Tana per Zaccheo

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ogni episodio è un tassello di un mosaico di volti che emerge dalle pagine bibliche. Storie di donne e uomini di tempi remoti, le cui voci potrebbero essere le nostre.

Mi tenevo quel nascondiglio per un’occasione speciale. Era un piccolo albero lungo la strada vicino a casa. Un luogo affollato, posto improbabile dove nascondersi. Ma io avevo trovato un punto, appena sopra il tronco, in cui le fronde erano molto fitte. Solo osservando con attenzione e insistenza avrebbero potuto trovarmi.

Era perfetto. Sapevo che avrei dovuto usarlo quando a fare la conta ci sarebbe stata una persona importante, qualcuno per cui ne valeva la pena.

Usai il nascondiglio perfetto a dieci anni, quell’unica volta che mio padre giocò a nascondino con me. Ricordo bene quel giorno. Direi quasi che mi si è piantato dentro, diventando il perno attorno al quale si è inceppata la mia vita: indesiderato punto zero di ogni mia scelta.

Mio padre non era un brav’uomo. Si è sforzato tutta la vita di esserlo, ma è riuscito solo ad essere giusto. Giusto secondo la legge di questo stupido popolo. Era assistente al tribunale del Sinedrio di Gerico, uomo di fiducia di alcuni farisei tra i più rigidi nell’applicazione della legge mosaica. Correva loro dietro come un cane con il padrone. Voleva solo compiacerli ed essere da loro apprezzato. Era convinto che così facendo sarebbe diventato qualcuno. Fece lapidare mia madre dopo la scoperta dell’ennesimo tradimento, un venerdì sera, in tempo per lo shabbat, come prescritto dalla legge. Avevo quattro anni. Diede in spose le mie sorelle ad alcuni giovani figli di farisei, e i miei fratelli li trattò sempre come servi, come i farisei trattavano lui.

Con me era diverso. Io ero diverso. Basso, tarchiato e un poco zoppo, mettevo a rischio la sua immagine agli occhi della gentaglia che frequentava. Per questo popolo, che considera la malattia come la punizione divina per una colpa commessa, la mia postura e la bassa statura erano una vergogna che infangava il suo buon nome. Mi parlava poco, a stento mi guardava, ma nonostante questo io attendevo speranzoso un segno d’affetto da parte sua, come un cane attende le briciole sbavando sotto il tavolo.

Per questo, quel giorno in cui sorprendentemente accettò di giocare a nascondino con me, decisi che era il momento di usare il nascondiglio perfetto a lungo custodito. Ero convinto che quando mi avrebbe trovato tutto sarebbe cambiato. E avrei trovato un padre e un amico.

Rimasi su quell’albero tutto il giorno. Mio padre non mi trovò. Non credo neanche mi abbia cercato. Non ci fu nessuno che chiamò il mio nome, nessun allarme per le strade quando non mi videro rientrare.

Ricordo che con il passare del tempo mi prese il panico, poi il pianto. Mi avvolse una certezza che mi si incollò alla pelle, mettendo in me radici come pietre: Sei solo, invisibile.

Al tramonto sorse la rabbia. Decisi che non mi sarei spostato da quel nascondiglio, cascasse il mondo. Ero pronto a lasciarmi morire lassù solo per il piacere di infliggere a mio padre un briciolo di senso di colpa; almeno sarei esistito, per una volta. Rientrai solo perché ebbi un colpo di sonno e caddi dall’albero, spaventando alcuni passanti che mi mandarono via imprecando. Nessuno a casa aveva notato la mia assenza. Sedetti a tavola e mangiai in silenzio.

Ricordo bene quel silenzio. Con esso promisi che era finita. Era finita con mio padre e con qualunque cosa lo riguardasse. Era finita con la mia famiglia, con i miei fratelli e sorelle, con il ricordo di mia madre. Era finita con il mio popolo e con le sue stupide leggi. Eressi un muro di separazione alto e definitivo.

Fu dunque naturale rivolgermi ai romani, una volta cresciuto. Li apprezzavo. Erano schietti, pragmatici e non si perdevano in sciocchezze. Divenni un pubblicano che riscuoteva le tasse della gente di Gerico, applicando interessi maggiorati e attirandomi così l’ira di tutta la popolazione. “Peccatore”, mi chiamavano e io godevo.

Non avevo più compassione di nessuno.

Ogni tanto, camminando nel mio vecchio quartiere, passavo davanti al nascondiglio perfetto e il ricordo di quel giorno mi mozzava il fiato. Alcune sere, nella mia bella casa, provavo ribrezzo dell’uomo che ero diventato. Mi trovavo ad immaginare come sarebbe stata la mia vita se quel giorno mio padre mi avesse trovato. Sarebbe potuto bastare quel singolo momento d’incontro con lui, per farmi diventare un uomo completamente diverso, migliore, credo.

In fondo, sapevo che non ero mai sceso da quell’albero.

***

Quando il maestro di Nazaret arrivò a Gerico, ricordo che le strade si riempirono di gente che voleva vederlo. Ammetto che anche io impazzivo dalla voglia di incontrarlo. Si vociferava che a Gerusalemme avesse difeso una donna dalla lapidazione e che in Galilea si fosse scontrato con i farisei, chiamandoli “ipocriti”. Questo me lo rendeva tremendamente simpatico.

Mi riversai in strada insieme alla folla, cercando di trovare uno spiraglio per avvicinarmi, ma la gente spingeva e la mia altezza non aiutava. Decisi allora di spingermi un po’ avanti, anticipandolo sul percorso e trovando un punto migliore da cui vederlo.

Girai l’angolo e mi ritrovai nella strada della mia infanzia. Davanti a me c’era l’albero, il nascondiglio perfetto. Era cresciuto. Vi salii lentamente senza poter impedire l’affiorare del ricordo di quel giorno.

Poco dopo lo vidi.

La gente cercava di toccarlo, di parlargli, mentre alcuni uomini provavano a contenerli. Lui invece si guardava attorno in maniera concitata, quasi incurante della folla, passando da un volto ad un altro come se cercasse qualcuno.

Poi levò lo sguardo verso il mio albero, stringendo gli occhi per vedere meglio in mezzo alle fronde, finché non mi vide. Il suo sguardo allora si illuminò come chi riconosce un volto amico nella folla, e sorrise.

Io ebbi un tonfo nel petto, un rimbalzo del cuore dallo stomaco al viso che mi inumidì gli occhi e mi costrinse a rispondere con lo stesso sorriso.

Lui rideva. Era così contento. Mi chiamò per nome, alzando le mani e facendomi segno di scendere.

Disse qualcosa del tipo: «Zaccheo, vieni giù di lì. Vengo a casa tua stasera che mi offri la cena» o qualcosa del genere.

Non ricordo esattamente, perché ero sopraffatto, stordito.

Ma non importa cosa disse.

Io capii solo «Tana per Zaccheo.»

E scesi dall’albero.

Ero stato trovato.

Serie: Parole di Dio, voci di uomini


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Racconti la storia di un dolore che non ha età ne religione. Che siano duemila anni fa, o l’altro ieri, la ferita che ci portiamo addosso per non essere stati “trovati” ne “visti” da chi ci ha messo al mondo, è sempre la medesima, e il dolore si somiglia per tutti. Cresciamo in gabbia, in attesa di qualcuno che finalmente ci urli “tana”. Bellissimo.

  2. “Mio padre non era un brav’uomo. Si è sforzato tutta la vita di esserlo, ma è riuscito solo ad essere giusto.”
    Mi ha fatto riflettere tantissimo questo passaggio, una consapevolezza dolorosa. Essere giusti significa anche far lapidare la moglie, se legge del popolo lo prevede
    Eppure la parola giustizia ha, o perlomeno dovrebbe avere, tutt’altro significato.

  3. Ho notato, in questo episodio un linguaggio meno formale e forse più colloquiale rispetto ai precedenti. Mi pare tuttavia molto appropriato per il personaggio che, pur crescendo, resta nel suo animo arrabbiato, quel bambino che nessuno ha cercato quel giorno. L’incontro con gli occhi del Messia è molto commovente e si sente la gioia dell’essere finalmente guardati per quello che si è. La frase ‘Tana per Zaccheo’ è davvero geniale.

    1. Cara Cristiana, grazie delle tue parole. Una volta scritto mi sono accorto anche io che il linguaggio era un po’ diverso rispetto a quelli precedenti. Rabbia e formalità si stanno un po’ antipatiche nella mia mente.

  4. Molto confortante il finale di questo racconto che inizia con il tono amaro di un ragazzo nella sua solitudine, a

    e delusione per un cattivo padre. Il modo in cui riesci a rendere la narrazione adeguata a quella di un ragazzo semplice e modesto, da leggerezza alla lettura e favorisce l’empatia verso il protagonista. E risveglia vecchi ricordi sopiti, di storie tratte dalle pagine bibliche, che ascoltavo da piccola con lo stesso piacere delle favole.

    1. Grazie del commento M. Luisa. Desideravo davvero un finale che confortasse e che fosse abbastanza forte da far credere che una persona, a partire da un piccolo gesto di confidenza, possa sbloccare qualcosa che si è inceppato, e così ripartire nella vita. Grazie ancora

  5. Che perla anche questo racconto, bravo Guglielmo! Se qualcuno mi avesse raccontato storie religiose come sai fare tu forse non sarei ateo, forse.😜 Complimenti per la scrittura, scorrevole e piacevole. Attendo il prossimo (non nel senso evangelico 😁)