
Tinnura
Enri e Gi’, in macchina, nel parcheggio del belvedere di Capocaccia, cercavano di recuperare le energie perse nella lunga scalata sulla scogliera.
«Senti, facciamo un patto. Mi lasci dormire un’oretta, poi facciamo che guidi tu. Ce l’hai la patente?»
«Certo che ho la patente, per chi mi hai preso. Ho pure una Porsche bianca che mi aspetta giù, sotto casa mia.»
«Okay. Allora facciamo che, a questo giro mi porti tu, dove vuoi: al centro, al sud, a destra o a manca.»
«Va bene; allora possiamo partire anche subito. Tu dormi, io guido.»
«Ma sei matta?»
«Si, esatto.Piacere di conoscerti: Matta Regina, sin dalla nascita.»
«Appunto, come la regina di cuori in Alice nel paese delle meraviglie. Non vorrei ritrovarmi con la testa mozzata, o sfracellato. Che ne so io di come guidi.»
«Oh! La smetti di offendere? Sappi che ho la patente da vent’anni e non ho mai provocato un incidente. Ho subito soltanto qualche botta, grazie a quelli che pensano di essere al rally di Montecarlo o a Maranello. Io vado piano, cosa credi?»
«Okay, va bene, mi fido. Devo solo avvisare una persona.»
«La tua ragazza?»
«Uhmm…»
«Come si chiama?»
«Fiore.»
«Fiore come Fiorella?»
«No.»
«Come Fiorenza?»
«No.»
«Ho capito. Come Fiordaliso, la cantante.»
«No.»
«Fioretta, come l’attrice.»
«No.»
«Fior di maggio.»
«Si, come il pesco. Ma va’!»
«E allora dimmelo tu.»
«Fiore e basta.»
«Fiore come il formaggio sardo, pecorino DOP?»
Lui aveva fatto una smorfia, senza replicare. Gi’ era rimasta delusa; però aveva fatto finta di niente. Solo una punta di acido nel pronunciare la battuta sul pecorino. Per niente al mondo avrebbe detto o fatto qualcosa che potesse compromettere quel viaggio on the road, sulla Golf di Enrico.
Aveva sempre sognato una macchina come quella, sin da quando aveva compiuto diciotto anni. E invece… prima la R4 di suo padre, poi la 500 di terza mano che gli aveva passato suo cugino, salvandola dalla rottamazione. Infine la Porsche bianca del suo ex, “buonanima”, (street artist del furto), collaudata e subito rubata.
Era calato il silenzio e, tanto per colmare quel vuoto, gli aveva chiesto com’è, cosa fa, dove sta ‘sto Fiore.
Enrico aveva sbuffato, poi, stizzito, con un gesto brusco, aveva tolto fuori il portafoglio dal cruscotto e le aveva mostrato una foto. Sotto il viso scarno, giovane e sorridente c’era scritto love, in corsivo.
«Eccolo. Sei contenta? Ora che lo sai cambia qualcosa? Ti crea qualche problema?»
«A me? Per chi mi hai preso? Io non sono mica uomofoba. Anche a scuola avevo due compagni… “tali e quali come noi normali”, come diceva Checco Zalone. L’hai visto il film Cado dalle nubi?»
«No. Non ho visto nessun film di Checco Zalone.» Aveva risposto lui, secco.
«Ho capito. Tu solo film del cinema polacco, spaccacervelli, di quelli che intrippano. Comunque io, con i due compagni di classe gay, andavo d’accordo. Uno era il mio compagno di banco e l’altro stava dietro, con Susi.»
«Uhm… interessante. E quindi?»
«Uno è morto, l’altro l’hanno pestato a morte: una banda di teppisti del quartiere Is Molentis.»
«Dove stiamo andando?»
«Non te lo dico. Lo scoprirai quando arriveremo là. Ti va di fare un gioco?»
«Che gioco sarebbe?»
«Mosca cieca. Quando arriveremo alla statale ti metterò una benda sugli occhi. Potrai sentire solo gli odori e i rumori.»
«Sei proprio matta.»
«Regina Matta, tutta la vita. E se non fai da bravo, chiamo le mie carte e ti faccio tagliare la testa.»
Lui aveva sbadigliato, mentre il panorama cominciava ad apparirgli sfuocato.
Un quarto d’ora dopo si era fermata per bendarlo, sfilandosi il reggiseno a fascia, in microfibra nero, che sapeva di eau de parfum, dolce e floreale, misto a gouttes de sueur, prodotte dalla Escala del Cabirol.
«Hai fame?»
Lui taceva. Il suo respiro era diverso, più pesante. La testa inclinata sulla spalla sinistra. Il labbro inferiore un po’ storto. E il ciuffo sull’occhio che andava su e giù, a ogni soffio emesso dalla bocca.
Gi’ aveva pensato di scuoterlo; poi, però, aveva lasciato perdere.
Scorrazzare alla guida della Golf, con i finestrini aperti e un panorama che la rendeva euforica, più dei fondoschiena di un’intera squadra di calcio, era un’occasione da non perdere. Avere accanto un compagno di viaggio come Enri, profondamente addormentato, le dava una sensazione nuova, di libertà e sicurezza, mai provata con nessun altro.
La strada era poco trafficata. Non aveva l’abitudine di schiacciare il piede sull’acceleratore, fino a superare il limite massimo, che in quel tratto era di 80 km orari. Poi, però, l’aveva assalita la tentazione di provare un brivido nuovo.
80 – 90 – 100: la freccetta del quadro motore saliva sempre più in alto. La Golf color amaranto filava come un Freccia Rossa; scivolando sull’asfalto senza attrito e senza scossoni.
Una serie di curve, poi, subito dopo, la coda di un gregge: le ultime pecore che ancora non erano entrate nel sentiero laterale sterrato. Una sterzata brusca verso sinistra ed era finita contromano; evitando, per un pelo del suo vello, di travolgere un agnello. Era tornata nella giusta corsia di marcia, senza incrociare altre macchine.
Lato B taglia XXL– era stato il suo primo pensiero – e meno male che lui dorme; altrimenti questo mi mollava qui, a pascolare pecore.
A quel punto Enrico si era svegliato.
«Dove siamo?»
«Tranquillo. Dormi.»
«Sento odore di… concime… o letame.»
«Stai sereno. Non sono io che ti sto concimando il sedile.»
«Spiritosa. Posso togliermi la benda? Ha un vago odore di bromidrosi.»
«Ha parlato il professor Enrico Fermi. Che è ‘sta bromidiosi?»
«Ma no, niente, Sto scherzando.»
«Posso accendere la radio?»
«Si, ma senza spaccarmi i timpani.» E nel giro di un minuto aveva ripreso a ronfare.
Gi’ aveva fatto vari tentativi; infine aveva trovato la musica giusta per le sue orecchie.
Ragazzi qua… Ragazzi là/ […]Questo è il ballo di Peppe […]
La vecchia canzone dei Cugini di Campagna, le aveva ricordato le feste organizzate da suo cugino, che metteva il vinile sul piatto in continuazione. Peppe era anche il nome con cui lo chiamavano gli amici. Ballando e cantando, si dimenava come un indemoniato.
In una di quelle feste c‘era stato il suo primo bacio, con uno che puzzava di patchouli e aveva in bocca un gusto di whisky-cola e Pack, le sigarette alla menta, ancora in vendita in quel periodo.
Gi’ ricordava solo il nome di quel primo ragazzo: Pier Francesco. Nei suoi ricordi sbiaditi – come disse Totò – era uno “scognomato”. Se fossero rimasti insieme, forse l’avrebbe chiamato Pif. I nomi troppo lunghi non riusciva a digerirli.
Rimuginando quei ricordi aveva percorso un lungo tratto di strada; infine, a un altro incrocio, non sapendo più quale fosse la direzione da prendere, aveva svoltato incrociando le dita. E dopo un po’ si era sentita totalmente disorientata.
L’idea che aveva in mente era di andare a mangiare all’Agnata, la tenuta che molti anni prima era stata di Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi. Un posto speciale, descritto da molti come un piccolo paradiso, immerso nel verde dei boschi galluresi. A lei, più del verde, interessava il rosso della pasta al sugo, che fossero spaghetti, gnocchi o gnocchetti; purché fosse un piatto saporito e abbondante.
Dopo molti giri a vuoto, aveva proseguito nella direzione opposta; invece di andare a Tempio, in Gallura, era scesa in Planargia, fino a Tinnura. Un piccolo borgo che, all’ora di cena, sembrava disabitato.

Sui muri delle case, lungo la strada principale, qualcosa di colorato aveva catturato la sua attenzione. Campi di grano e contadini con la falce. Asini, cavalli e pecore. Donne affacciate ai davanzali. Uomini col berretto in mano, sulla soglia di casa, per accogliere l’ospite. Soggetti ben definiti, con tratti, dimensioni e colori così vividi da sembrare veri.
Enrico si era risvegliato e, riconoscendo il piccolo paese museo a cielo aperto, era rimasto stupito.
«Potevi dirlo anche subito che sei un amante dell’arte murale.»
«Già – aveva bleffato lei – sono un’appassionata di pittura sui muri.»
«Parcheggia, te li mostro da vicino.»
Davanti al murale della mietitura, sulla grande parete accanto al Municipio, era rimasto qualche istante in silenzio, a contemplare l’opera. «Guarda che meraviglia. Questo è di Pina Monne. Ce ne sono tanti altri realizzati da lei, in questo borgo dipinto: sono i migliori. Molti altri sono sparsi nei vari paesi dell’isola.»
«Pina Monne?»
«Non dirmi che non sai chi è?»
«Perché? Dovrei?»
«Certo; altrimenti, che passione sarebbe la tua, se non conosci l’artista, ceramista e pittrice muralista più importante della nostra isola? Lei è la nuova Grazia Deledda, che descrive col pennello la storia, le tradizioni e l’identità del popolo sardo. La sua firma brilla anche all’estero: in Francia, in Russia… C’è una sua opera anche ad Atene. Le avevano offerto un atelier a Londra, ma lei è rimasta qui, a rendere più preziosa la nostra isola»
«Va be’… Ora che facciamo?»
«Potremmo andare a Bosa, non è lontano. Hai molta fame?»
«No, perché? Ci si può nutrire anche d’aria. Quella che abbiamo respirato a Capo Caccia, contiene sodio, iodio… Ho solo un certo languorino, “Ambrogio”, che mi sta contorcendo lo stomaco.»
«Ho capito. Devo guidare io?»
«Se proprio insisti.»
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I murales sono una delle forme d’arte moderna che preferisco (ma lo è davvero? Moderna, intendo: pensando alle pitture rupestri, non tanto: forse è la più antica). Giuro che, se potessi, avrei già in mano la valigia per venire ad ammirare le facciate affrescate dalla Monne (artista che non conoscevo, grazie per avermela fatta scoprire)
Grazie a te Micol, ti assicuro che vedere le opere sui muri di Pina Monne e` davvero una meraviglia. Invidio il suo talento, la sua resistenza instancabile e la forza morale che ispira e supporta i suoi lavori, oltre l’ amore viscerale per la sua ( e mia) terra.
Hai un talento particolare nell’inserire citazioni e riferimenti con naturalezza, fusi all’interno dei dialoghi. Una cantante, un’attrice e un formaggio insieme in un paio di battute. Poi la Renault 4 e la vecchia 500. Il cinema di Zalone e l’ignoranza della gente (una volta sono arrivato a sentire donnasessuale :D). E Totò e De Andrè e Grazia Deledda… e ancora e ancora.
Le descrizioni sono ridotte al minimo, ma quel poco è sempre azzeccato: due parole sull’arte, due parole sulla cucina, altre due sul territorio e immediatamente mi vien voglia di tornare in Sardegna.
In questa ondata di suoni, visioni, odori e sapori è poi sempre presente una fine ironia (tipo lato B XXL 😊 ).
Insomma, brava.
Ciao Francesco, mi hai commosso. Non trovo le parole per dirti quanto ti sono grata, per aver risollavato il mio umore e l’ autostima in un momento di sconforto. Sto elaborando il racconto successivo e continuamente mi domando: “Ma non saranno troppo banali le cose che sto scrivendo per dei lettori-autori che rivelano un grande talento creativo e notevole abilita` nella forma stilistica?” Mi rendo conto che non ci si puo` adagiare, e l’ autocritica e` indispensabile. C’ e` sempre tanto da imparare, da conoscere, e scoprire cose nuove per poterle raccontare. E poi vivere ed emozionarsi, davanti alla bellezza della natura, ai versi di una poesia, a una scultura o a un bel murale.
La bellezza puo` dare gioia e ispirazione, cosi` come i vostri commenti benevoli. Grazie 🙏
Io mi perdo in queste tue descrizioni e mi lascio cullare dalla tua prosa rassicurante. Che bella questa gitarella dove i paesaggi che sai descrivere così bene si confondono e si mescolano con gli stati d’animo dei protagonisti. Mi vorrei sedere io accanto a lei che mi pare così ragazzina nonostante l’età. Come a dire che è la testa che conta. Sarà proprio così o siamo solamente eterne romantiche e sognatrici?
Ciao Cristiana, grazie di aver trovato il tempo per leggere e commentare anche questo episodio. Regina, cioe` Gi’- la protagonista – e` una donna adulta con un’eta` non ben definita ma, come dici tu, appare come una ragazzina; forse un po’ pazzerella, come una che ha sete di vita poco vissuta in precedenza.
E noi, di sicuro, siamo delle inguaribili sognatrici, altrimenti come faremmo a scrivere storie dettate per lo piu` dalla fantasia?
Un abbraccio e buon tour (reale), per far conoscere la tua bella creatura letteraria.
Non è trovare il tempo, bensì il piacere di leggerti 😊
Ciao ❣️
Parto dicendo che ho amato l’ironia presente nel dialogo … spiritoso, divertente e fresco.
La descrizione del luogo è così ben fatta che sembrava di essere in macchina con loro ad ammirare le bellezze della Sardegna. Le descrizioni dei murale sono bellissime e rese divertenti dai dialoghi.
Complimenti ❣️
Ciao Lola, grazie. 😘 Questi racconti stanno andando ormai a ruota libera.
Per l’esattezza sulle quattro ruote dell’ una o dell’altra macchina. Non riesco a porre un freno. Le direzioni e le svolte improvvise che assumono i racconti, sorprendono spesso anche me. Nulla succede per caso; forse il mio intento inconsapevole era proprio quello di riscoprire quanta bellezza ci sia intorno; nonostante le brutture sparse ovunque che non possiamo ignorare.
I vostri apprezzamenti sulle mie modeste descrizioni dei “tesori” naturali e artistici della nostra isola, sono preziosi.
Mi hai fatto venire una fame! Mi ci porti all’Agnata a mangiare? Ma mi andrebbe bene qualunque altro posto dove assaggiare qualcosa di tipico, buono e soprattutto abbondante. Posso ricambiare portando una scacciata con la tuma, un vassoio di tavola calda carica anche di arancini dai gusti più disparati e potrei addirittura portarti i cannoli e le paste di mandorla per dolce. Poi ci facciamo ricoverare per i valori fuori scala nel sangue di qualunque cosa.
Grazie di avermi fatto fare un giro tanto bello su di una macchina del mio colore preferito.
Ciao Emiliano; perche` no? Sarebbe bello poter organizzare un tour; possibilmente in estate, quando non sara` piu` obbligatorio l’uso di pneumatici con le catene, per andare dalla zona di Macomer in su.
Tra i cibi sfiziosi che hai detto, quelli che stuzzicano parecchio il mio palato sono soprattutto i dolci; sarebbero perfetti per completare il pasto con un delizioso dessert. Se non sei astemio ti farei provare anche un buon liquore di mirto fatto in casa.
Chissa`! L’ estate e` ancora lontana. Per ora i viaggi, le vacanze e le esplorazioni varie dovro` limitarmi ad immaginarli, confinata, per lo piu`, tra le mura di casa.
Grazie Emiliano per il tempo che mi hai dedicato con la lettura e con il tuo gradito commento.
Grazie Giancarlo. In questa serie di racconti – non so perche` – una come me che non ha mai avuto la passione per le macchine, si ritrova a scrivere, dal principio alla fine, di macchine sempre diverse, che diventano le protagoniste essenziali di questo viaggio on the road. Un viaggio anche a ritroso nel tempo, se alcune di queste automobili evocano vecchi ricordi – spero piacevoli – degli anni 70/80.
Che bello questo episodio Maria Luisa! Ci porti nel cuore della Sardegna, quella incontaminata e mai conquistata da popoli stranieri, quella che nemmeno i Romani hanno provato a toccare, ed è proprio una bella impresa in macchina risalire da quelle parti! Per il resto, stile inconfondibile, sempre con quella punta di ironia pungente e incalzante, soprattutto nei dialoghi, che ti fanno sorridere e riflettere su vari temi. Al prossimo episodio!
Ciao, scusami, ho invertito le risposte ai vostri commenti. Un abbraccio.
Ma che bello. Ho viaggiato insieme a loro, su quella Golf amaranto. Ho sentito l’aria in faccia dal finestrino.
Io le prime Golf, negli anni ’70, me le ricordo tutte di colori sgargianti: giallo sole, verde erba, arancione intenso. Vivevo in Svizzera e lì i colori erano un po’ quelli che piacevano ai tedeschi. Ricordo che la Fiat, per seguire i gusti dei tedeschi di allora, fece la Fiat 131 Racing in soli due colori: arancione o nero.
La Golf era un po’ uno status symbol, soprattutto per le donne. Le “altre” avevano la 127 o la Renault 5, appunto.
Scusate ho invertito l’ ordine delle risposte ai vostri commenti. Ringrazio quindi Carlo Grazioli, sempre gentile e confortante, con l’ invito a vedere o a rivedere il paese museo della Planargia. Un luogo suggestivo, che merita davvero una visita, per ammirare i capolavori artistici dei muralisti che hanno saputo valorizzare un modesto borgo, anche grazie al sindaco di Tinnura che per primo avvio` il progetto.