Strega comanda color

L’ultima campanella del giorno risuona per tutto l’istituto come un canto di libertà.

La mandria di studenti galoppa inferocita verso l’uscita.

Mentre raduno gli appunti avverto una presenza nella classe vuota.

«Professore!»

«Padovani, che ti è successo? Sei impazzito finalmente?»

«Lei ci parla sempre di verità…verità. Ecco, io adesso ne ho bisogno!»

Sorrido. «Vedi, Padovani, quant’è che fai filosofia con me?»

«Due anni.»

Indico la porta della classe su cui c’è scritto ‘Baldini bocchinara’, una scritta storica, risalente alla preistoria; oggi questa fantomatica Baldini – se è ancora viva – sarà una nonna amorevole e risolta. 

«Ecco, sono due anni che io ogni santo giorno varco quella porta. Vi saluto. Faccio l’appello. 

E poi vi spiego Socrate, Platone, Aristotele…più verità de così.»

Padovani incrocia le braccia e distoglie lo sguardo. «No, professore, non si fa così. Ho diciotto anni adesso, il fatto che sono giovane non significa che sono fesso.»

«Beh, non sei fesso ma i congiuntivi li hai lasciati a casa.»

«Niente, è più forte di voi.»

Mi inalbero. «Ma VOI chi, Padova’?!»

«Voi grandi, voi adulti. Quando vi chiediamo risposte chiare iniziate a dire le frasone, ad attaccarvi alla forma.»

«Ma che t’è preso oggi? Sei stato inquieto nel banco per tutta la mattina. Me lo ha detto, sai, la prof. d’italiano: tieni d’occhio Padovani.»

Che età l’adolescenza, passano dalla rabbia, alla tristezza e alle lacrime in uno yaptosecondo. Ripenso per un attimo a com’ero io. Un brivido di raccapriccio mi percorre la schiena e rimuovo subito il ricordo.

Adesso lo studente si è avvicinato alla finestra, guarda fuori i compagni allontanarsi sulle macchinette con un’espressione malinconica. Appoggia la testa al vetro, dandomi le spalle.

Prendo un tono più comprensivo, cercando di non farmi pilotare dalla stanchezza della mattinata. 

È evidente che il ragazzo ha bisogno di parlare.

Mi alzo dalla cattedra, mi avvicino e gli metto una mano sulla spalla: «Che c’è Alessio? Hai problemi a casa?»

Silenzio.

«Hai litigato con Marta?»

Padovani si volta a guardarmi sorpreso. «E lei come lo sa?»

Evvai, uno a zero per il prof. 

«Eheh, ma cosa credi? Sono stato rag…»

«Ragazzo anch’iooo» finisce la frase lui facendo la voce da vecchio trombone.

All’improvviso mi sento giovane come il maestro Perboni del libro Cuore. Pieno fine Ottocento. 

Visualizzo la mia mano mangiata dai vermi sbucare dalla tomba con sopra inciso il mio nome e cognome.

Gli accenno una faccetta alzando il sopracciglio. Lui mi guarda per un secondo, poi esce da quell’angolo di ring. «Niente, prof, anzi mi scusi. Vado a casa.»

«Ennò, Alessio. Adesso sei tu che non puoi fare così. Mi hai chiesto del tempo e te lo concedo volentieri, ma ora lo chiedo io a te. Dare e avere, caromio, funziona così. Tu mi hai fatto una richiesta specifica? Ebbene, ora ti rispondo»

Il ragazzo assorbe quanto ho detto, e, miracolosamente, posa lo zaino, mettendosi in ascolto. «Sarà sincero, prof?»

Faccio il gesto ‘parola di lupetto’.

«Bene, allora mettiti comodo perché il discorso è un po’ lungo. Ascolta. La vita non va mai come vogliamo noi. Nostro è l’intento, l’esito no. Tu puoi tentare, immaginare, progettare ma dovrai sempre fare i conti con quello che è l’ineludibilità del reale.» Lo guardo negli occhi. «L’ineludibilità del reale. Ne abbiamo parlato ieri in classe a proposito di Freud. Ricordi? Non ricordi.»

«Ma non è quel discorso sul principio di piacere e sul principio di realtà?»

Qui faccio l’espressione un po’ vanesia e compiaciuta che abbiamo tutti noi docenti quando realizziamo che allora vaccaboia ci ascoltano, poco eh, ma lo fanno!

«Bravo! In un certo senso è quello. A noi piace fare qualcosa ma poi questo nostro piacere si deve scontrare necessariamente col principio di realtà che, purtroppo, è la strega comanda color.»

Adesso Padovani si porta un dito alla bocca, ad indicare che ha capito fino a un certo punto.

«Ehm. Forse il concetto inizia ad essere troppo astratto. E voi siete una generazione che ragiona per immagini. Andiamo sul concreto: Marta ti ha chiesto una pausa di riflessione.»

A questo punto esplode: «Prof ma così dal nulla! Abbiamo passato un pomeriggio fantastico al Luna-park. Era tutta contenta, ci siamo anche baciati.» Il ragazzo qua viene preso da un groppo alla gola. «La mattina dopo non mi risponde al cellulare. Adesso sono tre giorni che non viene a scuola. Prof, le giuro, così sto impazzendo. Lei ride…»

«Sì, scusami, ma non rido di te. Non mi permetterei mai». 

Vedere un ragazzo così giovane soffrire non mi piace, provo a buttarla in caciara: «Senti, vuoi che la faccia bocciare? Conosco bene i professori della sua sezione. Qualcuno mi deve anche più di un favore. Posso farlo, sai?»

Un accenno di sorriso. Due a zero.

«Prof, mi scusi lo sfogo, non lo so nemmeno io… ma quella stronza!»

Intervengo: «No, ecco, ve lo dico sempre: il linguaggio.»

«Sì ma ancora la forma, scusi…»

«Non è la forma, è il contenuto. Solo perché soffri non vuol dire che automaticamente abbia ragione tu. Non sei nella sua testa. Magari anche lei è spaventata, sente che tutto corre veloce e non sa come fare, oppure anche lei ha dei casini da risolvere. Sai qual è il problema qua? È che in gioco c’è solo la tua campana. Solo quello che pensi tu, che provi tu. E lei? Hai mai pensato a dov’è lei in tutto questo?» 

Un rumore ci distrae.

Sulla porta c’è la signora Maria con la scopa in mano.

«Sì, ci scusi Maria. Adesso ce ne andiamo.»

Maria ci guarda con la faccia da ‘mancelavetenacasa?

Fuori scuola Padovani mi mette alle strette: «Prof, che faccio?»

«Dalle tempo. Non cercarla, non insistere. Le donne fanno quello che vogliono, punto. Noi possiamo solo ringraziare se scelgono noi. E poi cercare di esserne all’altezza.»

«E’ dura.»

«E’ durissima, ma è così.»

Padovani si mette in cammino, mentre resto a fissarlo.

«Ha detto qualcosa, prof?»

«Eh? In realtà sì. Quando successe una cosa simile a me mi aiutò un libro.»

Padovani mi guarda come se gli avessi appena offerto di camminare sui carboni ardenti, ma per educazione mi chiede: «Quale?» 

«Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare»

«E ha funzionato?»

Sorrido. «Con me sì. Magari ti dà le risposte che non ti ho dato io. Hai visto mai.»

Padovani si ferma un attimo perplesso, poi riprende a camminare borbottando: «E hai visto mai…»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Leggendo il titolo non avrei mai pensato che avessi scritto un racconto così serioso ma leggero, profondo ma piacevole, come galleggiare a pelo d’acqua nel mare, ad agosto, e trovare tutta la freschezza che serve in certi periodi dell’ anno.

    1. ciao M.Luisa, sì il titolo era volutamente fuorviante, ma mai avrei creduto che questo racconto ispirasse pensieri così poetici. Grazie per quello che hai scritto, mi ha fatto molto piacere.

  2. “Voi grandi, voi adulti. Quando vi chiediamo risposte chiare iniziate a dire le frasone, ad attaccarvi alla forma.»”
    Già che ha detto “voi grandi, adulti” e non “voi vecchi” (cioè tutte le persone sopra i 25 anni, viste da un ragazzo), mi ha fatto capire che abbiamo a che fare con un adolescente coi fiocchi 🤭
    Scherzi a parte. Questa cosa di correggere la forma, i verbi, la faccio sempre pure io. Forse perchè i verbi e la forma sono l’unica cosa che ho la certezza di aver imparato, mentre per quanto riguarda le risposte, soprattutto quelle giuste, alla fine, e chi lo sa se ho imparato o ancora ho da imparare…e allora, davvero, speriamo che ad insegnarci siano proprio loro, che vengono a chiederci consiglio, e noi ci ricordiamo quanta strada abbiamo fatto e quanta ancora ce n’è da fare. (Che poi, già sapere questo, credo si l’insegnamento migliore). Bellissimo racconto!

    1. Ciao Irene! Ahh, apri un mondo. Da insegnante me lo domando sempre: qual è il confine fra insegnare (cioè lasciare un segno) e imparare (ricevere – e far tesoro di – quel segno)? Quanto cambio grazie a loro, e quanto loro nonostante me?
      Ho un leggerissimo sospetto: non lo saprò mai.
      Sui verbi non transigo. O ci mettiamo tutti d’accordo e decretiamo la morte definitiva del congiuntivo o continuerò a difenderlo a spada tratta. E’ un aspetto pedantesco di me a cui tengo molto.
      Ps qui nel Lazio c’è un certo pudore a parlare di ‘vecchi’, ci chiamano ‘grandi’; e gliene sarò eternamente grato.
      Grazie del passaggio e del tuo riscontro sempre stimolante.

  3. “Indico la porta della classe su cui c’è scritto ‘Baldini bocchinara’, una scritta storica, risalente alla preistoria; oggi questa fantomatica Baldini – se è ancora viva – sarà una nonna amorevole e risolta.”
    poesia👏

    1. Questa età (della ragione?) è come uno schermo su cui guardi altri attori (attor giovani) vivere tue esperienze pregresse, ma con la consapevolezza che per loro ci saranno altre vie, altre strade, altri intrecci. A volte è un bel trip, altre “è come film di orrore”. C’est la vie. Grazie per il passaggio.

        1. preferirei che fossero paterne più che paternalistiche, ma va bene comunque: la mission è in quella direzione. La famiglia è fuori, più che dentro.