
Stagione di caccia.
Serie: A MEXICAN TALE
- Episodio 1: Stagione di caccia.
- Episodio 2: Faccia a faccia.
STAGIONE 1
Tijuana, ventidue e trenta.
Seduto sul letto con le mani all’interno del suo borsone nero, Ezikiel controllava d’aver preso tutto prima di lasciare la sudicia stanza in cui alloggiava. Limon osservava l’ambiente esterno sbirciando tra le tendine della finestra, poggiato contro la parete d’ingresso accanto alla porta; alto e massiccio, vestiva un completo grigio con camicia bianca e ai piedi calzava un paio di stivali di cuoio con fantasie western. Ezikiel chiuse il borsone e si alzò dalla sponda del letto infilandosi tra i pantaloni una pistola Desert Eagle con il calcio in avorio, lasciando che la sua lunga camicia di lino beige la coprisse, poi fece un cenno col capo a Limon che silenzioso come una serpe strisciò giù nel parcheggio per andare ad accendere il carro. Quando la porta si chiuse Ezikiel si girò verso il lato opposto della camera, dove in penombra un uomo seduto a terra con bocca, mani e caviglie imprigionati da nastro adesivo Pattex, attendeva rassegnato e dolorante che il suo carnefice decidesse cosa farne di lui; il prigioniero aveva sopracciglia e naso rotti, da cui fiotti di sangue colavano lungo il viso per poi rapprendersi in una grossa chiazza scura sulla maglietta e parte dei jeans. Fissava mesto i suoi denti che galleggiavano sulla superfice della moquette gialla, impregnata dei suoi fluidi corporei prodotti dall’insostenibilità del dolore infertogli.
– Sei stato bravo cabron, resisti una notte e domattina qualcuno ti porterà in ospedale. Parlare subito avrebbe fatto risparmiare tempo a me e dolore a te.
Sentenziò Ezikiel lasciando cadere sul letto una busta ermetica trasparente, al cui interno tre dita umane annegavano tra acqua e ghiaccio sciolto. Uscendo lanciò un’ultima occhiata a quel poveraccio che ora lo guardava con aria sollevata e colma di gratitudine, poi chiuse la porta sogghignando.
Alle ventidue e quarantacinque Limon attendeva in mezzo allo spiazzo del motel “Sagrato Corazòn” all’interno di una Ford berlina blu con il motore acceso, finché il suo capo entrò sedendosi sul sedile posteriore destro chiudendo la portiera di fianco a sé.
Su una panchina vicino agli alloggi del motel, a pochi metri dal parcheggio, una giovane coppia alternava baci e occhiate curiose verso l’elegante macchina che si allontanava verso la strada alzando consistenti banchi di polvere intorno a loro; Ezikiel si fece catturare dai ricordi della sua breve gioventù notando gli scambi di saliva e carezze che quei due si concedevano, poi tornò in sé e avvicinò l’orologio da polso al viso per leggere l’ora: ventidue e cinquanta.
Nuovamente padroni della calda e silenziosa notte estiva, i due amanti si baciavano cullati dal frinire dei grilli, finchè la ragazza di nome Abelia venne incuriosita da un suono simile al “CRI CRI” degli insetti ma più artificiale, come un “BIP BIP”. Il fidanzato Eduardo strinse delicatamente il viso della sua dolce metà avvicinandolo al suo, ma prima che le loro labbra si toccassero nuovamente, tre bombe a orologeria occultate sotto il pavimento in legno rialzato dietro di loro che sosteneva le venti camere del fatiscente motel, esplosero trasformando l’intera struttura e l’area circostante in un cumulo di macerie contenenti cadaveri abbrustoliti come polli arrosto.
Ezikiel pensava a quell’idiota che cercava di liberarsi gli arti totalmente ignaro del tritolo sotto di lui, e ne conseguì una risata sardonica e soddisfatta. Dare in pasto l’illusione della libertà alla gente che torturava lo divertiva, soprattutto se il tutto si concludeva con un impetuoso “boom”. Limon osservava dallo specchietto retrovisore il suo capo immerso nelle solite fantasie a occhi aperti, mentre guidava verso l’americana città di Phoenix.
– Sono passate quattro ore dal disastro avvenuto proprio qui dove ci troviamo, lungo Monroe street, per il quale hanno perso la vita otto persone e altre sedici sono ricoverate in gravi condizioni.
Annunciava davanti alla telecamera una giornalista sul posto con il microfono in mano.
– E’ iniziato tutto con una potente esplosione all’interno di una copisteria, trasformatasi poi in un grave incendio che ha interessato buona parte del palazzo alle nostre spalle. I residui di esplosivo rinvenuti non lasciano dubbi che si tratti di un vero e proprio attentato e le forze dell’ordine tengono sotto controllo l’intera città con l’ausilio dei reparti militari.
La reporter riprese velocemente fiato, mentre gli ennesimi passanti si avvicinavano incuriositi dalla gran quantità di fumo nero che fuoriusciva dai negozi distrutti e dai piani superiori del palazzo.
– Le prime analisi investigative porterebbero al modus operandi che da tempo caratterizza il cartello di Juarez, considerata al momento l’organizzazione criminale messicana più spietata degli ultimi anni, sebbene chi segue il caso non trovi risposta alla domanda: “perché colpire proprio il centro di Phoenix?”.
Fogli di carta bruciacchiati svolazzavano in aria lungo la strada imbrunita dalle fiamme e ricoperta di cianfrusaglie provenienti dalle varie attività commerciali colpite dall’esplosione. I nastri gialli della polizia limitavano il perimetro e un gran numero di agenti controllava che nessuno disturbasse la scientifica mentre analizzava, senza sosta, l’estesa scena del crimine.
All’interno di un appartamento all’ottavo piano Ezikiel osservava la scena dall’ampia vetrata affacciata su Monroe street, dall’altro lato della strada rispetto al palazzo che aveva deliberatamente dato alle fiamme. Adorava godersi le mosse confuse dei piedipiatti, sempre in ritardo sul tempo seppur convinti di avere la situazione sotto controllo; “non sanno nemmeno chi tra loro è sul mio libro-paga” pensava compiaciuto il sicario più violento e temuto del cartello di Juarez, credendosi solo all’interno del delizioso loft preso in prestito a un pittore americano emergente, che ora giaceva nudo all’interno della vasca da bagno legato come un capretto.
– Capo este marica está llorando a marés! Porqué no puedo matarlo?!
Lo incalzò Limon spuntando alle sue spalle come un indiano pelle rossa. Ezikiel corrugò la fronte infastidito, poi si girò avvicinandosi verso di lui con sguardo truce; strinse una mano intorno al collo taurino di Limon, ricordandogli che quando si esce dal Messico si parla la lingua dei Gringos.
– NIENTE SPAGNOLO FINCHE’ SIAMO QUI PENDEJO!
Gli urlò nell’orecchio destro colpendolo più volte al viso con il calcio della sua pistola, ricacciandosela elettrico nei pantaloni. Il gorilla cadde all’indietro senza aver capito con cosa il suo capo l’avesse aggredito, poi si rialzò chiedendo scusa. Tornò la quiete all’interno del loft, accompagnata solamente dai flebili lamenti che il prorietario di casa emetteva dal bagno.
– Tata non è stupido, lo conosciamo bene.
Esordì Ezikiel nuovamente posizionato davanti alla vetrata, riferendosi all’uomo a cui davano la caccia.
– A quest’ora avrà capito che siamo qui, i negozi in fiamme della moglie portano la firma del cartello… Sa però che controlliamo le principali vie aiutati dai poliziotti corrotti di Phoenix e quindi non fuggirà… Si sarà nascosto come una rata in qualche scantinato nei bassi fondi della città…
– …Come lo staniamo, capo?
Domandò titubante Limon mentre premeva un fazzoletto sul sopracciglio tagliato.
– Tata avrà già mobilitato i suoi contatti per rintracciarci e non passerà molto tempo prima che capisca dove siamo… Giochiamo d’astuzia… Mentre lui passa il tempo a guardarsi le spalle e a cercarci, noi gli rapiamo i familiari e a quel punto sarà costretto a chiedere uno scambio.
Serie: A MEXICAN TALE
- Episodio 1: Stagione di caccia.
- Episodio 2: Faccia a faccia.
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