Solo l’inizio

Serie: Ombre e sussurri dal passato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La noia, non è qualcosa di negativo ma un privilegio. Solo chi ha tempo e stabilità può permettersi di annoiarsi senza ansie legate a urgenze o necessità.

La lettura del libro della donna con occhi azzurri proseguiva intensa. Leggendo, le immagini prendevano forma nella sua mente. Le parole del romanzo la trasportavano in una realtà vissuta. Come tanti, cercava di sfuggire dalla sua vita quotidiana attraverso le pagine di un libro. Era un racconto semplice, ma ogni capitolo svelava una nuova dimensione della vita dei protagonisti. La luce della lampada accanto a lei illuminava le pagine, mentre il resto della stanza rimaneva immerso in una penombra rassicurante.

La donna sfogliava la carta con impazienza, desiderosa di scoprire cosa sarebbe successo dopo. Sentiva una connessione profonda con il romanzo, come se la sua vita, da una pagina all’altra si sarebbe intrecciata nella storia. Il telefono, custodito in una custodia elegante e luccicante, era diventato un elemento di disturbo. Le notifiche continue interrompevano il flusso della lettura: messaggi di qualche gruppo, aggiornamenti dai social, chiamate indesiderate. Esasperata, lo mise in modalità silenziosa e lo spinse fuori dalla sua portata, facendolo sparire dalla vista. Quell’azione era insolita per lei. Nella vita e persino durante gli studi, non riusciva mai a separarsene, ma questa volta fu diverso: sembrò semplice, quasi liberatorio, come allontanare qualcuno che non significava nulla. Il telefono, per quanto utile, era diventato più di uno strumento indispensabile: una dipendenza. La lettura non era una fuga dalla realtà, anche se ne aveva il potere. La noia, per chi poteva permettersela, era un lusso, un rifugio sicuro in cui far riposare i pensieri, cullandoli tra le pagine di un’altra vita.

Il tramonto dell’estate si avvicinava implacabile, portando con sé sentimenti contrastanti: per molti, un dispiacere, per altri, un sollievo. Avevo sperimentato sulla mia pelle quanto potessero essere opprimenti il caldo e il sole, soprattutto quando associati al lavoro. Spesso mi venivano assegnati i compiti rognosi, quelli da gavetta, che svolgevo all’aperto sotto il sole cocente.

Impossibile sudare, perché il sudore evaporava subito, lasciandomi prosciugato più che asciutto. Era terribile, a volte insopportabile, ma resistevo in silenzio. Avevo bisogno di quei soldi, anche se la fierezza che provavo veniva spesso sopraffatta dalla stanchezza.

A casa, la situazione non era miracolosamente migliorata. Contribuire al sostentamento della mia famiglia, insieme a mia madre, era diventato opprimente. Sentivo il mondo sulle spalle, una responsabilità che i miei amici non potevano comprendere. Anche loro non navigavano nell’oro e avevano problemi, ma i genitori se ne prendevano cura, assecondavano bisogni e capricci.

Ero io che li vedevo come capricci, magari non lo erano. Vedevo molte cose superflue. All’epoca non comprendevo i miei sentimenti. La rabbia mi consumava molto lentamente, lo sapevo. Mi sembrava di ingoiare ansia e paura, di non essere all’altezza di nulla. Ero accecato dalla frenesia di vivere, frenato dalla miseria, incapace di riconoscere le mie capacità e di riflettere. Lasciavo solo che qualcosa di sbagliato ma, necessario per me, diventasse il canto di una sirena. Avrei fatto cose brutte. Ogni mio tumulto interiore si assopiva con la presenza di Ellen. Ero io ad impormi su me stesso urlando BASTA.

Lei era l’unica persona che mi incoraggiava, anche se il suo supporto, da lontano, spesso risultava difficile da percepire.

Ero esausto: andavo a letto tardi la sera e mi alzavo troppo presto la mattina. La consuetudine mi stava debilitando: il mare dopo pranzo, le serate con Ellen. Temevo che, se mi fossi arreso, l’avrei persa. Trovavo un sollievo momentaneo nei fine settimana, un breve respiro dai doveri che non mi appartenevano ma che avevo accettato con gratitudine. Con quei pochi soldi, riuscivo ad essere autosufficiente, un’umile soddisfazione che si mescolava a una profonda vergogna. L’ingiustizia del mio destino mi faceva sentire inferiore, sfortunato. Perché io? Perché Ellen?

L’estate sarebbe finita da li a poco, il pensiero di lavorare sempre meno mi inquietava. Il pensiero di non poter lavorare non potevo permettermelo. Bramavo quello che vedevo intorno a me, anche attraverso il filtro dei social: lusso e sfarzo. Erano incubi. Avrei voluto affrontare i problemi con le tasche piene. Tenevo tutto dentro nell’oscurità.

Ellen era convinta che lo studio avrebbe cambiato la sua vita e cercava di incoraggiare anche me, inutilmente. Era adorabile nei suoi tentativi. Tenevo segreto il mio cambiamento di indirizzo di studio, un segreto che mi ardeva dentro insieme alla felicità che mantenevo per lei. 

Sapevo che esistevano modi più facili, meno faticosi per vivere, e la tentazione cresceva alimentata dalla fatica. Ma accanto a Ellen, questi pensieri svanivano. Non ero convinto di affrontare il liceo. Pur di stare con lei, ci avrei almeno provato. Ero alla ricerca della mia identità tra tumulti interiori, fatica e l’incognita Ellen.

 

Osservando il mio capo e i clienti, notavo che i più facoltosi erano spesso i più tirchi. Si comportavano come se tutto fosse loro dovuto, e il capo li assecondava come fossero bambini, per poi parlarne male alle spalle. Odiavo quelle false lusinghe, quei sorrisi meschini. Tuttavia, alcuni clienti mi trattavano bene e lasciavano sempre una mancia. Uno in particolare, figlio di un sicario della mala ora in carcere a vita, sembrava sperperare soldi sporchi. Eppure, con me era sempre educato. Questa contraddizione mi faceva riflettere su quanto le apparenze potessero ingannare. Non giudicavo le persone solo dal loro passato o dalla reputazione. Ero forse attratto da quel mondo o avevo visto troppi film?

Ellen e io avevamo consolidato un legame forte, scandito da una routine che includeva momenti di svago nei fine settimana. Avevamo inventato un gioco: camminavamo senza meta per le vie del paese in cerca di un angolo dove baciarci, cercando sempre di passare accanto al fratello di Ellen. Ogni volta che le nostre labbra si toccavano, il desiderio di accarezzarla con dolcezza e cercare avidamente il suo corpo mi sopraffaceva. Lei mi fermava sempre, e io non osavo insistere. Nei suoi occhi, la luce svaniva. Il nostro legame era forte ma privo di un vero rapporto sentimentale. Facevo finta che mi andasse bene, preferendo quel poco piuttosto che niente. Poi lei, ribaltava la situazione, fuoco negli occhi, dal niente cercava il mio corpo, la spiaggia, le forti emozioni. Con lei era tutto sempre indimenticabile, quasi magico, fin troppo da sembrarmi irreale.

 

Avevo instaurato un bel rapporto con Andrea Melluso, detto Limoncello. Il figlio del sicario della mala che marciva in prigione. Portava spesso in officina motorini di piccola cilindrata, moto e auto. Mi chiedeva di smontare un componente, di montarlo su un altro, di cancellare qualche codice. Il tutto alla finta insaputa del capo. Andrea aveva l’abitudine di portare o lasciare pagata una consumazione al bar. Mi dava sempre una mancia ed io facevo finta di non sapere quello che facevo. Ultimamente non lo vedevo più giare con la sua Opel Gsi, di sfuggita lo avevo intravisto su una Bmw serie tre coupé nero.

Era passato un po’ di tempo da quando avevo compiuto lo sfregio all’auto. Quel pomeriggio il tizio si presentò in officina, parlò con il capo, cercava un bravo carrozziere. Lo ignorai, ridevo tra me e me. Era davvero soddisfacente, perché? Mi chiamò con quel tono presuntuoso, e forse persino minaccioso.

“Controllami le gomme…” disse. Poi iniziò a sparlare di tutto e tutti, del paese, delle strade, del mare, dell’aria sana che respirava.

“Se non ti piace vattene!” replicai con tono sfacciato e seccato. Non guardai l’uomo ma, il mio capo. Speravo mi dicesse qualcosa, avrei risposto a tono anche a lui e accettato le conseguenze.

Invece rimase solo il rumore dei miei passi, il rumore con qualche problema di un motore accesso, lo scoppio del tubo dell’aria quando levai il manometro per riporlo. Appena il tizio della Bmw se ne andò, il capo mi disse che sarebbe venuto l’indomani e che lui avrebbe portato l’auto da un carrozziere suo amico, io sarei rimasto solo per qualche ora. Rimanevo spesso solo quando lui doveva andare a comprare i ricambi o altro.

Poco dopo, a bordo della sua nuova auto, fece la sua comparsa in officina Andrea Melluso. La macchina era chiaramente usata, tenuta molto bene. Gli serviva una diagnostica.

“Dovrebbe essere tutto ok. Comunque bell’auto. Dovresti cambiare i cerchi.” Gli dissi, sincero del complimento.

“Eh, lo so. Costano un botto. Quello che mi ha venduto la macchina li vendeva a parte i cerchi diciotto.”

Notai la nota di delusione nella voce di Andrea Melluso. Forse anche per i criminali erano tempi magri. Bisognava risparmiare o la vita diventava sempre più cara?

Immaginai l’auto che avevo sfregiato, quella di Andrea ed io che contavo dei soldi. Poi l’oscurità, delicata, soave, aprì la mia mente. Inizialmente la sensazione era come una bella vita senza pensieri. Ma io cosa ne potevo sapere?

“Dammi 600€, qualche giorno e ti procuro dei cerchi diciotto,” mi fermai un attimo a riflettere su quello che stavo per dire, “neri!” Aggiunsi incerto. Abbastanza convincente da averlo fatto sorridere. Totalmente sbalordito di quello che avevo detto. 

Si avvicinò e mi strinse la mano. “Ti fai sentire tu?”

“Sì.”

Avevo appena stretto un patto con il diavolo. Avevo sbagliato. Tuttavia, la consapevolezza iniziò a scorreva forte nelle vene.

Sovrastava con prepotenza il barlume della ragione, mi scaraventò dal baricentro sicuro dei miei pensieri. Non dovevo avere esitazioni.

Serie: Ombre e sussurri dal passato


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Discussioni

  1. Il finale ha il sapore di un punto di non ritorno e lascia con la curiosità di scoprire cos’è avvenuto successivamente nel passato del protagonista.
    La storia continua ad intrigare.

  2. mi associo a Cristiana, bellissimo questo nuovo “tuffo” dentro il romanzo, da un respiro tutto nuovo all’intera serie. Interessante la parte finale, spunta un nuovo particolare che mi incuriosisce.

  3. È stato molto interessante leggere, nei due episodi precedenti, la genesi del romanzo. Capire come è nato e scoprire l’intreccio di passione e lavoro fra lo scrittore e la talent scout. Uno squarcio del mondo dell’editoria. E poi, nuovamente un tuffo nel romanzo in cui ci regali un altro pezzettino di storia. Scritto sempre molto bene, con il tuo stile elegante e ordinato.