Sottomarino

Sottomarino.

Avevo un disperato bisogno di soldi. La casa era un disastro. Buia, sporca, polverosa e manco mia.

“Ancora due giorni e poi smammare”.

Con la padrona ci eravamo visti un’unica volta su Skype e nonostante l’immaginifica distanza, ero riuscito a percepire il suo alito fetido; a conferma di ciò, appena preso possesso dell’appartamento avevo trovato scritto su di un muro un pratico consiglio del precedente inquilino: “Abboffati di mentine!”. Grazie a lei il telefono squillava ogni mattina all’alba, e fungeva sia da sveglia per il nuovo straziante giorno, che come conto alla rovescia del mio imminente nomadismo. Questa volta però era stata preceduta da una comprensibilmente irosa centralinista dell’ufficio di collocamento.

“Si presenti tra mezz’ora al porto”.

C’era molta nebbia e nessuna anima, e se non cadevo in acqua era solo grazie ad un empatico gabbiano che mi accompagnava saltellandomi davanti; in lontananza qualcuno si sbracciava nella mia direzione e allora mi sono messo a correre (il gabbiano è volato via, garrendo offeso). Quel qualcuno era un marinaio, giovane, alto, brutto e riccioluto; mi ha fatto salire su di una piattaforma galleggiante indicandomi con un suo indice nodoso una trave di legno.

“Seguimi e muoviti”.

Confuso dalle sue istruzioni gli camminavo praticamente addosso anche per non perdermi, finché siamo arrivati ad una scaletta che sembrava piazzata in mezzo al mare, tanta era la nebbia ed il buio di primo mattino (era inverno). Sorridendomi beffardo il marinaio ha detto: “Prima tu”.

Ho sceso quegli scalini immergendomi in non so che cosa – ma non era acqua – e quando ho posato il primo piede a *terra* un applauso è esploso alle mie spalle.

“Bravo!”

“Evviva!”

C’erano cinque o sei persone lì, tutte abbigliate in una strana divisa, e mi hanno spiegato che ci trovavamo in un sottomarino.

“Lei si occuperà del diario di bordo”.

“Se le cose si mettessero male, sarà la nostra scatola nera”.

Sono rimasto perplesso e senza parole, guardando quegli uomini e quelle donne sorridenti come il marinaio, che tra l’altro – volpe – non è sceso con me.

“Se le cose si mettessero male, non vedo perché dovrei essere escluso dal corso degli eventi”.

“Questo è affar suo,” ha tagliato corto il capitano – porta un cappello in testa per distinguersi – , già dandomi le spalle, sprofondato come gli altri nelle complesse attività sottomarinesche.

“Ho un affitto da pagare”.

“Il suo sarà un lavoro non retribuito”.

Hanno quindi ineluttabilmente chiuso il portellone e mi hanno consegnato la divisa. Mentre vaghiamo per l’oceano silenzioso e immenso, tra loro mi chiamano con sarcasmo lo scrittore mancato, perché all’ufficio di collocamento avevo osato dire che volevo fare della letteratura una degna professione. Nessuno sa dirmi quanto dovrò stare qui e non so neanche che cosa scrivere; qualunque cosa accada – e non accade nulla – mi annoia. Riflettendoci, forse allora è vero ciò che da una vita mi dice mia madre: tu non sei uno scrittore. Sei un chiappapòpoli, un impostore, una truffa allo stato puro. Hai un’occasione unica come questa e vagheggi la padrona avidona? Come sempre, la mia poetica genitrice ha ragione, mi arrendo all’evidenza. A questo punto – ragiono sott’acqua al mio tavolino pieghevole – tanto vale fare una strage, anche se di piccole proporzioni. Dopo averli sterminati con le mie matite puntute butterò tutti a mare, tornerò a riva, inventerò un’incredibile storia in cui naturalmente sono l’unico a sopravvivere (in fondo era profetico il mio ruolo di memoria fissa), venderò il sottomarino e con i soldi ricavati mi comprerò una casa come si deve. Quindi farò un salto dalla vecchia. Questo devo scrivere: il mio piano segreto. Tanto non lo leggerà nessuno, perché – oh santa mamma! – io non sono uno scrittore! A chi la voglio dare a bere!

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Discussioni

  1. “finché siamo arrivati ad una scaletta che sembrava piazzata in mezzo al mare, tanta era la nebbia ed il buio di primo mattino (e”
    Mi è piaciuto molto immaginarla la scaletta in mezzo al mare avvolta dalla nebbia