
The boy on the river
[1]Aveva circa dodici anni ed era davvero un bellissimo ragazzo, biondo, con due penetranti occhi castani ed un ciuffo che doveva continuamente soffiare via dalla faccia.
La gente del posto lo considerava un po’ strano: passava intere giornate sulla riva del fiume, in silenzio, osservando i negri che scaricavano le balle di cotone dagli enormi battelli.
Tutti i giorni finita la scuola se ne arrivava sull’argine puntuale come un orologio svizzero, si accovacciava con la testa fra le mani e rimaneva incantato per ore, osservando i movimenti ripetitivi degli operai che armati di due grossi ganci, sollevavano quelle pesanti balle e, ondeggiando il bacino le trascinavano fino alla banchina in attesa che arrivasse il camion a portarsele via.
L’operazione non aveva proprio nulla di così affascinante, era monotona, sempre gli stessi movimenti: aggancia, ruota, ruota, ruota, sgancia…aggancia, ruota, ruota, ruota, sgancia…
Forse l’unica nota degna d’interesse risiedeva nelle melodie che gli operai cantavano per sentire meno la fatica, melodie allegre, dal ritmo sostenuto.
Gli occhi del ragazzo osservavano quella speciale armonia, dentro di sé sentiva che c’era qualcosa di magico in quei movimenti, in quella musica, qualcosa che non riusciva a spiegarsi, ma che lo affascinava maledettamente.
[2] Era successo per caso, una volta che suo padre lo aveva portato sul fiume e lo aveva lasciato da solo sulla riva, mentre andava a parlare con il proprietario di un battello per essere assunto come uomo di fatica.
Il ragazzino si era messo ad osservare i negri e subito nel suo cervello si era mosso qualcosa, aveva percepito una strana sensazione che lo aveva pervaso, il suo corpo aveva iniziato a muoversi seguendo il loro ritmo, si era anche un po’ spaventato perché non riusciva più a controllarsi.
Quando il padre era tornato a riprenderlo, lo aveva trovato che ballonzolava imitando gli scaricatori ed aveva pensato che forse suo figlio aveva qualche rotella fuori posto; lo aveva riportato a casa e la sera ne aveva parlato con sua moglie per capire se anche lei aveva notato qualcosa di strano nel ragazzo.
Da quella volta la riva del fiume era diventata la sua seconda casa, ma la cosa più inquietante accadeva la sera: dopo essere rientrato correva al piano di sopra, si chiudeva in camera da letto e… (se lo avesse visto il padre!)
Ritto davanti allo specchio guardava il proprio corpo, chiudeva gli occhi, faceva due o tre respiri profondi ed iniziava a muovere il bacino seguendo il ritmo delle melodie che gli erano entrate nella testa come un martello pneumatico.
In poco tempo aveva capito il meccanismo, i movimenti cominciarono a venirgli naturali, le articolazioni si snodarono talmente tanto da fare impressione, se qualcuno lo avesse visto avrebbe pensato che il ragazzo aveva le vertebre lussate.
Arrivò finalmente il giorno in cui il padre sentì dei rumori sospetti ed entrò in camera mentre il ragazzo gesticolava davanti allo specchio; lo fissò con uno sguardo penetrante, tanto che il figlio si bloccò di colpo.
La bocca del ragazzo si aprì in un sorriso seducente come soltanto lui sapeva fare, con le fossette sulle guance e lo sguardo languido:
-Papà voglio una chitarra!”-
La richiesta di quell’unico figlio aprì una breccia nel cuore dell’uomo, che uscì in silenzio dalla camera da letto e da quel giorno lavorò duramente pur di soddisfarla, anche se dentro di sé era sempre più convinto di aver messo al mondo un picchiatello.
Dopo mesi di doppi turni nei campi, finalmente lo strumento arrivò, ma ovviamente non c’erano soldi per le lezioni di musica e probabilmente quella chitarra sarebbe rimasta appesa ad un chiodo.
[3] La prima ad accorgersene fu la madre, che una sera sentì una melodia provenire dalla camera del figlio; corse su per le scale e dopo aver aperto la porta lo trovò in piedi sul letto, con la chitarra in mano che suonava e si muoveva ad un ritmo perfetto.
La donna ne era sicura, si stava compiendo la volontà di Dio!
Il padre al ritorno dal lavoro volle vedere con i propri occhi, dopo le prime note si inginocchiò per terra ed iniziò a ringraziare il Signore.
Il loro unico figlio, nato da un parto gemellare e rimasto unico dopo poche ore, quel figlio gracile che i medici avevano dato per spacciato e che era poi divenuto un bambino bellissimo, era stato ancora una volta miracolato!
Il Signore gli aveva dato il dono della musica ed aveva indicato ai suoi genitori la via da seguire: i sacrifici sarebbero raddoppiati, ma bisognava pagare le lezioni private!
[4] Crescendo si era fatto ancora più bello, tutte le ragazze della città volevano uscire con lui e desideravano vederlo ballare ed ascoltare le sue composizioni.
Qualcuno in città lo criticava perché si ostinava a suonare quella musica da negri, ma lui che considerava il razzismo una cosa stupida, tornava spesso sulla riva del fiume ad osservare quelli che erano stati i suoi maestri e che gli avevano piantato nel cervello quel ritmo.
Continuava a sentirlo, soprattutto la notte, come un mantra: “rock and roll….rock and roll…rock and roll!
[5] Era il 22 Aprile del 1956 quando l’uomo con il volto solcato dalle lacrime tornò a casa dalla moglie, la abbracciò e la fece sedere sul letto sussurrandole: “Nostro figlio Elvis domani si esibirà a Las Vegas”.
Piansero di gioia tutta la notte!
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Discussioni