Strade

Serie: Strade


Ci sono tante strade che può imboccare una singola vita: il placido e confortante scorrere dei viottoli conosciuti, deviazioni e scorciatoie piene di luci e gente, sentieri in salita lasciati intentati o autostrade veloci a quattro corsie.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Strade

Ci sono tante strade che può imboccare una singola vita: il placido e confortante scorrere dei viottoli conosciuti,  deviazioni e scorciatoie piene di luci e gente, sentieri in salita lasciati intentati o autostrade veloci a quattro corsie. Infondo però, nel mio vagare, ho sempre trovato catartico il momento in cui si sceglie il proprio percorso, quel momento in cui ci appare chiara quella che sia poi la discriminante vera che porta ad avventurarsi in una direzione piuttosto che in un’altra, quell’attimo in cui si vacilla sul cornicione dell’ignoto e si trova il coraggio di saltare, di chiudere capitoli, di scrivere nuovi finali o di aprire parentesi inaspettate in un’esistenza che si avverte come appiattita, privata di una parte che ha l’urgenza di essere scovata altrove, che ha un richiamo a cui la nostra anima può e deve dare una risposta.

La prossima destinazione poi spesso la si trova scappando lontano, prendendo aerei con un solo biglietto d’andata e un bagaglio a mano pieno di ambizioni o piuttosto lasciando cadere a terra delle valige pesanti, legandosi ad un luogo con il coraggio di mettere radici, perché in un mondo frenetico, quello che spaventa di più a volte, è proprio assumersi la responsabilità di dire: resto qua, va bene, questo è il mio posto, parto da qui, questa è casa mia. Perché spesso la strada è qualcosa che richiama in noi un movimento fisico, più che mentale, ma la verità, ho capito, è che il vero percorso lo si fa camminando mano nella mano con le gambe, il cuore e il cervello, senza lasciare che uno corra più veloce degli altri.

Mentre sfregavo il vetro dell’enorme vetrata della mia prima villa del mattino, mi domandavo come fosse possibile non sentire il calore dei raggi solari diretti che colpivano impietosi quell’enorme quadrato di vetro pieno di ditate di piccole mani sudaticce impastate da Dio solo sa che cosa; ero riuscita chiaramente a distinguere tracce di burro d’arachidi e nutella, e un’enorme quantità di impronte digitali, proprio come sulla scena di un crimine, in cui io non dovevo trovare nessun colpevole, ma limitarmi a farne scomparire qualsiasi traccia, riconsegnando al mittente il corpo del reato immacolato, pronto per essere violentato al rincasare dei proprietari. Le chiamavo “le mie vittime” e la loro natura come ogni martire che si rispetti era del tutto casuale: attici da sogno, algidi appartamenti signorili,  piccole insignificanti stamberghe di qualche single in carriera, luride topaie degli anni sessanta o asettiche ville con cucine minimali e muri in bianco ottico. Ma come ogni prostituta assassinata dal suo serial killer di fiducia, ognuna di esse aveva la sua particolarità, il suo tratto distintivo, a cui mi ero, durante le mie visite settimanali, involontariamente assuefatta.

Quella era “la villa a vetri del musicista”, nel centro del quartiere residenziale di Espoo, a qualche chilometro dalla capitale; per la verità era un bel po’ distante dal mio giro abituale, ma mi pagavano bene per quelle cinque ore e i proprietari avevano lasciato dei feedback eccellenti alle mie datrici Laaura e Moreen, relativi ai miei passaggi precedenti, che le avevano indotte a confermarmi quel turno fuori porta nonostante la maggiorazione che mi dovevano. E io ero ben contenta di guadagnarmi un extra pulendo ditate di nutella e quintali di polvere da chitarre elettriche autografate appese ad una parete.
Spolverando mi ero fatta una cultura notevole in merito alla quantità di cavi, pedaliere, amplificatori, spie e microfoni che servissero per incidere un pezzo, e nel caso non fosse chiaro, anche nello studio di registrazione nel seminterrato c’erano vetri da pulire, a cosa servissero poi, non l’ho mai capito, ma li pulivo lo stesso.

Ogni tanto mi richiedevano anche di preparare il pranzo e lasciarlo pronto da riscaldare per il loro ritorno e lì mettevo la firma sul mio contratto a tempo indeterminato. Una volta scoperto che fossi italiana, le richieste passavano istantaneamente da “stufato di pollo e verdure” o “merluzzo gratinato e broccoli” a “lasagne alla bolognese” o “spaghetti alla carbonara” e tutto diventava magicamente “eccellente, delizioso, grazie, cucina ancora per noi”. A me andava bene così, del resto il merluzzo gratinato non ho mai imparato davvero a cucinarlo.

Serie: Strade


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un incipit originale e ben costruito. Ho trovato interessante il cambio di inquadratura che scatta dal terzo paragrafo, ed è preparato dal secondo, dove il punto di vista si fa più fisico e tangibile, svelando dettagli che dall’apertura più impersonale e aperta dell’inizio rientrano in una gradazione di intimità più concentrica, da cui osservare l’evoluzione della storia in una focale diversa.

  2. Ciao Anita credo che tu abbia speso bene dal principio e spenderai ancora bene il tuo tempo, con i prossimi capitoli di questa serie.
    E sento gia` da questo primo episodio che saremo noi a guadagnarci, leggendoti. La tua premessa, secono me, e` una buona promessa.

  3. Ciao Anita, mi è piaciuto molto questo primo episodio, come la tua scrittura con un certo tono malinconico. Il preambolo sulle strade mi ha affascinato particolarmente, mi trovi completamente d’accordo. In più, l’ambientazione, rende la serie originale. Al prossimo episodio.