Sotto la luna piangente

L’acqua può suscitare nelle menti più sensibili un incanto al quale non sempre si attribuisce una spiegazione razionale. Chiunque riconosca nel mare, nei laghi, nei fiumi e nei ruscelli qualcosa di inesplicabilmente affascinante, è dotato di un grande senso della bellezza, nonché di un particolare gusto per tutto ciò che è circondato da un alone di mistero. L’oceano stesso costituisce un esempio efficace per avvalorare quanto affermo: esso non è forse così assolutamente attraente proprio perché non lo si può conoscere in tutta la sua profonda interezza? Con una più ampia visione, questa connotazione la si può anche conferire alla vastità del cosmo, giacché la ragione per cui quest’ultimo ha sempre esercitato sull’Uomo un fascino di grande intensità, deriva solo dal fatto che, essenzialmente, egli non sa nulla sui suoi riguardi. Ed ancora, se si pensa al desiderio di apprendere tutti i segreti che la psiche umana nasconde, di comprenderne appieno il funzionamento, ci si accorge ben presto come quest’ambizione non scaturisca da nient’altro che un’ignoranza di fondo, senza la quale non rimarrebbe nessuno stupore di cui godere. Se fosse possibile decifrare il vero significato che si cela dietro certi misteri, allora sarebbe al contempo impossibile estasiarsi dinnanzi ad essi. Per tal motivo io credo che il mare, l’universo e la mente siano accomunati molto più strettamente di quanto l’apparenza lasci intendere, e che i primi due siano soltanto ombre, riflessi, forse sogni; ma pur sempre mere manifestazioni di ciò che il pensiero non conosce e non può conoscere davvero.

Talvolta, però, accade che il mare trascini con sé parte di quei primordiali segreti che custodisce, e che questi si miscelino con la flora e la fauna dell’entroterra per poi entrare in contatto con popoli le cui culture sono tanto primitive da riuscire a interpretarli; in seguito, da tali interpretazioni possono nascere storie e leggende capaci d’incedere attraverso il tempo senza che vengano dimenticate durante il loro cammino, ed anzi in grado d’alimentarsi di generazione in generazione. Se infine le credenze sono abbastanza radicate nelle menti di chi le ospita, esse possono modellarsi secondo i disegni suggeriti dalle fantasie e dai sogni, trasmigrando dal regno di questi ultimi al dominio del tangibile.

Quando mi capita di raccontare le vicende che sto per elencare, queste vengono sovente etichettate come fantasticherie di poco conto, farneticazioni di un folle al quale è meglio non prestare ascolto. Accuse del genere sono agevolate dal fatto che nessun altro uomo ha fatto ritorno dall’incidente cui sono stato testimone, ed è facile intuire come le parole di un singolo vengano considerate minormente rispetto a quelle che potrebbe condividere un gruppo; tuttavia non mi auspico certo di convincere nessuno, dunque eviterò di riporre interesse nel giudizio dei lettori riguardo ciò che mi accingo a scrivere.

Gli episodi vedono il loro inizio quando una squadra di operai, di cui io facevo parte, fu incaricata di bonificare un’intera palude che tutt’oggi separa un anonimo villaggio di pescatori dalle sponde del grande oceano. Lo scopo – così ci fu detto – sarebbe stato quello di sgomberare l’intera area in favore dello sviluppo urbano; quella, infatti, è una fra le poche zone della regione che ancora resiste all’avanzare della civilizzazione. Ma è in questi luoghi, dove le persone sono ancorate al passato e alle vecchie tradizioni, che sopravvivono i miti e i culti proibiti, ai quali consegue inevitabilmente non poca diffidenza nei confronti della modernità cui sono portatori gli stranieri. Com’è dunque lecito aspettarsi, al nostro arrivo, noi tutti non conoscemmo cordialità né ospitalità in quanto fummo accolti in maniera davvero sgradevole; e quando gli abitanti, dai cortili e dalle finestre dei loro ruderi, notarono gli accampamenti appena al di fuori del villaggio e di poco inoltrati nella palude, ci osservarono con maggior disprezzo e, dopo aver scosso il capo, sparirono oltre la soglia di casa.

Ho ragione di supporre che quella gente ci avrebbe scacciato con la forza molto volentieri, se avesse potuto; ma al ricordo di ciò che intravidi la notte in cui fuggii, in preda allo stesso terror panico che oggi non mi permette più di godere delle bellezze naturali offerte dalle selve e dagli specchi d’acqua, mi convinco che fu proprio l’aleggiante clima di timore a modellare tali aberrazioni della fantasia.

Dapprincipio ignorammo i bizzarri atteggiamenti che i retrogradi pescatori ci rivolgevano; la nostra concentrazione era invece doverosamente rivolta verso la palude e i lavori che avremmo dovuto compiere per prosciugare quel territorio che regolarmente veniva inondato dalle maree. Tuttavia ritengo di poter affermare – più o meno convinto – che nessuno del gruppo fosse del tutto scevro dal nervosismo, per quanto quest’ultimo venisse abilmente mascherato. Dico questo, poiché lentamente, con lo scorrere dei giorni, l’irrequietezza prese a manifestarsi non solo durante la veglia, bensì anche nei sogni che accompagnavano il sonno notturno, i quali si facevano sempre più angoscianti. In un primo momento nessuno fra noi volle ammettere apertamente i propri turbamenti, ma ben presto divenne chiaro quanto l’agitazione generale stesse condizionando tutti gli uomini; cosicché, una sera, ci radunammo attorno ad un focolare per discutere sulla situazione.

Molti erano i dubbi che ci attanagliavano, dacché eravamo impotenti di fronte a quelle circostanze. Il nostro incarico era quello di drenare l’acquitrino, e sarebbe stato assurdo anche solo pensare di sospendere i lavori per via di timori perlopiù ingiustificati; infatti, non vi era un solo uomo fra noi che fosse in grado di definire con esattezza le ragioni della propria ansia.

Trascorsero non più di due settimane, quando gli incubi del villaggio cominciarono ad emergere dagli stagni e dalla vegetazione della palude. Il primo episodio accadde mentre io ed un mio compagno eravamo rimasti soli nei pressi della diga che la squadra stava edificando, a qualche passo dalla sponda del mare. D’un tratto, Jeremy – tale era il suo nome – mi suggerì di gettare lo sguardo fra le onde, affermando di scorgere qualcosa in mezzo all’acqua. Quando assecondai il suo consiglio, io non ebbi modo d’osservare alcunché di particolare; allora interrogai l’uomo circa l’aspetto generale di ciò che avesse visto – o che ebbe creduto di vedere –, ma in risposta ottenni solo parole confuse che mi suonarono assai strane e prive di senso; cosicché insistetti maggiormente, denotando il fatto che non avessi compreso nulla di quanto da lui espresso, e questa volta s’apprestò a rassicurarmi dacché incolpò la sua immaginazione e il brutto scherzo giocatogli da quest’ultima. Tuttavia, durante le ore successive, non potei fare a meno di notare un visibile cambiamento nei comportamenti di Jeremy, perché dava come l’impressione d’essere profondamente scosso, molto più di quanto lo fosse prima di quell’avvenimento. Non seppi mai cos’avesse intravisto fra le acque, quel giorno; e lui non è sopravvissuto per poterne parlare ancora.

Gli episodi successivi furono un crescendo d’inquietudine dal quale nemmeno io fui esente: si parlava d’avvistamenti di bizzarri animali fra le erbe e gli arbusti, strani pesci antropomorfi che nuotavano sul fondale, e una volta mi capitò di scrutare un uomo intento a suonare un flauto nei pressi del villaggio, ma che subito fuggii tra gli alberi con le movenze e la rapidità di una bestia. Se in principio vi fosse stato qualche sospetto che dietro ai nostri timori si celassero gli scherzi di cattivo gusto di quella popolazione di pescatori, intenzionata a recarci noia, ora tale idea sarebbe stata davvero difficile da condividere.

Alla fine, tutto culminò in una notte di luna piena. Fuori dalla tenda, gli unici rumori che infrangevano il silenzio erano il gracidare delle rane e i versi degli uccelli; finché questi non furono soverchiati da quella che mi parve una melodiosa armonia – risonanze di flauti che mi ricordarono lo strumento udito pochi giorni prima. Poi si aggiunse un rullo di tamburi cadenzato, al quale si unì in fretta una voce piangente, animata da uno spirito di malinconia. Nell’udire una simile composizione, subito immaginai di ritrovarmi in uno dei sogni che tanto mi avevano tormentato fino a quel momento; ma ahimè, ciò cui assistetti quella notte era tremendamente reale!

Quando realizzai di essere desto, il mio primo desiderio fu quello di fuggire via da quell’aberrato luogo nato dalla congiunzione fra i segreti oceanici e gli orrori della mente; e così feci. Ma prima che potessi lasciarmi la palude alle spalle, non appena varcata la soglia della tenda, venni investito e inseguito da una profusione di suoni demoniaci i cui esecutori, con busto di uomo ma zampe e corna di capra, danzavano insieme alle donne dell’acqua sotto la luce lunare. L’immediato ricordo successivo è dominato solo dalla confusione e dal terrore.

Da quel che so, nessun altro ha mai più tentato di drenare quel grande acquitrino, e le sue creature continuano a suonare e ballare nascoste. Tutt’oggi, quel villaggio di pescatori non risponde della scomparsa di così tanti uomini, che sono certo avvenne durante quella notte; e tutt’oggi, quando il buio mi avvolge, io – unico testimone rimasto – rifuggo i boschi e le pozze, poiché il pianto della luna echeggia ancora attraverso il vento che smuove le foglie e increspa l’acqua silente.

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Discussioni

  1. Ciao Gabriele! Recuperato anche questo bellissimo racconto👏🏻 Un’altra cosa che apprezzo della tua scrittura è questo bisogno di andare contro le mode. Ormai nella narrativa moderna si parla solo di show don’t tell, della demonizzazione della prima persona e delle frasi ipotattiche, dell’uso dogmatico dei periodi brevi. I grandi scrittori di un tempo, invece (quelli a cui tu ti ispiri, e di cui segui l’esempio) non avevano bisogno di queste regole, e la loro magia era racchiusa anche – e soprattutto – nell’essere se stessi in ogni singola riga. Questo, secondo me, si chiama stile😊

    1. Ciao Nicholas, grazie davvero per aver scavato ancora tra i miei librick! Devo dire che attualmente mi sento più lontano da questa modalità di scrittura che riprende gli autori del passato: se oggi dovessi riscrivere questa storia, probabilmente mi uscirebbe con tinte più moderne. Tuttavia penso che vi sarebbe una differenza solo nella forma e, dopotutto, neanche poi così consistente.
      Quanto dici sullo show don’t tell, periodi brevi ecc è azzeccatissimo, ad oggi si tratta di una cosa diffusissima e rappresenta la direzione che la narrativa moderna ha intrapreso a due mani, non si può negare. Personalmente, il fattore contestabile penso che stia proprio nella parola “dogmatico”: purtroppo ci sono sempre più persone convinte che esista uno e un solo modo di scrivere corretto (quello riassunto da te nel commento, appunto), quando invece l’errore è confondere la scrittura pensata per il successo commerciale e la scrittura intesa come arte disinteressata. Se parliamo della prima, il discorso che vede una modalità di scrittura vincente può anche avere un senso, ma resta qualcosa di sterile, sempre pronto a cambiare in balia della variazione dei gusti di massa. Per la seconda, invece, ritengo che la modalità vincente sia quella individuata dall’autore al fine di esprimersi al meglio, del tutto slegata da scopi commerciali. Le masse sembrano aver perso di vista quest’altra faccia della medaglia, o almeno così mi pare. Certo, resta il fatto che se un autore è intenzionato a farsi leggere e arrivare a un pubblico che sia almeno un po’ esteso, necessariamente si ritroverà a fare i conti con “le linee guida”, diciamo, del successo commerciale. Ma sarà un atto consapevole, ben diverso dalla radicata convinzione che la moda del momento sia l’unico cartello da seguire in ambito scrittura.
      Scusa per il papiro, ma mi sembrava un discorso interessante 😀 Ci si legge presto, un saluto!

      1. È un discorso interessantissimo, e sottoscrivo tutto quello che dici. L’importante è aver consapevolezza di come si vuole scrivere e a chi lo si vuole far arrivare. Un saluto, Gabriele!😊

  2. Chapeau. Tutto quanto segue viene espresso solo dopo questo gesto di sincera ammirazione.
    Scrittura di una eleganza superiore, che sviluppa una trama a dir poco appropriata e in linea, come @sergiosimioni ha acutamente già rilevato, con i celebri scrittori menzionati. I collegamenti psiche-natura sono peraltro a me particolarmente affini (la Natura espressione di un pensiero o un sentimento).
    Lo devo dire, ho un faro illuminante nella mia scrittura, si tratta di Edgar Allan Poe. A lui faccio costante riferimento, ma stilisticamente parlando è troppo al di sopra delle mie capacità. Ebbene, questo splendido testo si avvicina in modo talmente prossimo alla forma del grande maestro da lasciarmi disorientato. Sui contenuti c’è di certo l’influenza di un Lovecraft mi sembra, soprattutto nella creazione di certe figure antropomorfe o extra-umane. Ma l’impronta 90/100 è Poe, che con una metodicità esemplare parte da un cerchio esterno e, attraverso orbite sempre più strette, ci cala nell’abisso di noi stessi.
    Se mi viene concesso di esprimere un parere, sempre però ricordando prima quanto io abbia apprezzato sia la creazione sia la bravura del creatore, è quello di impegnarsi a fondo per inquadrare questo sicuro talento in un proprio, riconoscibile stile. Del resto lo stesso autore ha già espresso che è alla ricerca di una personale, per così dire, impronta. Un mezzo, forse, da provare, è quello di effettuare un cambio di rotta, abbassando, mi si passi il termine, la vetta ma allargando la base. Spostare il proprio “sé stesso” in altre ambientazioni, con nuove trame.
    Complimenti.

    1. Accidenti! Di questo passo la mia bio sul profilo, in cui ho espresso come certi autori influenzino la mia scrittura, diventerà superflua. È estremamente piacevole sapere che ciò che scrivo rimandi facilmente, in qualche modo, a Poe e Lovecraft. Ma come hai giustissimamente affermato in questo commento, che apprezzo tanto e di cui ti ringrazio, è importante andare alla ricerca di una propria impronta distintiva. Ciò che voglio evitare è appunto compiere mere emulazioni di altre opere ed autori, per quanto questi siano affascinanti; e la tua espressione «abbassare la vetta allargando la base» è pienamente appropriata: rende davvero l’idea. Detto questo, ti ringrazio ancora di aver letto ed apprezzato questo racconto; inoltre terrò bene a mente il parere da te condiviso, che è a tutti gli effetti un prezioso consiglio 😀

  3. “ci si accorge ben presto come quest’ambizione non scaturisca da nient’altro che un’ignoranza di fondo, senza la quale non rimarrebbe nessuno stupore di cui godere”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  4. Ormai, già dopo due soli racconti, devo dire che il tuo stile è subito inconfondibile. Personalmente apprezzo molto il tuo modo di richiamare, nella scelta dei vocaboli, nella costruzione dei periodi e nelle immagini utilizzati, i grandi maestri che già abbiamo citato. Il tutto unito, chiaramente, ad una tua originalità, ad una tua scelta di temi che sarebbero piaciuti anche ai succitati maestri (l’Universo, i meandri della mente) e ad uno sviluppo intelligente della vicenda, una narrazione che cattura il lettore.

    1. Grazie per le belle parole, Sergio 😀
      La mia “missione” qua su Edizioni Open è anche trovare un mio stile di scrittura, scrivendo sì racconti che rimandino ad autori che leggo e apprezzo come Lovecraft o Poe, ma che siano al contempo originali e che abbiano una loro identità ben distinta, fin dove possibile. Chissà, poi magari in futuro realizzerò anche una serie a puntate. In ogni caso ti ringrazio nuovamente, commenti come i tuoi mi stanno facendo apprezzare sempre di più la community di questa ottima piattaforma 😀