
Tempesta
Serie: Il violino al chiaro di luna
I minuti, purtroppo, passarono molto più in fretta del previsto e non appena la magia finì e il brano giunse al termine mi misi ad applaudire entusiasta.
«Ancora, ancora. Suona anche gli altri due movimenti, ti prego!»
Chiesi come una piccola bambina capricciosa.
Ma il ragazzo non battè ciglio, al contrario, sembrò quasi felice di quella mia richiesta.
«Beh, se quest’aria si può considerare come la quiete prima della tempesta… direi che è arrivato il momento della tempesta vera e propria» rispose con aria pensierosa.
Poi alzò nuovamente l’archetto all’altezza degli occhi, lo poggiò delicatamente sulle corde e si lanciò nel terzo movimento.
Quelli che seguirono furono i sette minuti più carichi di emozioni di tutta la mia vita.
La rabbia mista al dolore davano vita ad una tempesta travolgente.
Chiusi gli occhi e mi immaginai un Beethoven ferito, sconvolto, che improvvisamente si era ritrovato solo, completamente solo, dopo aver appena perso il suo grande amore, dopo aver scoperto che la donna che amava avrebbe sposato un altro uomo.
E quel ragazzo in piedi di fronte a me, con quel suo violino in mano, riusciva a comunicarmi tutte queste emozioni in modo cristallino.
I suoi movimenti questa volta erano forti e decisi, arrabbiati ma anche colmi di una tristezza profonda, quasi viscerale.
Ora non guardava più la luna, teneva gli occhi chiusi e aveva le sopracciglia corrugate in un’espressione indecifrabile, come se stesse cercando di attingere alle sue emozioni più profonde e travolgenti per arricchire al meglio l’esecuzione del brano.
Ma, allo stesso tempo, era come se stesse lottando disperatamente contro se stesso, per non lasciare che queste lo travolgessero e prendessero il controllo su di lui.
Una volta finita anche quest’aria tornai ad applaudire più forte di prima.
«Wow» sussurrai tra gli applausi.
Ora mancava solo il primo movimento, il preferito dai tanti, quello considerato come il più bello in assoluto.
«Il primo, ora tocca al primo!»
Ma un attimo dopo aver pronunciato quelle parole il mio telefono squillò: era mio fratello che, stranamente preoccupato, mi chiedeva dove fossi sparita nel cuore della notte e mi pregava di tornare a casa prima che i nostri genitori si accorgessero della mia assenza.
E menomale che era famoso per il suo sonno profondo, il ragazzino.
Terminai in fretta la telefonata, mi alzai di corsa e afferrai la bici.
«Mi dispiace, devo scappare… si è fatto tardi e mio fratello mi sta cercando.
Ma tu per caso sei qui anche domani sera? Perché sei davvero bravo a suonare e… e poi mi sarebbe tanto piaciuto ascoltare anche il primo movimento, è il mio preferito» esclamai tutto d’un fiato prima di andarmene.
Forse gli stavo chiedendo troppo.
Ma lui sorrise ancora una volta, abbassò l’archetto e il violino per poi guardarmi dritto negli occhi.
Con i suoi, di occhi, che erano di quel blu così profondo ma allo stesso tempo così spento.
«Tranquilla, si è fatto tardi anche per me.
Ma se vuoi così tanto ascoltare il primo movimento, mi troverai qui domani sera, promesso.
Stesso posto stessa ora.»
Un sorriso a trentadue denti mi si stampò sul volto.
Era la prima volta dopo tanto tempo che sorridevo così genuinamente.
Finalmente stavo provando qualcosa che non era rabbia, stanchezza o tristezza.
Ero felice, non potevo nasconderlo.
Annuii con foga e prima di avviarmi verso casa in sella alla mia bici rossa lo ringraziai e lo avvisai che la sera seguente mi avrebbe trovata di nuovo lì.
Quelle che seguirono furono le ventiquattro ore più lunghe della mia vita ma quando riuscii finalmente a sgattaiolare di nuovo fuori casa e a raggiungere il molo della notte precedente ciò che trovai lì ad aspettarmi fu solo il suo violino.
Del ragazzo non c’era traccia.
Mi guardai intorno, perlustrai velocemente la zona, ma inutilmente.
Delusa, attraversai il piccolo molo abbandonato fino ad arrivare al violino che era stato appoggiato nella sua custodia rimasta semi aperta e lì vidi un biglietto bianco luccicare nel buio.
Un terribile sospetto si attanagliò nella mia mente, come un piccolo tarlo.
Ma cercai in tutti i modi di ignorarlo.
Alla fine mi feci coraggio, afferrai il biglietto e lo girai.
Così recitava:
“So che ti avevo promesso il primo movimento di questa sonata, ma se stai leggendo queste parole è perché non sono riuscito a resistere abbastanza a lungo per mantenere la promessa.
Per questo ti chiedo scusa.
Allo stesso tempo, però, ti voglio ringraziare perché l’entusiasmo che hai dimostrato per la mia musica, anche se per poco, mi ha fatto bene.
Mi ha scaldato l’anima.
Grazie, perché sei stata come un effimero fiore nel bel mezzo di un abisso oscuro che, purtroppo, alla fine ha avuto la meglio su di me.
Ma stasera l’acqua del lago è così limpida e cristallina e il riflesso della luna al suo interno così luminoso che non posso fare altrimenti.
Devo raggiungerla a tutti costi.
È l’unico modo che ho per vivere davvero e per non annegare più nell’abisso che abita dentro di me.
Non ti chiedo di capirmi ma di perdonarmi.
Io devo raggiungere quella luna.”
Lacrime calde iniziarono a bagnarmi le guance, alzai lo sguardo incredula, guardai il lago, guardai il riflesso della luna che si increspava nell’acqua scura.
Una melodia si diffuse nell’aria, o forse solo nella mia testa.
Poco dopo tutta la tristezza e il dolore del primo movimento della ‘Sonata al chiaro di luna’ di Beethoven mi travolsero come un fiume in piena.
Non conoscevo nemmeno il suo nome pensai.
Altre lacrime salate mi graffiarono il viso per poi cadere e mischiarsi nelle acque dolci del lago e mentre venivo cullata dal chiarore di quella maledetta luna, sentii un rumore improvviso: dentro di me una delle mie corde si era appena spezzata.
Poi un secondo rumore, questa volta molto più insistente e squillante del primo.
Sbattei le palpebre più volte e quando riaprii gli occhi ancora arrossati e gonfi per via del pianto mi ritrovai in un bagno di sudore, stesa sul letto nella stanza della casa vacanze.
Ancora assonnata e frastornata afferrai goffamente il telefono appoggiato sul comodino e spensi la sveglia.
Mi misi a sedere, mi voltai prima verso mio fratello ancora beatamente addormentato, poi verso la finestra spalancata; con il dorso della mano asciugai le ultime lacrime che si erano cristallizzate sulle mie guance.
Cosa dovevo aver sognato di tanto triste per piangere in quel modo? Non ne avevo la più pallida idea.
Guardai fuori, come in cerca di qualche indizio: persino la luna se n’era andata e ben presto mi resi conto che l’ennesima giornata di afa estiva era appena iniziata perché i primi caldi raggi di sole non ci misero molto ad affacciarsi nella mia stanza allontanando così, una volta per tutte, ogni qualsiasi speranza di un incontro che potesse regalarmi un brivido di vita.
Serie: Il violino al chiaro di luna
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Splendidamente malinconico, ed il risultato è una storia a metà fra due strade: sogno e realtà, ma entrambe dirette verso la luna, specchiata sull’acqua della notte
Ti ringrazio davvero per queste belle parole 🤍
Bravissima. Un racconto che è poesia in prosa. Raggiungere la luna attraverso lo specchio d’acqua è un’immagine molto romantica.
Grazie millle💜
Stupendo!
Hai dipinto un racconto meraviglioso, così evocativo da catapultare il lettore nel bel mezzo della storia.
Mi ha davvero affascinato!
Ti ringrazio molto!