Tè 

La prima tazza di tè non si beve mai, il sapore è troppo forte, rovina l’esperienza. Da bambine non lo sapevamo e giocavamo a versarci una tazza dopo l’altra, facendo finta di essere principesse in attesa del loro principe azzurro. Parlavamo male delle nostre compagne di classe più belle di noi e ridevamo tanto in quei pomeriggi davanti a una finta tazza di tè; “cos’è stato? Si è rotto qualcosa?” “Tranquilla, a volte mamma si arrabbia con papà e rompe una tazza” “quindi anche loro giocano al principe e la principessa?” Se fosse stato veramente così mamma era una principessa molto sfortunata. 

Dopo un attacco di panico la bidella offriva sempre un bicchiere di tè al limone, quello delle macchinette al piano terra, il solo calore della plastica dove era contenuto il liquido giallo aiutava a sentirsi meglio. Gli occhi pesanti per la necessità di dormire dopo l’estremo consumo di energie, la vergogna nel cuore per aver dato spettacolo, gli squarci nella pelle che bruciano. “È il secondo questa settimana tesoro, perché non ne parli con un esperto?” “I miei dicono che non c’è bisogno, è l’adolescenza dicono”. Il discorso era già stato affrontato, ripetevano che è normale sentirsi sulle montagne russe quando si è adolescenti, ci sono passati tutti senza fare questi drammi. “Tesoro ti sei fatta male? C’è del sangue sui tuoi pantaloni, qui, sulla coscia” “ah si, devo essermi tagliata con qualcosa…”

Chiesi del tè all’infermiera ma rispose che ai pazienti di psichiatria è sconsigliato bere bevande eccitanti. Invece, mi avevano preparato un infuso ai frutti rossi, non mi piaceva. Non mi piaceva quel posto, non mi piacevano le pillole che prendevo e che avrei forse dovuto prendere per tutta la vita. Stavo perdendo le lezioni all’università e i miei amici continuavano la loro vita ma lì il tempo sembrava non scorrere mai, tutto era bloccato dentro le pareti pastello e il pavimento asettico. “Per fortuna sei ancora viva, sei fortunata ad essere qui” avevano detto le infermiere, già, ma ne valeva la pena se non potevo neanche sorseggiare un buon tè?

“Dolce o salato?”

“Dolce, grazie”

“Da bere?”

“Del tè”

Il volo sarebbe durato ancora a lungo ma non importava. Stavo andando via, forse definitivamente, dall’altra parte del mondo. Stavo scappando da tutto e tutti, ripartire da zero, essere qualcun’altra. Basta bugie e segreti, basta sofferenza, volevo essere una persona nuova. Guardavo il mio riflesso nella tazza e vedevo occhi tristi.

In Giappone la cultura del tè è diversa. Mi avevi fatto assistere ad una autentica cerimonia del tè e ne ero rimasta affascinata, avevi promesso che mi avresti portata in India e in Cina per vederne di nuove, altrettanto belle. Un giorno d’autunno mi hai invitato nel tuo appartamento e hai preparato un semplice earl grey, non l’ho bevuto, le tue labbra mi hanno assalito prima che potessi anche solo prendere in mano la tazza. A Kyoto le foglie prendevano fuoco e io ti amavo con disperazione quella notte, non immaginavo che dentro di te fosse già inverno. Sul tavolo la tazza di earl grey si faceva sempre più fredda.

Il matcha puro è amaro, scende giù e fa venire quasi un conato, alla base della gola si avverte un certo fastidio e in bocca rimane una sensazione poco piacevole. Non capivo, non capivo perché mi avessi portata a bere del matcha per dirmi che te ne saresti andato. Non capivo perché mi avresti lasciata sola. Alcune lacrime sono finite nella tazza, tu mi prendi la mano “ti amo all’infinito, ma non posso”. Entrambi spaventati, entrambi con cicatrici diverse, pillole diverse e nessuno dei due pronto all’altro. Ti alzi e svanisci nel freddo della città. “In Giappone il verde è il colore dell’amore” mi hai detto una volta, guardo il mio matcha ormai freddo, verde. Speranza. Amore. Mi sento stranamente in pace.

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Discussioni

  1. Un racconto che è poesia, poema che associa le fasi della vita ai colori del tè. Un mettersi a nudo, senza paura né vergogna, perché fa bene così. Perché ci aiuta. Buon viaggio cara Valeria con tutta la vita ancora davanti, l’amore dietro l’angolo nelle sue forme più svariate.

  2. Un racconto amaro, come il the bancha che una maestra di shatsu ci faceva bere, senza zucchero ne` miele.
    Una storia dolce, come la speranza, la sana voglia di partire, di ricominciare, in piena liberta`di vivere e sognare.
    Una narrazione vibrante, di verita` vissute, sentite o sofferte, da una donna uguale o diversa, come sulla propria pelle.