Sto sopravvivendo, ma la voglia di farla, per finta?
Ogni giorno, la voglia di farla finita torna a bussare alla mia porta. Non è un demone che sussurra nell’oscurità, non è un’ombra che mi segue nei sogni. No, è la realtà stessa, cruda e implacabile, che mi stringe la gola appena apro gli occhi al mattino.
Nella mia stanza, le fiamme invisibili lambiscono le pareti, soffocano l’aria. L’unica via di fuga sembra essere la finestra. Ma vivo al dodicesimo piano.
Non è questione di follia, non si tratta di una mente che dev’essere sedata per stare ferma. Al contrario: è lucidità assoluta, una chiarezza spietata che strappa via il velo delle illusioni e mi costringe a guardare il mondo per quello che è.
Dietro il sipario di Maya, la realtà si mostra nuda e feroce, pronta a ghermirmi. L’orrore di questa consapevolezza mi fa desiderare di fuggire, ma dove? C’è una via d’uscita? Un rimedio?
Forse. Sopravvivere al dolore. Trasformarlo. Diventare qualcosa di altro, di oltre. Resistere all’oscurità senza mai spegnere la luce della coscienza.
È così che sono nati i santi. È così che alcuni uomini hanno cambiato la storia. Pensa a Gandhi: trent’anni di prigione, trent’anni di resistenza. Quando è uscito, non poteva che essere onnipotente.
Ma io non voglio essere un santo. Non so nemmeno se voglio essere onnipotente. Eppure, se Dio è così forte, forse soffre anche lui le pene dell’inferno. E allora lo capisco. Capisco Cristo e il suo dolore per l’umanità. E, nel riflesso del suo tormento, capisco anche me stesso.
Non penso a me, penso al mondo. E quello che vedo è un’umanità che sbaglia, sempre, senza sosta. Sono un santo? Un guru? Una reincarnazione di qualche mistico che non ha concluso il suo ciclo? Forse. O forse un giorno mi chiuderanno in un manicomio. Ma chi potrebbe permettersi di pagarmi un manicomio a vita?
Non ho nulla che non vada nella testa. Il problema siete voi.
Voi, con le vostre notizie di merda che ingoiate ogni giorno come fosse veleno.
Voi, con la vostra solitudine mascherata da indipendenza.
Voi, che avete paura dell’amore.
Nessuno si tocca più davvero. Nessuno scopa più davvero. E si vede. E si sente.
Non state uccidendo solo me. State uccidendo tutti.
La guerra non è in Ucraina, a Gaza o negli Stati Uniti. La vera guerra si combatte nei cuori delle persone, nei corridoi delle città, nelle stanze chiuse, nel silenzio di chi non riesce più a respirare.
Ogni cento secondi, un’anima viene uccisa.
Spero che un’energia superiore trovi la forza di perdonarvi. Ma il perdono non esiste. Così come non esiste un disegno.
Quello, dovete crearlo voi.
Ora, io volo via.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Ciao Andrea, mi unisco alle ottime considerazioni fatte nel primo commento. Ti ho letto, comprendendo appieno il tuo stato d’animo, le tensioni e delusioni che un animo forse particolarmente sensibile, prova e sente. Però ti ho letto a fatica e sono certa del fatto che una revisione curata del testo aiuto a tirare fuori tutte le sue potenzialità. Siamo certamente personalità emotive, ma siamo anche scrittori e del testo abbiamo cura così da far passare al meglio ciò che abbiamo dentro.
Ciao Andrea, sono d’accordo con il commento precedente. Ci sono delle buone idee nel tuo testo, ma c’è anche confusione nel modo in cui sono buttate giù.
In quanto alle tue riflessioni, è vero che è facile sentire rabbia e impotenza davanti a ciò che succede nel mondo, ma è anche vero che abbandonarsi a questi sentimenti non può che peggiorare la situazione. Non serve essere Gandhi o un santo per cambiare la società, ognuno di noi ha un potenziale immenso.
Queste sono proprio parole di Gandhi: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”
Ci sono considerazioni condivisibili in quanto dici, Andrea. Secondo me, mi permetto di dare un consiglio “narrativo”, forse sarebbe il momento di trasformare queste tue riflessioni, alcune davvero ma interessanti, sottraendo quel diffuso senso di frustrazione, così mi appare, e aggiungendo pura capacità di osservazione, profondità in definitiva, poichè ne hai da vendere.
Ti sto dicendo che quanto scrivi merita di essere letto, ma è altrettanto importante il “come” lo scrivi. Io sceglierei, per esempio, il “diario”. Raccontare un episodio particolare, costruirci anche su, perchè no.
Hai parlato di Gesù e, credimi, le tue parole mi hanno fatto venire in mente uno dei tanti brani che ne raccontano la vita: ogni volta mi stupisco di come con semplicissimi termini riusciva a trafiggere lo spirito. Ecco, è questo che ti sto dicendo, gli argomenti ce li hai. Per la cronaca, le parole a cui mi riferisco sono le seguenti: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… … …non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». Molto, molto vicino all’ipocrisia di cui parli tu.
A presto.
Grazie, devo cambiare molte cose qui, scrivo sempre senza riflettere abbastanza. Seguirò il consiglio.