Sogno infranto

Serie: Sogno infranto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nicola e il padre Vito stanno costruendo la casedda. Hanno appena finito e appare un uomo a cavallo…

Nicola guardava suo padre. Era immobile nella stessa posizione da quando l’uomo se n’era andato. Accelerò il passo anche se le gambe erano rigide e pesanti.

Arrivarono alla casedda. Nicola vide la brocca rovesciata a terra con l’acqua che aveva creato una piccola pozzanghera.

«Ciao Vito, un uomo del Guercio, vero?»

«Ma che voleva papà? Ci son problemi?» chiese Nicola mentre un groppo di saliva gli stava chiudendo la gola.

Vito li guardò e non parlò subito. Poi spostò lo sguardo al carretto e disse:

«Non scaricare, puoi riportarli indietro».

Nicola sentì le gambe che gli cedevano.

«Ma che stai dicendo papà?»

«Domani mattina arrivano gli ispettori. Il Guercio non vuole tetti. Tutto giù».

Il ragazzo emise un urlo strozzato. Guardava suo padre negli occhi per cercare lo scherzo. Si girò verso Antonio, lui guardava verso il villaggio da dove si sentivano dei colpi secchi. Qualcuno aveva già iniziato a smontare.

«Ma domani mattina Teresa arriva, è tutto pronto…»

«Se non tiriamo giù non ci sarai tu qui ad attenderla» concluse Vito «forza, diamoci da fare».

«Se volete una mano» disse Antonio.

«No, vai pure facciamo noi. Vai ad aiutare i tuoi figli».

Nicola intanto si era seduto a terra e si teneva il viso tra le mani. Gli occhi si erano riempiti di lacrime e un succo acido gli riempiva la bocca. Si alzò di scatto e si girò verso suo padre.

«Ma…»

«Nessun ma, figliolo. Tu vai dentro la casedda. Io vado su a smontare il tetto, man mano che ti butto giù le pietre tu prendile e falle sparire nel fossato laggiù dietro agli ulivi».

«Ma non c’è un altro…»

Vito si girò, controllò che la mazza fosse ben fissata alla cinta e si diresse alla scaletta che avrebbe utilizzato per salire sul tetto.

Nicola non parlava. Guardò suo padre salire e poi entrò nella casedda. I rumori dei passi sopra di lui, come poco prima, solo più pesanti.

Poi i colpi, di nuovo metallo contro pietra. Un raggio prepotente di luce gli trafisse lo sguardo. Entrava impertinente dal buco nel centro del soffitto. Vide la mano di suo padre che teneva la grossa pietra appuntita sospesa sopra di lui.

«Arriva», disse Vito, e il pinnacolo atterrò a pochi passi da Nicola. Lo prese, lo guardò per un lungo istante. Soffiò la polvere dalla punta e lo portò fuori fino al fossato.

Fece vari giri di andata e ritorno. Ogni volta la porzione di cielo era più ampia, vedeva anche in controluce i capelli di suo padre che tirava e martellava le pietre. Gliele calava una per volta avvertendolo sempre prima di lasciarle.

Un rumore diverso scosse Nicola che alzò gli occhi di colpo e sentì l’urlo di suo padre. Una massa scura oscurò per un attimo la luce. Non era suo padre. Si lasciò cadere di lato e rotolò su un fianco. La bocca gli si riempì di terra e qualcosa di duro gli colpì un polpaccio. Strinse i denti con violenza e gli occhi gli lacrimarono.

«Nicola, rispondi per favore» gridava Vito sopra di lui.

Aprì gli occhi e tra la polvere e il dolore vide la testa di suo padre affacciata sul buco che una volta era stato il tetto.

«Tutto bene, solo un colpo alla gamba» e, con fatica, si alzò in piedi. Poggiava con dolore il piede a terra. Proseguirono il lavoro anche se il ritmo era rallentato. Usciva dal perimetro quando Vito lasciava cedere le pietre e poi rientrava per recuperarle e portarle via.

Impiegarono l’intero pomeriggio a smontare tutti gli anelli che componevano il tetto. Era ormai sera quando finirono. Non si vedeva nulla. Le pietre tolte erano tutte nel fossato. Nessuna traccia.

Tra gli ulivi sorgeva il sole. Nicola era seduto su un masso. Era lì dalla sera prima. Davanti a lui dei muri alti e spessi. Le pietre bianche e nude.

Un rumore dal fondo della strada. Si avvicinava inconfondibile. Uomini a cavallo. C’era l’uomo che era passato il giorno prima e con lui altri due cavalieri vestiti in modo uguale, un lungo mantello e il cappello ad ampie falde.

Passarono davanti a Nicola e non lo guardarono neanche. Uno disse:

«Solo pietre qui, niente case» e andarono avanti senza fermarsi.

Nicola li seguì con lo sguardo e quando sparirono continuò a fissare la strada. Teresa non sarebbe venuta. O forse sarebbe venuta e vedendo i muri diroccati se ne sarebbe andata.

Si alzò e andò verso le macerie. Suo padre era dietro di lui. Aveva in mano il pinnacolo, era l’unico pezzo rimasto integro da quella distruzione. Lo porse al figlio.

Nicola lo guardò e scosse la testa. Poi entrò nel perimetro dei muri tenendo la testa bassa. Diede un calcio a una piccola pietra che, rotolando, balenò per un attimo alla luce del primo sole. Era una chiancarella aguzza con una venatura azzurra.

Alberobello, 1647

FINE.

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Discussioni

      1. Sì, è vero! Anche a me capita di trovarmi in un posto che non è il mio (abito in campagna/collina) e rimaner affascinato da certi dettagli… poi viene voglia di scriverli 🙂