Stallo

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il cammino inizia a presentare il conto: il dolore al ginocchio si fa costante e trasforma ogni passo in una trattativa con il corpo. La fatica fisica incrina l’idea di libertà e costringe il protagonista a rallentare.

Ero rimasto a lungo solo quella mattina.

La stanza, più che quella di un B&B, aveva ormai preso le forme di una stanza d’ospedale. La borsona del pronto soccorso di Maria, appoggiata accanto al letto. Il comodino con il vassoio del cibo, una bottiglia d’acqua e un bicchiere poggiati sopra. E, cosa che non avevo notato prima, c’erano anche due stampelle appoggiate al muro, accanto alla finestra.

A quel punto mancava solo l’asta per la sacca da flebo accanto al letto e Maria e Luigi vestiti con il camice bianco. La pensione “La Sosta Felice” avrebbe potuto chiamarsi tranquillamente “La Clinica Felice”.

La ciotola di latte era rimasta vuota e sul vassoio dei biscotti ne era sopravvissuto uno solo. L’avevo risparmiato dalla nobile fine di finire nel mio stomaco per un unico scopo: ricordarmi la bontà che avevano gli altri.

Era stata davvero un toccasana, quella colazione.

Dalla finestra, lasciata semiaperta, entrava un bel venticello. Gli uccelli che volavano nel cielo ormai erano sempre meno: si erano ritirati nei loro nidi per sopravvivere alle ore più calde della giornata. Uno di loro aveva fatto il nido proprio sotto la grondaia della palazzina che vedevo dalla mia stanza. Stava lì, fermo, a guardare fuori.

Era stanco, ma nel suo cinguettio e nel modo in cui sbatteva le ali c’era tutta la voglia di tornare a volare libero.

Un po’ come mi sentivo io in quel momento.

Lo guardai, alzai il braccio e, dalla mano, alzai il pollice in su.

“Dobbiamo avere pazienza, amico mio. L’ombra prima o poi arriva.”

Riappoggiai il braccio sul letto e iniziai a guardare lungo la parete sotto la finestra, come se in quel percorso visivo potessi trovare l’ombra più adatta per me e per il mio amico lì fuori.

L’ombra non arrivò, ma un oggetto familiare, di colore arancione, con le forme di uno zaino, mi fece venire in mente che lì dentro forse non c’era ombra, ma una scatola da venti bustine mediche composte da un elemento chimico chiamato ibuprofene, che in quel momento avrebbe potuto essere molto utile.

Guardai di nuovo l’uccellino, che nel frattempo non si era mosso dalla grondaia.

“Cazzo, amico mio, non te lo posso dare al posto della tua ombra. Altrimenti non sopravvivresti neanche un secondo. Mi dispiace per te, ma io forse la mia ombra l’ho trovata.”

La parete dove era appoggiato lo zaino non era troppo distante dal letto. Feci un piccolo test per valutare lo stato attuale del ginocchio.

Test finito miserabilmente male.

Il gesto, tra l’altro, fece sì che il ginocchio tornasse a parlarmi, ma solo per pochi secondi. Giusto il tempo di offendermi, giustamente:

“Ma cosa volevi fare?”

Il tutto accompagnato dal cinguettio dell’uccellino che, da fuori, aveva assistito anche lui a quel patetico tentativo.

“Va bene, ci hai provato. Io faccio finta di non aver visto nulla.”

Non lo disse, ma se lo avesse fatto non avrei potuto dargli torto.

A quel punto ero bloccato, infamato e osservato. Una situazione di puro stallo.

Ma l’umiliazione non finì lì.

Feci un altro test, ma stavolta non sul ginocchio – sbagliando si impara – bensì sulle altre parti del mio corpo. Che, fino a prova contraria, dovevano essere funzionanti.

E infatti lo erano.

Puntai lo zaino. Credo che l’intensità del mio sguardo, in quei secondi di attesa, si sia fatta sentire anche da lui. Feci un respiro e, con la forza degli addominali, staccai il busto dallo schienale del letto. Allungai il braccio destro verso lo zaino che, a quel punto, sudava freddo. E faceva bene, perché riuscii ad afferrare il cinturino superiore con due dita.

Ero piegato, ma fiero.

Anche l’uccellino sembrava cinguettare di più per festeggiare la riuscita dell’impresa, e il ginocchio stava ringraziando per non aver dovuto soffrire.

Non avevo però valutato la forza necessaria per spostare lo zaino verso il letto.

Errore che pagai.

Rimasi lì: piegato, appeso, vittorioso e, in più, bloccato come un coglione.

La scena si concluse con l’entrata di Luigi, che arrivò proprio in quel momento e, vedendomi così, sospirò e disse:

“Ma cosa stai facendo?”

Con la voce strozzata, vista la posizione, gli dissi:

“No, niente, Luigi. Volevo prendere una cosa che era dentro lo zaino e… niente. Ma ce la faccio, non ti preoccupare.”

Luigi chiuse la porta, mi guardò un attimo e disse:

“Io non mi preoccupo. Te l’ho detto come la pensiamo, su personaggi un po’… un po’ originali, ecco.”

Dalla posizione in cui ero mi venne da ridere sentendo le parole di Luigi. Mi avevano inquadrato subito, e bene. E comunque mi stavano aiutando.

A quel punto mollai la presa e tornai ad appoggiare il busto e la testa sulla testata del letto. Sospirai un secondo, guardai Luigi con un mezzo sorriso e gli dissi:

“Me la dai una mano?”

Lui mi guardò, sorrise sotto quei baffoni, non disse niente. Si avvicinò allo zaino e lo portò vicino al mio letto.

“Che c’è lì dentro di così urgente da farti arrivare a diventare un contorsionista?”

“L’ombra,” gli risposi ridendo, mentre cercavo tra le tasche dello zaino.

“L’ombra? Bisogna che ti spieghi un po’ meglio, altrimenti inizio a preoccuparmi.”

Alzai lo sguardo, gli mostrai la bustina di Oki e dissi:

“Questa.”

Continua...

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