cerco disperatamente con gli occhi perché non lo vedo. Ma cazzo dov’è? penso tutto agitato. Maledetto! Ti nascondi proprio dietro la colonna; con uno scatto da centometrista, lo scatto che può avere Marcell Jacobs con una zavorra di cento chili sulle spalle, raggiungo il traguardo tanto agognato: «Tocca a me, tocca a me!» Ansimante appoggio a terra la valigetta nera che ho con me come Martin Castrogiovanni: avevo fatto meta.
L’impiegata non mi guarda nemmeno, continua a fissare il monitor digitando sulla tastiera con due dita in modo compulsivo, a scatti, io aspetto per un attimo, sono invisibile ai suoi occhi nonostante la mole quasi antonelliana – essere invisibili con la mia stazza non è cosa da poco – però non mi dispiaceva affatto, poi, finalmente, alza lo sguardo, mi guarda e non favella.
Io prendo coraggio e apro bocca con un filo di voce: «Dovrei… fare un prelievo, un grosso prelievo in contanti, ho anche una valigetta 24 ore.»
«Deve fare una rapina?» mi chiede senza trasparire alcun timore, «Allora non ha preso la lettera giusta.»
«Ma, ma» balbetto, le mani mi sudano copiosamente, riprendo coraggio e continuo titubante «Ma quale lettera dovevo prendere?»
«Doveva prendere la lettera P, così prevede il regolamento postale. In bacheca sono esposte le modalità di accesso allo sportello, la invito a leggerle.»
«Ma Signora—
«Signorina! Allora vada e torni, ma si spicci, oggi ci sono stati molti prelievi e tra un po’ resteranno solo gli spicci.»
«Grazie, allora mi spiccio, vado.» scappo evado, e vado intendevo, almeno finché non mi avranno preso.
Con in mano il biglietto, questa volta con la lettera P, attendo il mio turno. Mi sento più tranquillo, ora; passo un’altra ora guardando tra un display e l’altro, tra quello postale appeso in alto sul muro e questo più piccolo dello smartphone, appiccicato come una protesi della mano.
Non c’è quasi nessuno nel salone, è presto l’ora di chiusura; noto un signore chiudere con difficoltà uno zaino, probabilmente aveva terminato l’operazione allo sportello e stava per allontanarsi, ora toccava a me.
Attendo con impazienza, vengono chiamato altri numeri con altre lettere, passano dei secondi interminabili ma nessuno risponde alla chiamata. Poi, finalmente:
«P39» è il mio numero.
Lo sportello è lo stesso di prima, il numero 8: ottimo, penso, l’impiegata mi conosce, sarà tutto più facile.
«Ecco signorina!» le mostro il biglietto non nascondendo una certa agitatazione, poi, con voce perentoria: «Questa è una rapina!»
«Ma caro signore per una rapina doveva avere il numero P38, il suo è il P39.»
«Ma che cazzo, la P38 ce l’ho in mano, non le basta? Fuori tutti i soldi e non faccia brutti scherzi» stavolta con grande convinzione.
«Non se la deve prendere con me, si calmi signore, vede quel tizio che sta uscendo in questo momento, quello dentro la bussola con lo zaino in spalla, lui aveva il numero P38, a lui ho consegnato tutti i soldi in cassa, ne aveva pienamente diritto, la sua tentata rapina, purtroppo, è andata male; riprovi domani, forse sarà più fortunato.
Io che mi chiamo Fortunato di cognome e Silvio di nome, S.Fortunato in modo abbreviato, la guardo allibito «Suvvia, mi dia quello che ha, si muova.»
«Se insiste chiamo il mio responsabile.
CAPO! Può venire un attimo, c’è un cliente che deve farle un reclamo urgente.»
Mi giro e vedo arrivare con tutta calma un omino sul metro e cinquanta, una mezza sega, un quarto direi, per niente intimorito alla mia vista.
«Non ci faccia perdere tempo» è l’ometto, ometto lo stupore che ho provato vedendolo così spavaldo, «abbiamo chiamato la Polizia per la precedente rapina, vuole che arrestino anche lei per quattro spiccioli?»
Poi rivolgendosi all’impiegata: «Diamogli un blister di monetine da cinque centesimi, così è contento e va fuori dalle palle.»
«No, no grazie, come accettato. Scusate il disturbo, ripasserò un altro giorno con calma.»
«Ecco bravo, se ne vada, coglione!»
Esco in fretta e furia nonostante la bussola troppo piccola mi impedisca una fuga celere. Sono in strada, con nonchalance mi allontano giusto un attimo prima dell’irruzione della celere giunta in forze a sirene spiegate: spiegate a chi? Forse a un dummies? Poco importa, ero salvo ma avevo mancato il mio obiettivo. Obiettivamente la mia autostima era scemata di molto, non poteva essere diversamente, ero proprio uno scemo conclamato, un coglione, mi meritavo una medaglia al disonore : “Alla nuova merdaccia, con disprezzo, Paolo Villaggio”.
Oggi è il 13 novembre, è la giornata della gentilezza. Aspetterò il prossimo anno, aspetterò anche quel numero magico, il P38, quello che mi darà il diritto a una rapina gentile, non a mano armata. Speriamo non cambino regolamento o chiudano la posta.
Adesso entro in questa drogheria per comperare della varechina, devo avvelenare la vicina perché mi spia. Lo farò con gentilezza, userò Ace gentile.

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Beh, guardando il biglietto finale, spero che tu non abbia realmente tentato il colpo! 😅
Scherzi a parte, questo 101esismo racconto è un’altra, ennesima perla! 😉👍
Stavo per buttare via il biglietto quando mi è venuta l’idea della rapina. Così è diventata la 101esima perla del pirla😜.
In questo racconto si mette in atto una furiosa lotta fra Fabio e Fabius P. Altro che rapina, molto di peggio: praticamente una guerra. Questa volta, mi sa che vince Fabio:)
E adesso mi spiego. La storia è amara, a tratti toccante, una realtà fin troppe volte vista e raccontata davvero bene dal nostro Fabio e dal suo cuore. Però Fabius P. fa capolino e vorrebbe farmi sorridere. Un po’, ammetto, ci riesce, ma mica poi tanto. In ogni caso, bravissimi a entrambi.
Ti ringrazio a nome di entrambi. Da come sai leggere tra le righe questo racconto come lo classifichi, umoristico/grottesco o narrativa con humor?
La seconda? 🤔 Però, perché necessariamente classificare?
Ogni volta che entro in un ufficio postale, non so bene perchè, per ammazzare il tempo e l’attesa, io mi immagino una rapina. Questo racconto è praticamente un sogno che si avvera. D’ora in avanti penserò a Silvio, tutti mi vedranno sogghignare, e nessuno saprà perchè. hi hi hi.
Scherzi a parte, scritto davvero benissimo. Complimenti!
Se ti dovesse capitare il n. P38 sai cosa fare. Se non ne hai il coraggio puoi sempre sparare una battuta. Scherzi a parte, Dea gratias.
Divertente e graffiante, come sempre, ma sbaglio se ci leggo un qualcosa di malinconico? Il folletto senza più aspirazione però mi ha fatto ridere. Bravo Fabius!
Non sbagli. La timidezza non è una malattia bensì un handicap, un ostacolo tra te e gli altri. Io ne so qualcosa.
Grazie per le tue parole sempre gentili anche al di fuori della giornata della gentilezza. Il numero P38 mi è capitato quando dovevo spedire una raccomandata. Stavo per cestinarlo quando mi è venuta l’idea, così non l’ho buttato e dopo qualche giorno la storiella si è materializzata.
Ottimo il finale, divertente il tutto, come sempre e ho imparato una parola nuova “blister”. La battuta dell’incipit sulla piccola rapa, non mi é nuova, però la situazione descritta, in parte surreale é anche un’efficace caricatura della situazione reale. Io quando vado all’ufficio postale faccio una sorta di training autogeno e molti esercizi di pazienza nell’attesa, soprattutto quando penso che sia arrivato finalmente il mio turno e mi supera l’ultimo/a utente che ha fatto la prenotazione per telefono.