Solitudine

Serie: Triste Natale


Michele, un povero senzatetto, si ritrova alla vigilia di natale a vagare tra la neve e i rimpianti.

E così l’addolorato senzatetto procedeva nel suo lento incedere senza meta, passando davanti a finestre da cui gli arrivavano canti natalizi, risate, grida di bimbi e caldi odori di innumerevoli prelibatezze. In questa immagine quasi surreale, la neve iniziò a cadere un po’ più intensamente, posandosi in maniera delicata sopra i davanzali dove serpeggiavano verdi festoni e catene luminose.

Al secondo piano di un palazzo, Michele notò dietro la lastra di vetro di una porta-finestra un bambino con un maglioncino rosso che lo osservava con aria di curiosità e vivo interesse; forse si stava chiedendo cosa ci facesse quel povero disgraziato, lercio e infreddolito, giù in strada alla Vigilia di Natale, quando tutti in quel preciso momento erano in calorosa compagnia.

L’innocenza infantile è la forma più pura che ci sia.

Di certo il bambino non poteva concepire l’idea che, in quella desolante e gelida notte in cui si festeggia la nascita del Bambinello, ci fossero persone che invece di restare in calorosa unione umana disonorassero questa cerimoniosa consuetudine andandosene in giro tra il nevischio e lo squallore. Perché a volte, senza pensarci, si dà subito per scontato che nella notte di Natale ogni persona abbia qualcuno accanto a sé.

In quell’esatto momento, dietro alle porte dei vari domicili, si svolgevano le azioni più amorevoli. C’era chi si curava dei bimbi piccoli, attento a non far sgraffignare dolciumi di nascosto prima di cena; padri che sedevano con i pargoli sulle ginocchia dinanzi al focolare raccontando loro dolci fiabe antiche. Figli che accudivano gli anziani genitori trascorrendo con loro questi giorni festosi e godendosi tutto il loro amore, perché non si sa mai cosa riserverà il prossimo Natale. Poi c’era chi, magari perché lontano dai propri cari, passava questa giornata in amicizia, tra chiacchiere e spiritosi aneddoti di giorni andati. Anche negli ospedali i sofferenti pazienti avevano il proprio compagno di letto con cui parlare ed espletare i propri patemi, almeno per questa peculiare sera.

Sì, perché in tale singolare notte ricca di convenzioni, viverla con qualcuno accanto è più tollerabile. In questa notte la compagnia non è mai abbastanza, perché se si resta soli la mente tende a ingarbugliarsi nella totale e indissolubile disperazione; ed è per questo che si cerca una qualsivoglia distrazione, anche il più banale svago, anche se corrisponde a una smaccata finzione. Alla fine a chi importa: basta solo tenere il cervello affaccendato, sottraendogli i momenti riflessivi; altrimenti ci si ammala di nostalgia, di una forma aggressiva di solitudine, e ci si ritrova a struggersi per quei tempi che non ritorneranno più e che ormai sono sepolti sotto immani cumuli di neve di tutti i Natali passati.

Si pensa sempre che qualsiasi essere umano a Natale sia con qualcuno, con volti amati. Magari seduti a vasti deschi colmi di varie leccornie. E che le guerre, almeno per la notte di Natale, cessino di esistere — una tregua quasi deferenziale — e che persino i malati avvertano un lieve fiorire di forze, che iniziano a covare illusorie speranze, le quali si spengono puntualmente con la fine del Natale; ma che almeno ci hanno creduto, anche se per una sola, singola notte.

Michele riemerse dai propri pensieri e alzò la mano destra in segno di saluto. Il bimbo continuò a osservarlo per qualche altro istante, poi il senzatetto lo vide levare un braccio a sua volta e vergare la parola “ciao” sulla leggera condensa formatasi sul vetro; poi poggiò la sua piccola mano sulla vetrata, di fianco all’amichevole saluto, dove esili cristalli di ghiaccio si posavano con delicatezza, dissolvendosi all’istante in esigue lacrime che scivolavano piano a rigare la tremante finestra.

Il senzatetto non afferrò subito il senso di quella parola perché dalla strada la leggeva riflessa a specchio, ma quando riuscì a comprenderne il significato, un lieve sorriso gli increspò la barba incolta e imbrattata di vissuto. Subito dopo una donna entrò nell’inquadratura luminosa della finestra, disse qualcosa al bambino e questi si allontanò con un sorriso, scomparendo insieme a lei e lasciando nel rettangolo luminoso solo la fremente sequenza delle lucine natalizie.

Michele scrutò le quattro lettere ancora per qualche istante e poi continuò il suo triste viaggio, trascinando faticosamente i piedi intirizziti, un passo alla volta, lasciandosi dietro pesanti solchi che andavano a intaccare il lucente manto biancheggiante come due profonde ferite. Davanti ai suoi occhi la strada era completamente ricoperta di neve, un bianco e puro lastrone privo di imperfezioni o crepature, che donava la strana sensazione che qualche mano invisibile avesse steso dinanzi a lui bianche lenzuola per l’intera città, perdendosi nel buio della lontananza oltre i coni luminosi dei lampioni.

Con un macigno sul cuore continuò ad avanzare, come se volesse fuggire da tutto quel Natale, una festa che non gli apparteneva più. Oltrepassava bui vicoli e silenziosi spiazzali, con passo un po’ più traballante: iniziava ad avvertire la fatica e la debolezza ripercuotersi in tutto il corpo tremante di freddo.

Quella fatidica notte tutto si presentava ai suoi occhi con eccessiva flemma, simile a un’infinita indolenza nell’esistenza, come se tutto dovesse durare per anni e la magia non potesse esaurirsi in una sola notte.

Continua...

Serie: Triste Natale


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Discussioni

  1. Il ritratto del senzatetto e molto toccante a contrasto con le famiglie felici e le luci scintillanti di una città natalizia.
    Hai una scrittura poetica e molto evocativa.
    Un bell’episodio👏🏼👏🏼

  2. Questo capitolo mi ha fatta riflettere su quanto il Natale possa essere un momento di gioia per alcuni e di grande solitudine per altri. La contrapposizione tra la felicità che si respira dentro le case e il gelo della strada è davvero potente. Mi colpisce soprattutto l’immagine del bambino che saluta il senzatetto. Un piccolo gesto di innocenza che, purtroppo, non cambia la realtà di Michele, ma gli dà un momento di calore umano.
    La neve, che sembra coprire tutto con una sorta di “maschera” di perfezione, diviene la metafora dell’apparire felici ‘fuori’ quando invece ‘dentro’ ci sentiamo lontani e soli.