
Sotto i castagni
Il bastone lo precedeva di mezzo passo, mentre Tito lo seguiva poco più indietro, con il muso abbassato e la lingua che sfiorava terra. Il pomeriggio stava finendo, le ombre degli alberi si sdraiavano sulla polvere e sui ricci secchi che coprivano la strada. Arrivò dove la strada curvava e tornava verso il paese, da lì a casa erano poco più di cinque minuti. Si immaginò il profumo umido dello stufato accoglierlo già all’ingresso e sua figlia ai fornelli, che lo saluta e gli chiede come stia senza voltarsi, per paura di bruciare qualcosa. Sentì una morsa allo stomaco.
Abbassò lo sguardo verso Tito, quando l’aveva preso era ancora un cucciolo, e anche lui era un po’ meno vecchio.
Come tutti i cuccioli era pieno di energie, per evitare che gli devastasse il giardino lo portava a fare passeggiate che duravano ore. Seguendo l’istinto da bracco il cane si lanciava dietro qualsiasi cosa si muovesse, dalle lepri alle volpi e stava via anche delle mezz’ore, ma alla fine tornava sempre.
Ora era troppo stanco perfino per staccarsi dalle gambe del padrone e sentiva la necessità di uscire solo perché era stato educato a non sporcare in casa.
Il sentiero che avevano fatto ogni giorno per quasi dieci anni incominciava poco più avanti, si staccava dalla strada principale a metà della curva e spariva tra i castagni.
– Che dici, te la senti? In memoria dei vecchi tempi.
Tito era un cane fedele e non avrebbe mai detto di no.
In mezzo agli alberi sembrava che la cappa umida dell’estate non se ne fosse ancora andata, l’aria fresca che soffiava sulla strada lì non arrivava e dopo neanche un centinaio di metri si sentiva già la canotta appiccicata alla schiena. La cosa però non lo infastidiva, era una sensazione familiare che gli portava indietro la mente, fino alla prima volta che aveva percorso quei passi, quando aveva ancora i capelli e pochi peli sul petto, quando a farlo sudare non era il caldo o la fatica, ma Lele.
Si trovavano sempre in piazzetta, entrambi arrivavano assieme alla propria compagnia ma provavano troppa vergogna ad abbandonare gli amici per appartarsi in un angolo e si limitavano a guardarsi, anche per ore, aspettando che l’altro facesse qualcosa. Quella volta era stato lui, dopo circa mezz’ora, a prendere una timida iniziativa, dicendo agli amici:
– Vado a bere qualcosa al bar.
Appena arrivato al bancone una mano gli si era posata sulla spalla e si erano seduti a un piccolo tavolo in fondo al locale, lontano dalla vetrata. Gli amici non erano venuti a cercarli. Quando ormai tutti quelli che conoscevano se n’erano andati, Lele disse che si era fatto tardi e lui si era offerto di accompagnarla.
Arrivati davanti al cancello di casa lei non si fermò e lui incominciò a sudare.
Attraversarono il paese senza dirsi nulla, lui non aveva neanche più il coraggio di guardarla e con gli occhi vagava tra i comignoli e le stelle.
Arrivati all’inizio del sentiero Lele gli prese la mano, fu il brivido più piacevole della sua vita, poi pensò che forse aveva paura, di notte, nel bosco e allora la guardò cercando di sorrise per confortarla.
Non aveva paura e sembrava anche meno nervosa di lui. Vide una goccia di sudore scivolarle lungo la guancia e provò il desiderio di asciugarla con le labbra, ma l’imbarazzo lo trattenne e tornò a guardare le stelle.
Continuarono a non dirsi nulla, ma non si lasciarono. Arrivarono fin dove gli alberi si aprivano leggermente attorno a un masso dalla cima piatta. Lele vi si sedette sopra, da lì era poco più bassa di lui. Gli appoggiò il viso sul petto, lo circondò con le braccia. Lei fece lo stesso e iniziò a far scivolare lentamente la mano tra i riccioli bruni. Avrebbe voluto essere sicuro di sé in quel momento, sembrare un uomo forte, ma tremava. Trattenendo il fiato le sfiorò il collo con la punta del naso, vi appoggiò sopra le labbra.
Lei lasciò andare la presa e gli afferrò dolcemente la mano, lui si ritrasse leggermente, davanti non aveva più la ragazza di cui si era innamorato, ma la donna dai riccioli bianchi con cui aveva passato la vita, ancora più bella.
– Non puoi restare qui per sempre, devi tornare indietro e dirglielo. Orami è quasi sera, si starà anche preoccupando.
– Lo so.
Chiuse un istante gli occhi umidi e quando li riaprì accanto a lui c’era solo Tito.
– Andiamo.
Arrivarono a casa che stava tramontando, appena entrò fu accolto dal profumo umido dello stufato.
– Hai fatto un giro più lungo del solito.
La figlia gli dava le spalle, troppo preoccupata di bruciare qualcosa per voltarsi.
– È Tito che è diventato lento.
Il cane si era già fiondato sul suo cuscino in soggiorno, lui si sfilò le scarpe per prendersi ancora qualche secondo.
Entrò in cucina e si sedette dietro la figlia.
– Devo dirti una cosa.
Lei voltò la testa.
– Dimmi.
– Stamattina son passato dal dottore, sono arrivate le analisi.
La figlia appoggiò il mestolo sul bordo della padella e si voltò completamente. Aveva gli stessi riccioli della madre, ma il biondo l’aveva preso da lui.
– E quindi?
Si teneva al bordo del fornello come se avesse paura di cadere.
– Eh…
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una tragitto di ricordi fra due amici ( cane e padrone ) nello spazio fisico di una passeggiata, un amore non spento e un bambino in arrivo: esseri umani.
Un racconto che ispira tenerezza, un po’ malinconico, ma delicato e piacevole.
Per tanti motivi questo racconto mi ha colpito. Ha tutti i “ganci” per arrampicarsi bene su per i sentimenti del lettore fino in cima e li hai usati benissimo. È molto bello, complimenti.
Credo che l’espressione usata da @franci Francesca calzi alla perfezione: tristissima meraviglia.
Perché è proprio ciò che è: un racconto incredibilmente triste, ma, al tempo stesso, incredibilmente bello, in grado di toccare quelle particolari note nell’animo lettore, al richiamo delle quali non si può non provare empatia per il personaggio e ammirazione per il testo.
Davvero bravo!
Che tristissima meraviglia! Ho, come si dice dalle mie parti, i penoti d’oca.