Strade

Serie: Levii-Hatan


Turi

Avere una testa non era mai stato tanto ingombrante. Pulsava togliendogli il respiro e il più piccolo dei movimenti era un’agonia. Si scordò del suo cranio solo quando uno stivale gli si piantò dritto nello stomaco. Poteva sempre andare peggio, Turi si rammaricò di non averlo tenuto a mente. Sputò l’aria che il tacco gli aveva estirpato, raggomitolandosi nel gesto istintivo di coprirsi la testa, pronto a ricevere un altro colpo. Ma non arrivò. Rimase immobile e rannicchiato, mentre i passi si diluivano nella distanza. Stava per allentare le difese quando qualcuno lo sfiorò. I muscoli si tesero come una corazza, pronta ad attutire le percosse. Quando mani gentili lo tirarono su, lo stupore lo mise ancor più in confusione.

Sbattè la palpebra del solo occhio che riuscì ad aprire e gli ci volle del tempo per mettere a fuoco, prima mentalmente, dove si trovava e chi era quella sagoma davanti a lui. Quando ci riuscì non provò nessun sollievo. Non era un volto amico, ma sconosciuto come il luogo scuro dove si trovava.

Un uomo segaligno accoccolato sui talloni lo osservava con aria pensosa, poi si tirò su con un balzo strusciandosi le mani ≪trentadue, o forse trentatré. Numero fortunato è!≫ disse con un sorrisetto che gli occhi non seguirono. Turi allentò la tensione grattandosi la testa ≪mica ho capito sai≫ biascicò tra labbra gonfie con aria interrogativa.

≪Chi capisce è contento a metà! E lo sai perché? Perché l’altra metà sono i sogni che ci perdiamo! E allora meglio sognare dico io!≫ Recitò con allegria muovendosi rapido verso un asse poggiata su due sedie sbilenche che fungeva da tavolo.

≪Trentatré tra lividi, tagli e contusioni! E ora al vecchio Alibrando tocca sistemare il danno! E chi li sente sennò gli Impavidi!≫ prese una ditata di una pasta densa dall’odore forte e si avvicinò a Turi che gli bloccò il polso a pochi centimetri dal suo viso.

L’uomo scosse il capo mettendo il broncio ≪senti, io ti devo curare sennò gli Impavidi se la prendono con me, e io di rogne non ne voglio, domani si parte per le Miniere di Sale… quando avrai capito la situazione, bada bene a non farti rubare l’altra metà dei sogni, almeno quelli sono ancora tuoi…≫

Dion

Certo non era proprio in forma perfetta, non lo era da settimane ormai, ma quella dimora tutta damaschi e profumo d’incensi lo faceva sentire meglio. La vera sferzata d’energia però, arrivò insieme all’ancheggiare delle due donne che lo avevano accolto. Capelli corvini l’una, biondo cenere l’altra, occhi nocciola contro iridi zinco chiaro, corpi flessuosi e incredibilmente semi-nudi. Se esisteva Sielene, Tartaros o il temibile Notte non avrebbe saputo dirlo, ma quello era certamente il paradiso.

Lo avevano scortato in una sala con grandi finestre a guglie e vetri colorati, dove al centro il gorgogliare d’una fontana faceva da sottofondo al canto di uccelli tropicali, che volavano liberi tra grandi piante frondose. Non si poteva dire un novellino delle case di Svago, ma che la Falce lo fulminasse ora, a Kētos non esisteva niente del genere.

La bellezza corvina sbattè le ciglia da cerbiatta ≪il bagno ci attende≫ disse in un Kētese stentoreo che suonò a Dion come un cinguettio d’amore. Sorridendo a sua volta si fece guidare verso corridoi color carta da zucchero con lanterne elaborate che rilasciavano sul muro arabeschi di luce. Svoltarono e la ragazza bionda aprì con delicatezza una porta ≪la tua stanza del lavoro≫ disse sorridendo e Dion le lanciò una delle sue occhiate da conquistatore, camminando a tre metri da terra. Ma una volta dentro si accigliò: il grande letto a baldacchino campeggiava sulla moquette ambrata, con manette e scudisci sistemati ordinatamente sulle lenzuola ricamate. Di fianco, due sedie in legno d’ebano erano intagliate nelle forme meno ambigue che il poeta avesse mai visto. Erano chiaramente falli. Spostò lo sguardo sulle pareti e un dubbio atroce lo assalì. Sugli arazzi di splendida fattura, campeggiavano scene di sesso, ma chissà perché erano tutti uomini quelli coinvolti nell’atto. Le belle ceramiche sparse tra gli arredi, non gli sembrarono più così interessanti, tutte con quella forma allungata che ricordava proprio dei peni; blu smaltati, corti e tozzi, lunghi e colorati.

Si voltò verso la bellezza corvina sempre più atterrito ≪che cattivo gusto non trovate? Le fanciulle non apprezzano certe immagini…≫ e le parole gli si strozzarono in gola.

≪Ma non saranno donne quelle che riceverai≫ sussurrò lei.

Meloria

Glielo avrebbe ficcato in bocca quel cazzo di manganello! Se solo avesse avuto le mani libere, magari con un arma. L’uomo le si avvicinò con cautela per l’ennesima volta e lei girò il viso dall’altra parte, forse con quella tattica sarebbe andata meglio. Con la coda dell’occhio notò lo scintillio dei suoi orecchini, rotondi e ridicoli come il resto del suo abbigliamento. Sentì il suo alito imbrattagli il collo, mentre allungava la mano per portala dal quel bastardo che l’aveva comprata, il mercante Adamanti. Compagnia circense la chiamava, e cosa cazzo aveva a che spartire lei con quei fenomeni da baraccone, proprio non lo capiva.

Si fece prendere i polsi legati e al suo tocco la rabbia gli ribollì nello stomaco, la inghiottì e si alzò, non senza lanciarli occhiate dardeggianti.

Passarono lungo palizzate di legno, dove l’odore di merda di cavallo si univa all’olezzo di piscio in un ode al lerciume cotto dal sole. Strinse gli occhi quando la luce la colpì dritta in faccia. Tra il calore della sabbia, si stagliavano come una visione tremolante una serie di carovane dalle dimensioni sfacciatamente sproporzionate. La fila si perdeva nella distanza. Ce n’erano per tutti i gusti: carrozze interamente fasciate di rame verdastro e borchiato, o con torri di legno che sembrava poter precipitare da un momento all’altro, due delle più semplici si muovevano ondeggiando, come se all’intento fosse stipato un intero esercito.

L’uomo grugnì indicandone una rossa e scrostata, e Meloria capì che quella sarebbe stata la loro destinazione.

Ora o mai più. Si parò difronte all’uomo, fece qualche passo in dietro e prima che quello potesse reagire prese lo slancio e saltò. L’impatto del cranio contro il suo fu tremendo, ma almeno lei era preparata. Scosse la testa per riprendersi e fuggì via barcollando. Ora il suo inseguitore sembrava davvero incazzato.

Rega e Severo

Spalla contro spalla ascoltavano la voce dura di Ruvio ≪la Compagnia Mercenaria dei Figli della Colpa vi da il ben venuto≫ e allargò le braccia facendo correre lo sguardo sui suoi soldati. Severo finse disinteresse rimanendo con gli occhi attaccati ai suoi, mentre Rega osservava ad uno ad uno gli uomini. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto. La maggior parte di loro aveva qualcosa di sbagliato. Una gamba in meno, un arto deforme, la schiena piegata in maniera innaturale. C’erano anche nani e uomini all’apparenza normali. Si chiese quale fossero le loro colpe.

≪Figli bastardi, figli della lussuria e della colpa appunto≫ Ruvio aveva spostato i suoi occhi grigi su di lui e Rega rimase di stucco.

≪Lo chiedono tutti prima o poi, ho solo anticipato. Ma la cosa che mi preme di più è farvi capire come funziona la nostra grande famiglia. Le regole sono semplici e si potrebbero ridurre a vivere o morire. Ma nel mezzo ci stanno tante cose, si posso fare buoni soldi e da oggi voi siete spade vendute al servizio di chi le pagherà. Ci assoldano per le grandi battaglie ma anche per lavori da pochi uomini, lo scopo è sempre quello: vivere o morire. Non c’è molto altro da dire, non oggi almeno≫. Ruvio fece per andarsene ma si voltò appena ≪dimenticavo, nessuno è mai fuggito. E sapete perché? Se un nuovo acquisto fugge io mi prendo il trenta percento dei guadagni futuri di tutti i mercenari. Ecco come avere un esercito unito, senza spargere sangue≫ si girò e la sua grande schiena sparì dentro un tendone da campo.

Severo guardò Rega ≪siamo proprio nella merda!≫ dissero in coro.

Epilogo

Quella città era un serraglio, rovente e caotico. Dalle strette vie delineate da banchi di mercanti, carrozze e spazzatura, mille occhi osservavano e tante mani bramavano ognuna con una sua storia, ognuna alle prese con il proprio destino. Ma nelle ombre nette che la luce accecante creava, una ragazza aveva nascosto armi i cui nomi ancora non conosceva, era sgusciata con l’abilità propria dell’acqua, lontano dalle truppe degli Impavidi che pattugliavano le strade per tenere a bada quel gregge di disgraziati.

Un certezza nella sua testa, non sarebbe stata venduta come mercenaria, non da sua madre, la sola persona che aveva mai amato nella vita e che ora la tradiva con colpe che di certo non voleva addossarsi. Ogni bambino viene messo al mondo con un carico sulle spalle, quello che gli addossano i genitori. Lei quel fardello lo aveva scaricato sulla terra riarsa di Urtā, poco lontano dalla sua Subhïssa.

Se la sorte era stata ingrata con lei, allo stesso modo il destino le aveva riservato una sorpresa inaspettata: AMICI, solo quello contava e un passo dopo l’atro li avrebbe ritrovati. 

Serie: Levii-Hatan


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

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Discussioni

    1. Ciao Sergio! Grazie e grazie ancora per aver seguito le avventure dei due prodi fino a questo punto, per la tua arguzia e empatia con la scrittura. A presto!

  1. Wow… non riesco a dire altro. E vai con grandi avventure, ogni personaggio dovrà sopravvivere contando nell’immediato solo sulle sue forze. E naturalmente Saraje nell’ombra, pronta a recuperarli uno ad uno.

    1. Ciao Micol, grazie mille per aver seguito le avventure di Turi e Dion fino a qui! Come sempre una lettrice attenta e con grande intuizione. GRAZIE