Tempo al tempo 

Verde, il semaforo per i pedoni è ancora verde. 

Lo intravedo in lontananza, tra le teste delle persone. È di un verde brillante, lo stesso colore della speranza che inizia a crescere in me e che mi fa credere di riuscire ad attraversare la strada in fretta, raggiungere la fermata dell’autobus in tempo per prendere quello delle diciannove e arrivare a casa per le venti. 

Con uno scatto mi lancio in una breve corsa mentre vedo quel verde così acceso trasformarsi improvvisamente in arancione. 

Ma non demordo, aumento la velocità perchè ormai ci sono quasi, manca pochissimo, ce l’ho quasi fatta! 

Mi arresto di colpo sull’orlo delle strisce pedonali e guardo l’omino rosso dall’altra parte della strada prendersi gioco di me mentre le macchine iniziano a sfrecciare veloci davanti ai miei occhi inermi.

Inspiro ed espiro ai limiti dell’esaurimento nervoso, non so se essere più infastidita dal fatto che molto probabilmente tornerò a casa ad un orario improponibile per colpa di uno stupido semaforo o perchè la  corsa ha messo seriamente alla prova i miei polmoni poco allenati. 

Ma è proprio quando cerco di riprendere fiato, mentre riconsidero drammaticamente tutte le scelte di vita dei miei ultimi vent’anni, che una voce sconosciuta attira la mia attenzione.

“Signorina, scusami” mi volto di scatto e incrocio lo sguardo stanco di un’anziana signora.

“Sì? Mi dica” rispondo io ancora senza fiato.

“Per caso vai al capolinea delle corriere?” mi chiede con una scintilla di speranza che le illumina lo sguardo.

“Sì signora. Ha bisogno di-” ma non faccio in tempo a finire la frase che questa tira fuori da dietro la schiena una borsa gigante di plastica colorata. 

“Non è che saresti così gentile da portarmela fin là?”

“Ma certo, dia pure a me” rispondo io accennando un sorriso mentre afferro la borsa.

“Ti ringrazio. Sai ho appena finito di fare una seduta di radioterapia, per la mia gamba-mi spiega indicandomi il bastone che la aiuta a stare in piedi-ma quella borsa iniziava ad essere davvero molto pesante, penso di aver comprato troppe cose!”

Sorrido a quelle parole rimanendo in silenzio, poi lancio un’occhiata nervosa al semaforo. Sempre rosso.

Il mio gesto non passa inosservato e un attimo dopo la donna mi chiede:

“Anche tu prendi la corriera?”

“Sì, la 776, quella per Colle Caprile.”

“Ah, si si, la conosco. L’ho presa anch’io qualche volta, per andare da una mia amica che abita da quelle parti. Ma oggi prendo quella per Gattorna, per tornare a casa mia.”

Annuisco pensierosa mentre cerco di aggrapparmi a quel briciolo di memoria fotografica che mi rimane fino a constatare che la corriera in questione deve essere proprio la 715.

Finalmente il semaforo per i pedoni diventa verde e con uno scatto rapido mi tuffo nuovamente in avanti per attraversare la strada ma appena un secondo dopo mi ricordo improvvisamente della signora, che infatti non è più al mio fianco. 

Così mi fermo immediatamente e la raggiungo di corsa tornando sui miei passi.

“Mi scusi. Ero sovrappensiero” ammetto accennando un sorriso imbarazzato.

“Non ti devi scusare. Con quelle gambe lunghe anche io andrei veloce, sai? Ma come puoi vedere ormai ho una certa età.” 

Annuisco ancora con un’espressione comprensiva dipinta in volto. 

Lo sguardo mi cade sulle macchine ferme di fianco a noi, poi di nuovo sul semaforo dei pedoni. 

Il verde sta già per finire, ma alla signora la cosa non sembra toccarla affatto.

“Sei una studentessa?” mi chiede ad un certo punto indicando il mio zaino.

“Sì, sono al terzo anno di università.”

“Ah ecco, mi sembrava. Anche i miei nipoti sono giovani come te e anche loro vanno all’università, uno di loro fa medicina” mi spiega orgogliosa mentre si ferma un attimo per riprendere fiato.

Mi fermo anch’io e proprio in quel momento vedo l’omino del semaforo diventare arancione. 

Ottimo, penso, ci metteranno sicuramente sotto.

“Maledetta gamba” borbotta lei a bassa voce per poi riprendere la sua lenta camminata.

“Le fa tanto male?” le chiedo con una punta di preoccupazione nella voce che non riesco a mascherare.

“Abbastanza, sì. E’ tutto il pomeriggio che giro per negozi, dovevo comprare delle calze per mia sorella, me le chiede da una settimana ormai. Poi alla fine le ho trovate fortunatamente, ma il dottore mi ha fatto un male cane oggi con quei raggi strani.”

Annuisco. 

Possibile che non abbia qualcuno che la possa aiutare? Glielo chiederei, ma non vorrei rischiare di risultare troppo invadente.

“E non c’è nessuno che la possa aiutare con le commissioni o che la possa accompagnare a questi appuntamenti dal dottore? Magari uno dei suoi nipoti” le domando alla fine cercando di addolcire il più possibile il tono di voce.

La signora rimane in silenzio quel tanto che basta a farmi voltare verso di lei, tesa.

Ecco, lo sapevo. Forse ho toccato un tasto dolente. Potevo starmene zitta e farmi i cavoli miei per una volta.

Sto già pensando a come scusarmi quando noto che sul volto dell’anziana inizia a farsi largo un enorme sorriso che, però, non riesce a raggiungere i suoi occhi.

“No, non è il caso. Sai, sono giovani loro, devono studiare e lavorare.      Non voglio disturbarli per queste sciocchezze, hanno le loro vite da vivere.”

Non rispondo, non so cosa dire, così mi limito ad osservarla con aria triste quando il clacson di una macchina mi riporta con i piedi per terra: il semaforo dei pedoni si è fatto rosso, alla fine.

Rimango in silenzio per il resto del tragitto, a rimuginare sulle sue parole, mentre lei mi racconta altri aneddoti divertenti della sua vita.

Quando arriviamo davanti alla corriera per Gattorna la aiuto a salire per poi passarle la borsa.

“Non so davvero come ringraziarti, cara. La borsa era pesante, vero? Se avessimo avuto più tempo ti avrei offerto una coca cola, ma si è fatto tardi ormai…Aspetta, non ti ho fatto perdere la corriera, vero?” mi chiede improvvisamente preoccupata.

Guardo l’ora, sono le 19:07.

La corriera è partita più di cinque minuti fa.

“No, no, assolutamente” la rassicuro io sorridendo, poi dopo esserci salutate un’ultima volta mi dirigo a passo lento verso la mia fermata. Appoggio lo zaino sulla ringhiera e rimango in piedi, immobile sotto un lampione, ad aspettare.

Fa lo stesso, penso, c’è tempo. 

E, soprattutto, c’è sempre la corriera delle venti.

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Discussioni

  1. “No, non è il caso. Sai, sono giovani loro, devono studiare e lavorare.      Non voglio disturbarli per queste sciocchezze, hanno le loro vite da vivere.”
    In una sola frase racchiudi quel pensiero che spesso affligge gli anziani di oggi: una sorta di senso di colpa per per il fatto di essere vecchi, bisognosi di aiuto, desiderosi di affetto. Hai scritto un racconto semplice, ma che spinge a riflettere. Brava Sabrina