
Suite N.6
Le mura compresse della stanza abbracciavano pochi metri cubi di aria. Tutto ciò che esisteva in quel perimetro portava con sé quel rauco stridore di mobili antichi e ingolfati dagli anni. Di certo gli assi in rovere del pavimento si ergevano con maggiore autorità e consapevolezza, testimoni da circa un secolo. Il letto era il posto più consueto dove poterla incontrare nei giorni di pioggia. Ricordo ancora la prima volta che la vidi, accovacciata in posizione embrionale sotto il mio piumone. Lei stava per ore immobile lì sotto, aspettando che la venissi a chiamare o che cessasse la pioggia. Raramente si spostava dalla stanza, alcune volte la potevo sorprendere nel soggiorno a suonare, e in quei momenti riusciva ad evadere dal suo corpicino e colmare tutti i vasi e le stanze della casa. In quei momenti ti avvolgeva di un respiro profondo e soffocante. Questo però durava pochi attimi, perché appena la sorprendevo, allora riprendeva possesso delle sue membra, lasciava tutto e correva ad abbracciarmi. Una volta le chiesi cosa si provasse a lasciare le proprie dita e le braccia in un altro posto, ma lei mi guardò smarrita come se non capisse la mia domanda e rispose – Io non posso vedermi. – Altre volte la trovavo in cucina, la sua espressione riusciva a denunciare tutto quello che era accaduto in mia assenza, se aveva il suo solito “sorriso all’ ingiù”, come amava definirlo, allora aveva sbagliato qualcosa, altrimenti, se tutto andava bene, aveva un’espressione concentrata e non mi dava retta. Le veniva in mente di imitare qualche ricetta scoperta durante una cena tailandese o indiana, così si cimentava nella ricerca degli ingredienti e dei metodi più tradizionali di preparazione. Finiva spesso per dimenticare qualcosa, come lasciare troppo in forno una coscia di pollo o nel mettere del timo al posto del basilico. Tanto bastava per metterla in crisi durante tutta la serata e vederla rifugiarsi sotto il piumone della stanza. Allora mi toccava lasciare tutto e occuparmi pienamente di lei e del suo malumore, raccontarle storie o farla ridere per trarla fuori dal letto e continuare la serata. Una volta le raccontai di quella ragazza che nello stare sempre accovacciata tra le lenzuola del suo letto, andava rimpicciolendosi sempre più. – Ma come rimpicciolendosi? – mi chiese spaventata e incredula facendo spuntare solo gli occhi da un lembo di cotone. – Certo, di pochi millimetri, circa un millimetro ogni ora stesa. – Tornò giù con la testa e si girò sull’altro lato.
La incontravo raramente fuori di casa, e se mi capitava di imbattermi in lei dovevo fare una gran fatica per riconoscerla. Non so quale fosse la sua vita all’infuori della mia stanza. Spesso mi pregava di incontrarci al bar in via Moretti, o di passarla a prendere al termine delle prove, ma cercavo sempre delle scuse per evitarla. Il caso peggiore era sentirla parlare in inglese o in tedesco, allora proprio non potevo sopportarla e mi sentivo totalmente indifferente. Diverso tempo fui impegnato in questo dilemma, non sapevo come comportarmi, tanto meno parlarne con lei era possibile. Non mi capiva, e, se provavo a far chiarezza, lei mi rispondeva che non poteva aiutarmi, che era qualcosa di simile a quando suonava, che non poteva proprio vedersi in quei momenti. Ma questo accadeva in presenza di altre persone o nello spiegamento della nostra vita all’interno dei vicoli stretti della città, come in qualche negozio mentre misurava un nuovo vestito o tra i tavoli di una pizzeria. Così aspettavo di tornare a casa per incontrarla nuovamente. Ci fu una volta però, in cui la incontrai in una libreria, tra le scatole di alcuni libri di seconda mano. Fu allora che mi incitò a comprarne dei nuovi – Così un giorno faranno parte della nostra libreria – mi disse. Questo lo trovai di una intimità nostra. Quei libri per lei erano un ponte per arrivare alla nostra stanza, nient’altro.
Ci fu anche un periodo in cui non la trovai in nessun luogo e in cielo persisteva il sole immobile. Furono dei giorni o forse mesi di un totale svuotamento come il rovesciarsi di una brocca nella sabbia. Ebbi il forte timore che fosse in un’altra stanza, in qualche luogo a nord della Spagna, forse a Santiago de Compostela o più semplicemente a Londra. Così la figuravo in un luogo buio dietro un vetro bagnato a guardare delle chiome di alberi scossi dal vento, la immaginavo come me. In quel tempo ebbi la terribile sensazione che lei potesse trasformarsi in qualcosa d’altro, come di non poterla più riconoscere neanche all’interno della mia stanza. Sentivo come salire sulla mia pelle le zampe di un animaletto nero e viscido, che portava sulla schiena un enorme peso trovando la strada che dal mio braccio arrivava sino al mio orecchio. Lì mi sussurrava il mio dubbio peggiore. Lei si sarebbe trasformata in quell’altra, in quella fuori, nella sconosciuta.
I miei sospetti cessarono in un giorno di Giugno, quando la rividi seduta sul mio letto illuminata dall’azzurro della finestra. Furono attimi di cocenti contraddizioni interne. L’avevo ritrovata ma dovevo indagare sulla sua identità. Ora mi premuravo di chiudere tutte le finestre quando iniziava a suonare, e la osservavo di continuo, sicché fui io quello a cambiare. Un giorno, accortasi del mio sguardo lungo e invadente, mi chiese – Perché mi fissi in quel modo? Pensi che mi sia rimpicciolita? Ti assicuro che sono stata attenta a non perdere neanche un millimetro. –
Talvolta mi confessava dei dubbi presa da un totale sconforto. Le bastava vedere una coppia sorridere o una donna indossare un cappottino rosso. Allora cadeva in un abisso di cerchi concentrici che portavano a un luogo profondo e inaccessibile dentro se stessa. Fu in uno di questi episodi che decisi di regalarle un piccolo binocolo antico che avevo comprato in una bottega di antiquariato. A vendermelo era stato un tale Herr Köhl che mi aveva rassicurato sull’integrità dell’oggetto nonostante avessi palesato i miei dubbi per via delle macchie di ruggine. Mi disse che nonostante l’ossidazione del rame la lente era in ottime condizioni e che si potevano colmare distanze incalcolabili. Lei prese con sé il binocolo e se lo appese al collo. Da lì in poi iniziò a raccontarmi tutto quello che riusciva a osservare, tra cui una città sul mare di cui ignorava il nome. Le era capitato di scorgere, proprio in quella città, un giorno, una coppia che rassomigliava molto a noi, ma sfortunatamente li aveva visti solo di spalle mentre passeggiavano su di un molo e si era messa in testa di doverli ritrovare per assicurarsi di chi fossero.
Passarono diversi anni relativamente felici, in cui avevamo trovato un esatto equilibrio. Lei non mi spiegò mai di quel periodo d’assenza ed io non volli mai toccare l’argomento per una celata paura di rivivere quei momenti. Finché non arrivò quel giorno di Gennaio, ero in cucina intento a lavare i piatti del pranzo appena consumato insieme. Lei mi aveva avvisato di andare in soggiorno per provare la Suite N.6 di Bach. La scia iniziò a serpeggiare tra i nodi dell’intonaco e occupò con fare autoritario ogni spigolo ed ogni angolo della casa. Era tutto così pieno di lei che ogni muscolo del mio corpo prese a irrigidirsi e a non assolvere più alla sua funzione naturale. Ogni cosa perse la sua identità. Ma di colpo l’intero corpo di quella musica andò dileguandosi e non rimase che un eco. Immediato fu il mio pensiero alla finestra lasciata aperta nel living. Corsi da lei oramai consapevole dell’accaduto e non fui meravigliato nel trovare la solitudine del suo corpo abbracciato al suo strumento. Provai inutilmente a rincorrere quell’eco tra le nuvole.
Lascio tuttora la finestra aperta aspettando che ritrovi la strada. A volte me la figuro nel merlo sul ramo del castagno di fronte casa, che ogni mattina mi sveglia cantando.
Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ho letto più volte questo tuo bellissimo racconto, cercando in esso un senso che, mi vorrai perdonare l’egoismo, fosse solamente mio. Credo che quando uno scrittore fa un tale regalo al lettore, si debba aspettare che esso ci si immerga totalmente facendolo proprio. Non si tratta della narrazione di eventi e fatti, bensì della evocazione di immagini e metafore dentro alle quali ciascuno costruisce la propria casa. Una casa senza fondamenta, pronta a mutare a ogni nuova parola, frase, immagine, pronta a volare via. La prosa elegante e l’uso del tempo remoto rendono la tua prosa poetica ancora più elegante. Mi piace molto essermi sentita sospesa dopo la lettura, come lasciata lì a metà. Mi piace ciò che è irrisolto, e mi piace rimpicciolirmi in quel letto e poi diventare grande e volare dalla finestra. Fai bene a lasciarla aperta perché il volo è fatto per andarsene, ma anche per tornare. Complimenti.
Grazie Cristiana
mi sento di aggiungere una considerazione: racconti come questo non si prestano a una interpretazione definitiva. Sono composti di pura forma, di strutture narrative perfettamente compiute e, al tempo stesso, del tutto autorefenziali. Qui la scrittura racconta se stessa e la domanda “che cosa significa?” non solo difficilmente può trovare risposta, ma direi che non deve trovarla. Chi è questo essere che si incarna e si disincarna e che infine tace e scompare come una Suite di Bach al termine dell’esecuzione? È l’ispirazione poetica? È un sentimento privo di oggetto? È un desiderio infinito di avere qualcuno da amare che però è talmente libero e indipendente da noi da non concederci mai la certezza del suo possesso? Si può andare avanti illimitatamente. È tutto, è niente, è espressione allo stato puro.
È un racconto che sconfina facilmente nella prosa poetica.
Difficile da interpretare, come scritto anche da Federico, perché il vero senso di questo testo rimane celato e visibile soltanto all’autore.
Tuttavia, il linguaggio scorrevole e le immagini evocative in esso presenti lo rendono incredibilmente coinvolgente.
Bravo, davvero.
Grazie Giuseppe
Non so se ti riferisca ad una persona, ad una perdita, ad una malattia, o siano semplicemente metafore il cui significato mi sfugge, ma lo fai costruendo immagini malinconiche e struggenti veramente belle ed evocative. Emozionante.
Grazie Federico
Un bellissimo racconto, originale, tenero e dolce, a tratti, alternato da note malinconiche di silenzi e musica.
E descrizioni che fanno sognare. Il binocolo in particolare, per guardare lontano, per andare oltre, con lo sguardo e, magari, con la fantasia.
Grazie M. Luisa!
Talvolta leggendo uno scritto mi sento inadeguato. So che mi piace, ma non sono sicuro di averlo compreso. C’è una metafora, forse si più, e c’è tanta poesia, e forse tanta psicanalisi, ma forse no. Sto ancora cercando di capirlo, ed è bello anche questo.
Grazie Giancarlo, a volte sono semplicemente una serie di immagini legate da un filo molto sottile.
“un piccolo binocolo antico che avevo comprato in una bottega di antiquariato. A vendermelo era stato un tale Herr Köhl che mi aveva rassicurato sull’integrità dell’oggetto”
ecco,l’ idea di un binocolo capace di rendere visibili oggetti remotissimi mi è pars formidabile.
“parsa”, ovviamente.
bellissimo e struggente, non voglio aggiungere altro. Grazie mille, vin.
Grazie Francesca!