Sospetto spam

Sono seduto sul divano in soggiorno. Il telecomando in mano, il televisore spento. Sono stanco e vuoto. Poggio la testa contro lo schienale, chiudo gli occhi. Rivedo il legno lucido della bara trasportata a spalla da quei ragazzoni eleganti. Il breve corteo verso il cimitero. Forse piove. Il prete mi guarda mentre parla e gesticola, io non sento nulla. Poi il momento peggiore: il saluto. 

Il distacco. 

La lascio lì, in quel loculo freddo e umido. Sola. Unica consolazione, le peonie colorate e cariche di petali. Lei le adora.

Sento una presenza e apro gli occhi. La vedo. Il viso deformato dal pianto, gli occhi arrossati. I suoi occhi magici che cambiano colore. I capelli lunghi, ondulati, color bronzo. Le labbra carnose. Si è già cambiata, indossa il pantaloncino corto e la felpa che usa come pigiama. In piedi, longilinea, magra, atletica. È una sportiva. La conosco da quando aveva otto anni, non è mia figlia ma l’ho vista crescere. La figlia di mia moglie. È bellissima anche quando piange. Mi alzo, mi avvicino piano e la abbraccio. Rimane immobile ma si lascia abbracciare. In quattordici anni di vita insieme non si è mai lasciata abbracciare. È sempre stata refrattaria ad ogni forma di manifestazione affettiva fisica. Anche con sua madre.

«Mi manca» dice in un sussurro.

«Lo so. Manca tanto anche a me.»

Le accarezzo il viso. Ora i suoi occhi sono grigi con striature verdi e nocciola. Le sistemo una ciocca ribelle dietro l’orecchio. La prendo per mano, si lascia guidare. Ci sistemiamo sul divano. Si siede accanto, accovaccia le gambe sulle mie e poggia la testa sul mio petto.

Come sua madre.

Dalla sua testa sale un profumo leggero di shampoo alla frutta misto all’odore del cuoio capelluto.

Come sua madre.

Quell’odore sale dalle narici e mi arriva dritto al cervello. Dal cervello si diffonde in tutto il corpo, io ne sono ostaggio. Con la mano accarezzo la sua coscia liscia e tornita. Sono come assetato, la sua pelle mi disseta. La mia mano induce sulla coscia, lei si rilassa. Forse non piange più. Ho un’erezione incontrollabile, sono certo che lei la sente. Le bacio la fronte. Il suo sapore è diverso. Ha gli occhi chiusi, le ciglia bagnate. La bacio sul viso. Non reagisce ma sento che le piace. Sento che ne ha bisogno. Senza parlare mi dice che ne vuole ancora. Le sfioro le labbra con le mie. Sono calde e turgide. La mia mano, lentamente, si infila tra le cosce calde. Non oppone resistenza. Con l’indice ed il medio premo delicatamente contro il suo pube. Irrigidisce la schiena con un piccolo scatto all’indietro, poi si rilassa. Divarica leggermente le gambe, si offre. Sento l’umidità della mia erezione, potrei esplodere da un momento all’altro. Con l’altra mano la afferro per la nuca e la sdraio supina. Io in ginocchio tra le sue gambe, lei sempre con gli occhi chiusi. Infilo entrambe le mani sotto la felpa. Risalgo lentamente l’addome snello e teso. I seni sono piccoli e sodi. I capezzoli sono carnosi, sorprendentemente grossi per quel seno così piccolo. Quando li pizzico tra indice e pollice emette un gemito di piacere. Continuo a massaggiarle i seni e i capezzoli, credo che non sia qui con la mente. Credo sia in un mondo lontano, al riparo dal dolore della perdita. Con le mani scendo fino ai fianchi, infilo le dita sotto l’elastico del pantaloncino, lo sfilo. Sotto non indossa biancheria. Il suo pube è gonfio, ricoperto di peli scuri e fitti. Il contrasto con la pelle bianca ed i capelli chiari mi ipnotizza. Inizio a tremare. Non riesco a distogliere lo sguardo da quel monticello scuro. Timidamente avvicino la mano, con le dita esploro la fessura. È calda, umida, lubrificata. Massaggio con più vigore. Cerco avvallamenti, solchi, aperture. Ad ogni mio movimento geme, gli occhi ancora chiusi, la bocca semiaperta. Le sollevo la felpa e avvicino le labbra al seno. Lo bacio. Succhio il capezzolo, lo lecco. Uno strano sapore acido si scioglie nella mia bocca. Sfilo le dita dalla sua fessura viscida e spalmo il succo del suo sesso sul capezzolo. Ora il sapore è un misto dolce, salato e acido. Con le mani mi afferra la testa, con le unghie mi graffia la nuca. Lentamente mi spinge verso il basso. So cosa vuole. Mentre mi avvicino sento l’odore del suo sesso caldo intrufolarsi nelle narici. Con il mento sfioro appena i peli del pube. Schiudo le labbra per succhiare quel frutto esotico e succoso.

Improvvisamente lo squillo fastidioso del cellulare mi interrompe. Ho il pene duro come la pietra, il pigiama umido, leggermente appiccicoso.

«Ma chi è a quest’ora?» chiede mia moglie con la bocca impastata di fianco a me, sotto il piumone.

«Che cazzo ne so!»

Mi metto seduto sul letto, mi alzo, seguo i trilli insistenti per trovare il cellulare nascosto chissà dove.

Lo trovo.

Sul display leggo: Sospetto Spam.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Erotico

Discussioni

  1. Scritto in modo efficace con uno stile che ho imparato a riconoscere. Siamo innocenti dei nostri sogni? Sì e no. Ma dobbiamo per forza gettarli nel cestino della spazzatura? Assolutamente no.
    Soprattutto un sogno come questo, indotto forse proprio dallo squillare del telefono, che il protagonista cerca di trasformare, per non svegliarsi, in una visione onirica che gli rivela tensioni erotiche rimosse (o inesistenti, non so). Freud diceva che “il sogno è il guardiano del sonno”. In questo caso ha fatto il possibile ma ha dovuto cedere, come tutti i sogni, a una realtà più prosaica e ordinaria.
    Ma la “ninfetta” ritornerà, io credo.