Stefano non c’è più 

Serie: Embolie di un separato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il gatto della vicina, il ciuccio di mia figlia, le ragazze, la comitiva, la poesia, un matrimonio che fallisce, la solitudine... E adesso un amico che non c'è più.

Ho sempre avuto come l’impressione che l’estate fosse una stagione leggermente puttana. E, spesso, lo erano pure le persone che frequentavi, in quel periodo. Chiamiamoli amici. In effetti, io, un gruppetto di amici, con cui stavo solo d’estate, ce l’ho avuto. Non è cattiveria e neanche opportunismo o convenienza, vi giuro. Era così e basta: ogni volta, ci si prometteva di beccarci anche dopo, in inverno, magari davanti una birra, una sera, senza troppo impegno, ma questa roba non è mai successa. Si stava insieme quel mese, quel mese e mezzo e, poi, stop. Eravamo giovani e ci andava bene così. Sarà stato che a uno serviva il gruppo perché sennò non si riusciva a giocare alla tedesca sulla spiaggia o perché dovevi fare il coatto, quando qualcuno t’imbruttiva, o perché bisognava rompere le palle alle ragazze o per i tornei di calcetto. Vallo a capire, fatto sta che, alla fine, eravamo sempre gli stessi.

Poi siamo cresciuti, chi si è sposato, a chi sono arrivati i figli, le mogli, il lavoro, le rotture di coglioni e tutto è andato allo scatafascio. 

Stefano faceva parte del gruppo, ovviamente. Degli amici del mare e di quelle estati lì. Non è che fossimo grandi amiconi io e lui, ma faceva lo stesso.

È morto un pomeriggio, in ospedale, dopo tre giorni attaccato ad un tubo, tornava a casa da lavoro, in moto: un incrocio, una macchina, il botto, lui che vola e si sfracella addosso ad un albero.

Mi ha chiamato Carlo, un altro ragazzo, sempre del mare, per dirmelo. Era una vita che non ci sentivamo. Anzi, se non sbaglio, mi ha mandato un messaggio sul telefonino. 

Morire mi sta tremendamente sulle palle. Mi fa sentire in maniera inequivocabile la presenza di un’assenza e, soprattutto, il peso micidiale di questa presenza che, partorisce diretta da un’assenza. È una cosa che non riesco a gestire e a digerire, che non sopporto.

La sera stessa, dopo la notizia, ho ascoltato un po’ di musica. Mi sono ricordato di un pezzo con cui stavo in fissa in quegli anni: ‘The space between’ della ‘Dave Matthews Band’. E, dopo, sono sincero, un pochino, ho anche pianto.

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