Soggiorno?

Serie: La casa dei Veltz


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Alger è arrivato a Parigi, dove vaga per la città contemplando i piccoli quartieri come un turista.

Poteva forse starsene lì, seduto su una panchina casuale, senza fare nulla, o, meglio, standosene a guardare le persone camminare avanti e indietro? Aveva due possibili risposte veloci e semplici, o sì o no. Poteva rimanere seduto e ascoltare ciò che si dicevano tutti quelli là, mentre li seguiva con lo sguardo, e così si sarebbe passato un pomeriggio all’insegna della osservazione dei costumi e modi parigini, oppure lasciava quella zona e andava a cercare una osteria, dato che le lancette degli orologi tutte assieme, all’unanime, stavano per scoccare le otto di sera.

Eppure, cosa era l’istinto della fame in confronto al desiderio di capire la logica secondo cui agivano gli abitanti di quel quartiere, o, più in largo, la logica di tutta Parigi? C’era davvero bisogno di nutrirsi? Ne hai davvero bisogno, Alger? Non riesci a pensare, a usare la tua sedicente illustre intelligenza senza esserti nutrito? E che intelletto, allora! Non c’è nulla che tu riesca a fare, senza aver appagato i mini bisogni del tuo corpo, per quanto sorprendente si possa essere. In fondo, che fine può fare un uomo che viene privato del cibo, se non che morire? E dal momento che la morte per digiuno è preceduta dal peggioramento del fisico a livello esteriore e interiore, no, non si può accettare di digiunare. Sicuramente, ovunque si trovi la sede del pensiero, pure quell’organo delle capacità cognitive viene rovinato. Li aveva visti i santi e pellegrini che si erano votati all’astensione del consumo di cibo, e uno dopo l’altro o erano diventati matti oppure erano direttamente morti: non accettava l’ipotesi che fossero stati accolti da Dio per le loro buone azioni. E pure ora, da seduto, poteva vedere come le povere genti locali, private del cibo, agivano come belve fra loro. Doveva andare a mangiare, perché non toccava cibo da un giorno e mezzo, e si sentiva, appunto, indebolito (forse astenia?).

Bisognava alzarsi, alla fine. Insomma, non era bello guardare come le donne piegavano i panni, o vedere i bambini che provavano a rattoppare le palle di stracci, oppure i signori che se ne tornavano assieme da lavoro, chi serio, chi già marcito, chi con il volto coperti di uno spesso strato di insoddisfazione? Non poteva mai bearsi di quella vista, e sarebbe rimasto lì a vedere i colori dei loro abiti, come ordinavano le loro stanze, oppure le acconciature delle signore e signorine, le barbe e i favoriti degli uomini. Che follia, quando veniva data così poca importanza a tutto ciò, all’aspetto delle persone, ai loro dettagli personale. Così doveva essere, evidentemente.

Si alzò, alla fine, e decise di andarsene, perché non aveva più ragione di rimanere lì, tentennando su cosa fare dopo.

Vagò di nuovo fra le vie, cercando qualche tabellone o insegna che indicasse una qualche taverna nelle vicinanze, e così fece per una buona mezz’ora senza successo, fino a quando non vide, da lontano, place Vendome, e solo allora si rese conto che tutto attorno a lui lo stile architettonico degli edifici era straordinariamente diverso rispetto a quello che aveva visto forse un’ora prima. E pure l’odore era diverso, e poteva dirlo visto che improvvisamente le sue narici venivano accarezzate dalla fragranza della lavanda provenzale, e le pareti degli edifici erano, se non intonse, almeno abbastanza pulite. Pure le strade erano percorribili senza dover incorrere nel rischio di calpestare qualche straccio, escremento o cibo rancido. Soprattutto, le varie genti erano meglio vestite, e tutte parlavano un chiaro francese.

Doveva ricordarsi la strada al ritorno, perché si era allontanato di varie miglia, passeggiando tranquillamente fra le strade e i rari boulevard che di tanto in tanto guidavano le folle verso i maggiori punti di ritrovo. Chiese e piazze, per quanto le prime fossero orami abbandonate mentre le seconde venissero lasciate da sempre più persone che erano di ritorno alle proprie case. Sembravano un insieme di fili che si seguivano fra loro, incolonnati come erano lungo ogni singolo spazio. Questa, dunque, è Parigi, ovvero un ammasso di anime. Che ci sia, qui, fra tutte queste persone, una sola anima che mi sia simile? Forse sì che forse no. Guarda tutti quelli là, Alger, che girovagano con i volti o spaesati oppure che tradiscono una sensazione di spossatezza: e quelli là che si dimenticano qualcosa nella loro bottega, oppure un qualche piccione che si appollai comodamente sopra qualche statua equestre. I funzionari di stato! Forse qualcuno di loro veniva dal celeberrimo Direttorio, oppure erano tutti semplici uomini arricchitisi con la cacciata di qualche vecchio uomo dell’Ancien Régime. Non che dovesse interessargli chi fossero tutti quelli là, eppure contemplava ogni singola persona, senza lasciarsi incantare, e così andava avanti. Il mondo è un luogo dove si guarda, ma non ci si lascia distrarre né allontanare dai propri obiettivi. Ecco! Vide una insegna, anzi, ebbe difficoltà a non vedere quella insegna sotto cui si andava a formare una fila di persone affamate. Sapeva dove poteva andare, finalmente. Bisognava solo aspettare che quelli là entrassero tutti, e allora sarebbe entrato. Davvero non avevano di meglio, in quella città? Una sola bettola? Ma no! Eccone un’altra, un pochino più nascosta. Che strano, le allocavano in posti piuttosto nascosti, e non è che così facessero bene alle loro finanze. Però, se era così, allora ne avrebbe trovate altre. Si mise la mano nella tasca interna, e con le dita tastò qualche moneta. Poteva pure fare uno strappo e spendere un intero luigi pere la cena, così da saziarsi. C’era anche l’opzione di raccattare qualche moneta in qualche modo, così da risanare le proprie spese recenti, ma escluse quella idea, perché non vedeva come mettere in atto il suo piano. E vabbè, poteva comunque mettersi alla ricerca di una taverna e poi una compagnia di diligenze, così da affittarne una per il futuro. 

Si mise le mani in tasca, ne ritirò una fuori per sistemarsi un ciuffo di capelli rossi, e rimise le dita dove erano, dunque poteva andarsene avanti come se non avesse dovuto fare altro, e così imboccò la prima stradina che gli parve davanti.

Arrivò alla locanda desiderata quando molti dei consumatori se ne stavano uscendo perché la città si stava bruscamente addormentando. Dentro rimanevano solamente alcuni bevitori e qualche donna che preferiva la compagnia lì piuttosto che a casa loro. Un gruppo di signore se ne stava in un angolo, assieme, e chiacchieravano quietamente come se non fossero interessate in ciò che avveniva fuori dal loro cerchio. Una di loro stava versando dell’acqua a un’altra rovesciando una brocca di vetro, mentre una terza teneva fra le mani un piccolo flauto e i capelli raccolti in due sezioni che stavano sul retro del capo. C’erano altre due donne, oltre alle tre che Alger aveva già visto, e quelle due parlavano fra loro, teste un attimo chine fra loro, come se si dovessero confessare qualcosa, oppure pettegolare. Ne guardò un paio ed ebbe la sensazione che avesse interrotto il loro convivio, dal momento che tutte cinque lo guardarono con uno sguardo indagatorio, prima di tornarsene a bisbigliare fra loro. Avevano, tute assieme, una bellezza quasi greca, come quella delle statue che aveva visto conservate in qualche palazzo dell’Impero. Cosa altro doveva vedere, lì dentro? Non c’erano molte altre persone capaci di mesmerizzarne il suo sguardo, e così si prese un tavolino solitario e cominciò a ripensare. In realtà, non smetteva mai di pensare, perché nel momento in cui smetti qualcosa nel mondo ti fotte, e non puoi fare altro che farti trascinare da una serie di eventi che è difficile da gestire, anche perché con l’ansia e la paura di chi è colto di sorpresa rischi di agire male di nuovo e di nuovo.

Doveva pensare a cosa fare dopo, a quando avrebbe preso la sua partenza per Lione e dopo per casa sua, in Ungheria. In momenti del genere, stanco e sfinito, sperava solamente di essere graziato dal caso e potersene tornare a casa. Tenere sempre i nervi saldi era difficile, assolutamente, in maggior misura quando si trattava di dover viaggiare in lungo e in largo senza potersi riposare per qualche momento. Sperava anche che non avesse commesso nulla di particolare mentre aveva viaggiato, visto che non doveva dar nell’occhio a nessuno. Stanco. Le ossa del collo scricchiolavano di volta in volta che Alger spostava la testa verso una qualsiasi direzione. La testa cominciava a essere leggera, tra l’altro, e così doveva far fronte ad un attacco di sonnolenza imprevisto e quasi paradossale, considerando che poche ore addietro aveva dormito. Era una cosa assolutamente incredibile, tanto da lasciarlo con la bocca aperta. Ah, no, la mandibola era pesante a causa degli sbadigli. Chiese un paté di carne e un quarto di pinta. Mangiò come conveniva a qualcuno che non mangia da tanto, ovvero ebbe finito il cibo ancora prima che il piatto venisse appoggiato sul tavolo. Pagò il conto e uscì. Come prima aveva visto lentamente le vie mentre le percorreva, ora con gli occhia assonnati distingueva solo vaghe forme, e così, in poco tempo, si ritrovò con la testa sul cuscino.

Notte, Alger. Sonno.

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