
Sotto la vetta divina
Serie: I racconti della Rue Morgue
- Episodio 1: Diamante
- Episodio 2: Il Club dell’Orrore
- Episodio 3: Ombra
- Episodio 4: Il gioco
- Episodio 5: La gola
- Episodio 6: Il Sogno
- Episodio 7: Sotto la vetta divina
- Episodio 8: Il gigante
- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
STAGIONE 1
Non so se si possa parlare di curiosità, non sarebbe appropriato.
Forse di follia, ecco, questa potrebbe essere una definizione più adeguata. Eppure manca di spessore, lascia come un senso di insoddisfazione.
No, non credo si possa parlare nemmeno di follia, nossignore.
La follia è la completa mancanza della ragione, che spinge a fare cose, anche le più pericolose, senza quasi accorgersene, senza quel naturale e primordiale istinto, quella piccola vocina che se ne sta lì dormiente, nel profondo, fin quando non si prova a fare qualche idiozia.
Ed è allora che se ne può udire il sibilo, quel suono appena percettibile e quelle parole codificate, a cui solo la mente del suo ascoltatore può dar forma.
No, non è follia.
Non sono mai stato un folle, benché alle volte avrei potuto davvero giurare che lo fossi. Ma no, sono sempre rimasto lucido oltre ogni aspettativa. Le mie azioni sono sempre state il frutto di decisioni ponderate, magari impulsive, ma mai dissennate.
La percepisco sempre, ogni volta, quella vocina: mi sussurra, mi consiglia, a volte persino si congratula con me.
Sì, proprio così, a volte mormora parole di elogio. Beh, poche volte in realtà, ma non è questo il punto.
Il punto è che non sono un folle.
Anche quella sera la percepii, quella maledetta sera in cui scelsi di dare adito ai vaneggiamenti di un bifolco di paese. Ah, che io sia dannato!
Se me ne fossi tornato al mio alloggio tutto questo non sarebbe mai accaduto, ma no, ho dovuto fermarmi all’angolo di quel vicolo per ascoltare quell’idiota e il suo racconto. Che il cielo mi fulmini!
Restai ad ascoltarlo finché i piedi non si indolenzirono. A quel punto feci per andarmene, ma quel vecchio bifolco fece uno scatto inaspettato per la sua età e mi afferrò il polso.
La sua mano nerboruta vi si avvinghiò con la medesima forza di una trappola per cinghiali. Emisi un gemito e mi voltai a guardarla, convinto che l’avrei vista sanguinare.
Non riuscivo quasi più a sentire le dita, né tantomeno a muoverle.
Quel vecchio mi avrebbe fatto scoppiare le vene, ne ero certo, così alzai lo sguardo sul suo volto rugoso, segnato da indicibili fatiche e chissà cos’altro, ed è allora che mi sentii pervadere dai viscidi tentacoli del terrore.
Non dimenticherò mai quel ghigno stampato sulle sue rinsecchite labbra.
E non dimenticherò mai quel gelido velo infuso nei suoi occhi vitrei: non fosse stato altro che per il nero delle pupille, avrei giurato fossero due inanimate sfere di cristallo.
Diedi un leggero strattone per liberarmi dalla sua morsa, ma egli strinse ancor più ferocemente, sicché emisi un grido di dolore.
Lo guardai nuovamente: l’espressione sul suo volto non era mutata affatto, pareva come osservare una statua. A quel punto presi a temere per la mia stessa vita.
Strattonavo come un animale al guinzaglio, sentivo il sangue rombare nelle vene come un fiume in piena, la mano si era fatta cianotica.
Strattonavo così ferocemente che a un certo punto iniziai a credere che il braccio si sarebbe staccato.
E finii per pregare affinché lo facesse, affinché la pelle si squarciasse e le ossa si spezzassero: almeno mi sarei liberato dalla presa del vecchio.
Poi, quel demone ossuto mi tirò improvvisamente a sé e quasi gli ruzzolai addosso.
Ce l’avevo davanti agli occhi: quel volto impassibile come una maschera, quegli occhi senza vita. Potevo percepire il fetore del suo alito fuoriuscire dalla sua bocca impercettibilmente schiusa, vedere il suo orrendo naso butterato e la pelle incrostata.
Lo stomaco mi prese a gorgogliare. Mi sforzai di ributtare giù la cena quando, infine, dalla sua bocca uscì un soffio, appena percettibile, e mi parve di udire in esso queste parole: «Non varcare mai quella soglia».
Non saprei dire se abbia soltanto immaginato quella frase: il mio cervello soffriva per la mancanza di ossigeno. Eppure ritengo fossi ancora abbastanza lucido per distinguere la realtà.
Ciò che non mi spiegherò mai è il fatto che quelle labbra rinsecchite non si erano minimamente mosse.
Forse sto davvero diventando un folle. Ah, che io sia dannato! Che gli dèi mi concedano il dono dell’oblio! A volte è meglio dimenticare.
Con uno scatto repentino, la stretta della mano del vecchio cessò.
Il polso era livido e gonfio, la mano penzolava senza che riuscissi più a sentirla, iniziavo già ad avvertire il dolore insostenibile del sangue che tornava ad irrorare i tessuti.
Era un bene, pensai. Il dolore mi ricordava che la mano era ancora viva. Quel maledetto bifolco l’aveva quasi tranciata di netto.
Senza esitare, fuggii.
Corsi instancabilmente, senza voltarmi mai.
Eppure sapevo che lui era ancora lì, avvertivo lo sguardo di quei cerei occhi posarsi ancora su di me, osservarmi mentre mi allontanavo nell’oscurità del vicolo.
Non chiusi occhio quella notte. Come avrei potuto?
La mano fasciata mi doleva insopportabilmente: potevo muoverla nuovamente, ma ogni volta che provavo a ruotare il polso o a stringere qualcosa tra le dita un fulmine mi squarciava i nervi, risalendo lungo il braccio fino al midollo e mi sembrava di svenire per il dolore.
Decisi, dunque, di uscire a schiarirmi le idee.
E mentre seguitavo, un passo dietro l’altro, ad avanzare verso una meta ignota, mi ritornò alla mente il racconto di quel maledetto bifolco.
Continuavo ostinatamente a rimuginarci: un pensiero ossessionante che solleticava instancabilmente la mia mente, avvolgendola con le sue fascinose spire.
Infine, ricordai quell’inquietante nenia al termine del racconto, che così recitava:
Nel cuore delle montagne antiche, sotto la vetta divina,
Si cela un arcano, la dimora della Regina.
Un varco verso l’Oscuro, un sentiero tenebroso,
Dove regna la veggente, con il suo destino misterioso.
Ma attento viaggiatore, se il varco scoprirai,
L’Oscuro è un labirinto, e in esso ti smarrirai.
Mi convinsi fossero soltanto superstizioni di paese, e così, prima che me ne rendessi conto, mi ritrovai sulle sponde del lago, ai piedi della Vetta Divina.
Oh, non dovetti camminare tanto in realtà. Il villaggio era distante solo qualche chilometro, ma attraversare quel sentiero, che si inerpicava su per la collina, parve durare intere ore.
L’umidità risalente dal lago si stendeva come un lenzuolo etereo su di esso, le piccole gocce d’acqua rifrangevano la fioca luce lunare in ogni direzione, sicché mentre avanzavo sembrava che la superficie del lago bruciasse di spettrali fiamme d’altrove.
D’improvviso, scorsi qualcosa scivolare attraverso quelle candide fiamme. Non saprei dire cosa fosse, ma so per certo che mi scrutava.
Oh, sì, mi scrutava eccome.
Era piccola, come un insetto. Anzi no, come una fata.
Sì, piccola come una fata, proprio una di quelle creature delle fiabe che volteggiano senza peso nella foresta.
Poi la creatura si mosse: voleva che la seguissi, o almeno fu ciò che credetti. Così, d’istinto, le andai dietro.
Proseguii per interminabili minuti, percorsi quasi l’intera circonferenza del lago. Facevo fatica a starle al passo: era così dannatamente piccola che a volte mi chiedevo se non fosse solo un’allucinazione.
Tuttavia, come scoprii poco dopo, non era affatto un’allucinazione.
Le imponenti fauci della grotta si aprirono dinanzi ai miei occhi, sorgendo dal candore della nebbia nella loro imponente maestosità.
Restai ad ammirare quella sconvolgente e straordinaria opera: pareva impossibile essere merito della natura.
E mentre apprezzavo la meravigliosa architettura di quella struttura, udii quella vocina sussurrarmi di tornare indietro. Quasi mi implorò ma, ormai, ero completamente assuefatto a quell’incantesimo.
Varcai la soglia.
Mossi i primi passi all’interno ed essi riecheggiarono, come stessi camminando sul marmo.
Ripensandoci ora, quello avrebbe dovuto essere il primo segnale per spingermi a fuggire via, il più lontano possibile.
Ah, che il cielo mi fulmini!
Mi addentravo sempre più nell’oscuro antro di quella sala. Non potrei definirla altrimenti: non era una grotta né una caverna, nossignore, ma una grande sala costruita da mani di cui il mondo stesso non ha forse più memoria, vestigia di un tempo perduto e dimenticato.
Non so se qualcuno prima di me avesse già osato varcare quell’entrata. Di certo, se anche lo avesse fatto, non era mai tornato indietro per raccontarlo.
Ai lati di quello che mi ricordava un immenso corridoio si apriva una lunga serie di colonne, finemente scolpite e decorate. Potevo scorgerle distintamente poiché l’intero ambiente era pervaso da una luce eterea, della quale non riuscivo a determinare l’origine.
E poi, poi un’immensa sala circolare si schiuse dinanzi a me. Mi sentivo inutilmente piccolo al suo interno. Era fredda, dannatamente fredda, e non riuscivo a scorgerne il soffitto. Pareva continuare all’infinito.
Lei era lì, seduta sul suo trono di pietra al centro della sala.
Era distante, ma riuscivo a distinguerne chiaramente le forme: le sue orride e malsane forme e i viscidi occhi persi nel vuoto che mi fissavano.
Come con il vecchio, un terrore arcano mi pervase. Non volli restare un secondo di più.
Corsi più veloce che potei. Barcollai, ma restai in piedi.
Quando, infine, raggiunsi l’uscita, mi fermai a rifiatare, poi ripresi a correre e non tornai più.
No, non fu curiosità, nossignore.
E nemmeno follia, giammai.
Fu pura e semplice stupidità.
Serie: I racconti della Rue Morgue
- Episodio 1: Diamante
- Episodio 2: Il Club dell’Orrore
- Episodio 3: Ombra
- Episodio 4: Il gioco
- Episodio 5: La gola
- Episodio 6: Il Sogno
- Episodio 7: Sotto la vetta divina
- Episodio 8: Il gigante
- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
Un racconto molto interessante, quasi diviso in due metà che giocano fra di loro. L’avvertimento e la follia/stupidità. Originale e scritto veramente bene con l’utilizzo di frasi brevi ed efficaci. Il personaggio del ‘vecchio’ mi ha ricordato molto quello di King in ‘L’occhio del male’. «Non varcare mai quella soglia» al pari di «Dimagra». Molto bravo
Grazie infinite, Cristiana!
Come ho scritto a Bettina, ti chiedo scusa per il ritardo nella risposta, in quanto le notifiche dei commenti arrivano solo al moderatore del gruppo.
È un bel paragone quello tra il vecchio di questo racconto e il personaggio dei due film. Sono contento che ti sia piaciuto!
Descrivere la follia pur se consapevole (si può essere consapevolmente folli?) non è facile, ci sei riuscito bene, a mio avviso. Dal punto in cui il tuo protagonista esce per schiarirsi le idee dopo aver cercato invano di resistere al vecchio (sembra quasi una lotta fisica con la propria follia), mi è sembrato un girovagare nell’inferno dantesco ed è la parte che più ho apprezzato. Piaciuto anche per lo stile che hai usato, lineare. Un saluto.
Grazie mille, Bettina!
Chiedo scusa per il ritardo nella risposta, ma le notifiche ai singoli racconti arrivano solo al moderatore del gruppo.
Ad ogni modo, sono contento che sia riuscito a trasmetterti queste sensazioni, perché era proprio quello che il racconto si proponeva.
Devo fare una confessione.
Quest’oggi, suppongo fosse circa l’ora di pranzo, ho scritto un lungo commento su questo racconto, ma il mio smartphone, quello la cui tastiera con correttore automatico è animata di scrittura propria ed autonoma, modificando a piacere suo ciò che io digito, ha deciso di non far partire il post. Non gli piaceva. Io, colpevolmente, non me ne sono accorto. Il pomeriggio è passato lavorando, e solo poco fa mi sono avveduto della totale sparizione dei miei commenti.
Il succo, e vi risparmio i dettagli, era che il racconto mi è molto piaciuto, e che se appunto posso fare, questo è che avrei voluto vedere un cenno di come sia andata a finire, se lo Chtulu dentro la grotta si sia poi arreso o abbia in qualche modo dato seguito all’incontro, magari nei sogni del malcapitato protagonista. Questi dettagli @joe8Zeta7 avrebbe forse potuto aggiungerli stringendo di pochissimo l’introduzione in cui il protagonista afferma di non essere folle. Ovviamente, non essendo io né critico, né esperto come lo sono i bravissimi amici di Rue Morgue, si tratta solo dell’espressione di come da lettore mi aspettavo che scorresse la storia. Nulla di più.
Bravo, sinceramente, bravo, Giuseppe. Ti seguo sempre perché mi piace leggerti.
Mille grazie, Giancarlo! 🙏
E non preoccuparti, alle volte i telefoni, e anche il resto dei dispositivi elettronici, sembrano davvero possedere una coscienza propria.
Quando accade, mi piace pensare che la colpa sia di un piccolo gremlin dispettoso! 😄
Ad ogni modo, il tuo commento riguardo alla parte finale è giusto.
In parte non ho potuto dilungarmi oltre nella narrazione finale in quanto mi ero reso conto, mentre scrivevo, di aver già sforato da un bel pezzo la soglia delle 1500 parole e quindi ho dovuto rileggere il tutto per capire quali pezzetti potevo tagliare senza intaccare il racconto.
Ho scelto di mantenere la parte iniziale perché credo sia una parte fondamentale del racconto, in quanto è il punto in cui il protagonista riflette su di sé e su quanto gli è accaduto e mi è servita per iniziare l’alone di mistero e di coinvolgimento nel lettore.
E in parte ho volutamente lasciato il lettore con un senso di incompiuto. Il protagonista, infatti, solo poche ore prima aveva avuto la terribile esperienza con il vecchio. Quindi, nel vedere quell’oscura figura, che il vecchio stesso aveva citato nel suo racconto e dalla quale lo aveva messo in guarda con la frase “Non varcare quella soglia”, viene preso dal medesimo terrore che aveva sperimentato poco prima e sceglie di non “sfidare la sorte”, preferendo, invece, fuggire via.
Giusto per completezza: come ho scritto alla nostra cara Maschera, ho tratto ispirazione dalla leggenda della Grotta della Sibilla, sia quella Cumana che quella Appenninica.
Quindi, la figura che il protagonista vede seduta al centro della sala potrebbe essere intesa come una sorta di “Sibilla oscura”, se così possiamo dire, simile ad un demone, della quale, però, egli non vuole approfondire la natura.
Ecco, dunque, perché ho voluto mantenere un certo alone di mistero, di incompiuto, proprio per stimolare ulteriormente il senso di paura nel lettore.
bravissimo, Giuseppe, e complimenti, un piccolo gioiello, come ha detto Robért. E ha ragione anche @LaMascheraRossa quando parla di “stile semplice”; quello, a mio avviso, più complesso da utilizzare bene, vale ad dire senza annoiare o risultare piatti. È come un abito sobrio ed elegante che, quando la persona che lo indossa entra in una sala, tutti si voltano a guardarla colpiti da un certo je ne sais quoi.
Grazie mille, Francesca, davvero! 🙏
Sono veramente contento che il racconto sia riuscito a trasmettere le sensazioni, le immagini e le emozioni che era nell’intento comunicare.
Ho l’onore e onere, insieme al mio collaboratore, di leggere in anteprima tutti i testi che vengono postati sulla Rue Morgue.
Qui, pazientemente, ho voluto attendere il primo commento per capire, per toccare con mano: è follia questa mia? Ma diamine no, una vocina mi parlava, sussurrava che mi trovavo di fronte a un piccolo gioiello scintillante.
Il commento di @LaMascheraRossa , peraltro uno dei Dead Poets (e di che livello…) non ha potuto che dirimere la spessa coltre del dubbio: no, non è follia.
Impressionante come tutto il racconto si regga su un’unica, brevissima frase: non varcare quella soglia. È l’occhio del ciclone, là dove l’autore ci fa sprofondare per poi scagliarci di nuovo su. La.lettura diventa un fly-by, quando la sonda accelera verso il pianeta gigante e poi viene deviata e rilanciata a velocità indescrivibile in una nuova direzione.
Allo stesso modo, il lettore egli ne esce confuso, diverso.
Bellissimo esordio, Giuseppe.
Grazie infinite per il bellissimo commento, Robért! 🙏
Credo che, per un autore, la più grande soddisfazione sia constatare di essere stato in grado di trasmettere ai propri lettori esattamente ciò che egli stesso per primo ha sperimentato durante la scrittura.
Quando ciò accade, beh, non ci sono parole adatte a descrivere la felicità che si può provare.
Ad ogni modo, porterò questi bellissimi commenti con me nel viaggio lungo la Rue Morgue, poiché questo è pur sempre un esordio e me ne servirò per continuare a migliorare e scrivere altri racconti.
Questo racconto mi è piaciuto davvero molto. Sono un sostenitore convinto della scrittura semplice. Premetto che semplice non significa facile o elementare, ma al contrario è la forma lessicale che sceglie chi sa padroneggiare con dimestichezza la lingua scritta: anche se conosci, lasci trapelare il necessario per non rischiare di coprire o appesantire il contenuto che, per forza di cose e se sei un narratore, deve essere il focus del tuo lavoro. Per molti purtroppo il contenuto, l’oggetto del racconto, è diventato un riempitivo marginale che serve per dimostrare quanto si è bravi nello scrivere. Questa premessa, un po’ lunga, mi serve per sottolineare la tua bravura nella scrittura. Sei uno scrittore “evoluto”. E, infatti, che la tua scrittura sia il frutto di tanto esercizio lo dimostri in certi punti, dove viene fuori la tua dimestichezza e creatività lessicale: metafore e similitudini molto originali e ben costruite, dei piccoli gioielli, che probabilmente anche qualche grande scrittore, se ne avesse facoltà, ti ruberebbe. Mi è piaciuta anche l’idea alla base del racconto e il modo in cui l’hai sviluppata. La parte relativa alla fatina aggiunge un tocco fantasy che forse smorza un po’ troppo l’atmosfera “creepy” che eri riuscito a creare all’inizio e che era veramente accattivante. Te lo dico solamente perchè l’inizio è davvero, ma davvero, ben costruito, e il finale altrettanto, e il tuo modo di scrivere permette al contenuto e alle tue idee di risaltare. Chi è bravo come te a scrivere deve stare molto attento alle idee che sviluppa perché sei come un amplificatore, sei in grado portarle direttamente all’attenzione del lettore. Con le tue capacità ti puoi permettere il lusso di osare e divertirti. Ho riletto più volte questo racconto perché era veramente piacevole da leggere. Ed io solo il tipico lettore che fatica ad arrivare alla fine, ma anche alla metà, di uno scritto se il linguaggio è troppo lezioso e il contenuto sepolto dai vocaboli o da descrizioni ridondanti. Tu, invece possiedi un linguaggio “fluido” e leggere ciò che scrivi diventa un piacere. Ti faccio i miei complimenti perché sono convinto che tu e questo genere siate fatti l’uno per l’altro.
Non posso che inviarti un enorme “Grazie”, cara Maschera, e fare un virtuale inchino per accogliere le tue bellissime parole, come un attore sul palco al termine dello spettacolo.
Sono veramente contento che il racconto ti sia piaciuto, anche perché è il mio primo contributo alla Rue Morgue e questo mi dà ulteriore supporto a migliorare ancora di più.
Riguardo alla fatina, hai ragione, sembra quasi stonare con il resto del racconto. Il motivo per cui l’ho inserita è che per scrivere la storia mi sono ispirato alla leggenda della Grotta della Sibilla, sia quella Cumana che quella Appenninica.
Diciamo che ho preso degli elementi da entrambe.
Nella leggenda della Sibilla Appenninica si narra che essa, la Sibilla, sia circondata da fate, che escono dalla grotta di notte per aleggiare attorno al lago di Pilato, sulle cui sponde si fermano per fare il pediluvio.
Ecco, dunque, che mi è balenata in mente l’idea di inserire l’elemento della fata sia per smorzare leggermente (forse mi è riuscito anche troppo, come hai ben evidenziato) l’atmosfera creepy sia per dare maggior spessore “storico” e, dunque, realismo al racconto.
In ogni caso, il tuo bellissimo commento mi ha riempito di gioia e ne farò tesoro!
Non conoscevo questa leggenda. Estrapolandola dal racconto avrebbe potuto prendere vita in un racconto a parte perché merita. Complimenti ancora.