TORNARE

Serie: LA DIVA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: "Fu in quelle notti, credo. Giusta o sbagliata che fosse presi la carta, la penna, e la mia decisione."

Poi, la signora seduta in fronte a me s’è alzata per andare in bagno nel momento esatto in cui un altro treno arrivava dalla direzione opposta. Un vuoto d’aria, il vagone che sussulta. Due bestioni sparati a più di duecento chilometri all’ora che si sfiorano, la parallela esattezza dei binari a scongiurare lo schianto. La signora che perde l’equilibrio e per poco non mi si riversa addosso ma non è nulla, riesce ad appendersi al poggiatesta, si ricompone, ce la fa. C’è mancato un pelo, dice. E come un ago tra i due timpani s’infila, di nuovo, quel pensiero. Sempre che se ne fosse andato. Ma non credo. C’è mancato un pelo. O dovrei dire basta un attimo?  

 

Ancora con questa storia, cara?

Ancora.

 

Ma un quadro che crolla, una diga che cede, la montagna quando frana. Non si tratta mai solo di un attimo – l’attimo semplicemente è ciò che appare a noi, è l’esatto momento in cui lo vediamo accadere, ma la molla interna che lo ha fatto scattare stava acquattata, già macinava, dietro le quinte tirava le fila da chissà quanti giorni, settimane, e perché no, in alcuni casi millenni. 

 

Non ti sembra di star esagerando, cara?

No.

«Speriamo di arrivare presto.» 

La signora seduta in fronte a me è tornata a sistemarsi sul sedile. 

«Il bagno è sporco, e traballa tutto. L’ho fatta a metà.» 

Mi ha sorriso, si è ravvivata la chioma bionda. E’ una signora di mezza età ma sembra molto più giovane. E’ salita a Vicenza, ha un accento del sud e tracce di rossetto sui denti. Ti sarebbe piaciuta.

«Ha risposto?»

Annuisco. «Sarà a Milano nel primo pomeriggio.»

«Mh…e dove hai detto che abita, lui, adesso?»

«Lago maggiore. Una trentina di chilometri da Varese.»

«E vi incontrate in stazione?»

«Non credo. Veniva in auto.»

Si guarda intorno, come a cercare qualcosa. Da almeno dieci minuti siamo fermi alle porte di Brescia, in attesa del segnale per proseguire. E’ fine ottobre, e inizia a fare freddo, ma il riscaldamento nei vagoni ancora non parte. Fuori dal finestrino vedo correre le auto lungo la superstrada e penso che forse aveva ragione Matteo, i treni sono una rogna, avrei dovuto prendere l’auto. Prendo sempre l’auto quando torno a Milano.

«Ma lui…come si chiama…questo Gianluca…» e mi fa uno strano effetto sentire il suo nome ad alta voce, pronunciato da una perfetta estranea. «Non vi siete più visti.»

«No.»

Si fa pensierosa, come chi unisce i puntini della settimana enigmistica.

«E poi ha chiamato dal niente…»

«Beh…proprio dal niente no…» sottolineo.

«Eh, però. Finalmente ha chiamato.»

Sorrido. 

 

Ma io davvero sto raccontando gli affari miei a una sconosciuta?

E a chi se no, cara?

 

*

Credevo l’avrei incontrato direttamente nello studio del notaio, dopo aver saputo che tu. Invece, ha chiamato. Una decina di giorni fa. Pronto. Dal niente. Sono Gianluca. Gianluca chi, avrei voluto ribattere, ma non l’ho fatto, sarebbe stata una farsa, un bieco e ridicolo tentativo di mascherare l’unica cosa che mi ostinavo a fingere di non aspettare da quando tu. 

Gianluca, certo. Ciao. E altre pochissime parole. Hai saputo tutto? Sì, bene, ti va se lo facciamo insieme? occhei. Nient’altro. Ci siamo accordati per il ponte di ognissanti, entrambi eravamo liberi di poterci assentare, ma da cosa, e da chi, non ce lo siamo detti. 

Ho riattaccato convinta che fino al nostro incontro non l’avrei sentito più. La sera dopo, invece, dal niente, un messaggio. La fotografia di un lago, al tramonto.

-Garda?

-Maggiore.

-Sei tornato a casa.

-Sono tornato a casa.

-Notte.

-Notte.

Dieci minuti dopo, un’altra foto. Identica a quella di prima.

-Sara.

-Cosa.

-Bel panorama. Ma non c’è l’uscita metropolitana.

Così, a bruciapelo. Non ho risposto. E non saprei dire se perché era talmente bello da non voler rovinare tutto, o scottava al punto da non volersi fare male. 

 

Il venerdì successivo, ancora. Dal niente.

-Buonanotte.

Ma erano solo le otto e mezza di sera.

-Sono le otto e mezza di sera.

-Va beh. Fiscale.

Matteo stava litigando col branzino da sfilettare. Basta sollevare il punto giusto e le lische se ne vengono come niente, ma lui non l’ha mai imparato. «Devi proprio rispondere mentre siamo a cena?» ha sbuffato.

«E’ per lavoro» ho mentito.

 

E perché mai, cara?

Già. Perché.

 

Mi sono alzata lasciando il piatto, il pesce, il contorno, il vino, tutto. A metà.

«Dove vai?»

«La valigia. Domani parto. Lo sai.»

«E non la puoi fare dopo? Ci spendi sempre un sacco di tempo, dietro a questo cazzo di pesce, e poi non lo tocchi quasi.»

«Dopo è tardi. Finiscilo tu.»

Sono scomparsa verso la camera da letto.

«Mh…» Matteo mi ha raggiunto sulla porta, la bocca mezza piena. «Sta tanto male?» 

«Ma chi?» Altra bugia, e questa me l’ero pure scordata. 

«Quella tua vecchia zia, quella che vai a trovare.»

 

Questa poi! Ma cosa diavolo stai combinando, cara?

Non lo so.

«Non lo so.»

E non lo sapevo davvero, e non lo so ancora com’è ne perché non m’è venuto di dire a Matteo che tu. E neppure della casa. Gli avevo già parlato di te, e pure di Gianluca, eppure. Non m’è venuto di fare altro. Solo mentire. 

«Vai con quelli?»

Fermo contro lo stipite, Matteo ha indicato un paio di stivaletti in vernice rossa, nuovi di zecca.  

Ho fatto spallucce e continuato a ficcare biancheria nel trolley. «Embè?»

«E chi sei, Dorothy sul red carpet?» è scoppiato a ridere. «Sono altissimi! Che ti è preso?»

«Non lo so»

Lo so io, cara.

«E comunque, sono abituata a stare sui tacchi.»

«Non così. Ti spaccherai i piedi.» Ha riso di nuovo, e mimato nell’aria il gesto di cadere.

«Non ti sto più ascoltando» gli ho tirato uno dei peluche che ancora tengo sul comodino. «Sparisci.» E voltandomi, gli ho mostrato la linguaccia e un pezzo di sedere. 

*

«Posso?» 

La signora seduta in fronte a me si allunga verso il sacchettino, incuriosita. E’ stata la prima cosa che ho messo in borsa quando ho saputo che avrei saputo che avrei rivisto Gianluca. Lo tengo tra le mani dall’inizio del viaggio.

«Sì.»

Lo prende tra le mani, soppesa il contenuto, indaga, scuote, si avverte un leggero tintinnare. «E davvero li hai tenuti per tutti questi anni?»

Con un lieve cenno del capo faccio segno di sì. 

«Romantico» sospira. 

«Ma no» balbetto, mentre sento le guance diventare di fuoco. «E’ solo per scherzo. Così, per ridere.»

«Beh…a questo punto speriamo davvero di incontrarci anche al ritorno. Così mi dici com’è andata a finire.» 

Sorride.

Sorrido anch’io. 

*

La stazione di Milano Centrale non ha nulla a che vedere con il ricordo che conservavo di questo posto. I numeri ad ogni binario, gli schermi delle partenze, i cartelloni delle pubblicità. Sembra tutto ripulito, completamente nuovo, o forse è soltanto che la mia memoria, come capita con i posti dove non mettiamo piede da un sacco di tempo, lo aveva distorto. 

A conti fatti sono passati più di dieci anni. Anni in cui sono sempre tornata – e l’ho sempre chiamato tornare, questo mio andare, e venire, tornare, appunto, come si fa con le case, le persone, i luoghi ai quali in qualche modo siamo appartenuti e che in qualche modo ancora ci appartengono. Sono tornata per lavoro, per me. Per i concerti, i teatri, mostre concerti inaugurazioni, ogni sorta di eventi. Ma mai per te. E sempre in auto. Non ho preso più nemmeno la metropolitana. Non sono più passata da sotto il tuo balcone. Ti scrivevo, ma di rado, e dicevo se capita, se torno, se ho tempo, passo, poi il tempo non c’era e se c’era lo riempivo altrove, sarà per la prossima volta, riscrivevo, già sulla via del ritorno. Rispondevi con messaggi di parole e simboli mischiati alla cazzo, davi la colpa al t9, ma la verità è che non ci hai mai capito nulla di cellulari – ma di cosa capivi, tu, alla fine? – non avevi pazienza,  t’innervosivi e pigiavi a casaccio e per cavarci una conversazione decente, toccava chiamare. Ma non c’era mai tempo, forse l’ho già detto, e andava a finire che non chiamavo mai. Non pensare però adesso ti prego che fosse per egoismo, o noncuranza, irriconoscenza, strafottenza, menefreghismo, o cosa diavolo, semplicemente – e devi credermi – mi ero fatta questa immagine, di te nell’ora dell’aperitivo, sulla tua sdraio, in vestaglia arancione, a bere liquore aspettando l’ora per andarti di nuovo a cambiare e andava bene così, eri serena, lo ero anch’io e un giorno – te l’ho sempre detto, cristo santo, te l’ho sempre detto – un giorno ti sarei venuta a trovare e no, razza di una brutta stronza, questa, proprio, non me la dovevi fare. 

 

Lo sapevi a memoria, quel balcone.

Ancora con questa storia, cara?

Ancora. Non ti ricordavi i nomi, non arrivavi sana all’edicola, toccava venirti a ripescare, eri convinta che Varese fosse il confine italiano con la Svizzera, ma questa l’hai progettata davvero bene. 

Piaciuta la sorpresa?

Lo hai fatto apposta.

E anche se fosse? Fa differenza?

Certo che la fa!

Per me, o per te?

E poi, per dirla tutta, stavamo benone dove stavamo, sai? Che bisogno c’era di farci incontrare? Cosa speravi di ottenere, che ti è preso, ma che te ne fai di una fine così?

E tu, cara?

 

ATTENZIONE: quest’opera è stata scelta dalla redazione di Edizioni Open per intraprendere il percorso della pubblicazione e diventare un libro cartaceo. Segui i progressi de “La diva” all’interno del nostro Incubatore Letterario.

Serie: LA DIVA


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Discussioni

  1. Hai un talento naturale per esprimere il vorticoso intrico di pensieri di una persona. E lo fai attraverso un susseguirsi di parole e frasi che si incastrano a vicenda, a volta confusamente, ma mai casualmente. Anzi, è particolarmente evidente il tempo che hai speso per rifinire e sagomare il tutto, come una scultura a cui hai dato forma.
    Davvero incredibile!

    1. Eh sì, Giuseppe… è esattamente così! Arrivano di getto, proprio come i pensieri, e poi vado di “lima e scalpello” come gli scultori. Sei sempre attentissimo nel cogliere i particolari, grazie di cuore!

  2. Dubbi arrivato tardi, molto di quello che poteva essere espresso è stato espresso da lettrici e lettori attenti e molto bravi. Io posso solo dirti quanto apprezzo il tuo stile ritmato, a tratti sincopato e a tratti più melodioso. Rende alla perfezione gli stati d’animo, e come cambiano da un momento all’altro. La storia è resa interessante ed articolata dal complesso rapporto fa zia e nipote e con “il ragazzo svizzero”. E ora Matteo… Mi sono un po’ immedesimato in lui, che pecca forse della presunzione di chi ama e crede nella serenità. Bellissimo racconto.

    1. Grazie Giancarlo, lo stile è un aspetto che curo particolarmente, e mi fa piacere venga apprezzato. Matteo l’ho fatto entrare in punta di piedi, e un poco mi è spiaciuto dargli questa posizione scomoda, tipo “occhio non vede…” eh però, qualcuno doveva pur farlo. Ahimè. Spero continuerai a leggermi. Un abbraccio.

  3. Non so bene cosa dire, perché mentre ti leggo le sensazioni sono così tante e così personali che mi sembra di mettermi allo specchio. La voce dentro mi rivela che mi hanno scoperta e mi chiedo ‘adesso cosa faccio? Come mi giustifico?’ E’ pazzesca la tua abilità di usare la scrittura come in una sorta di sincope che quasi disturba. Le frasi troncate scatenano i pensieri, i salti temporali li incasinano, il cambio di persona fa crollare le certezze. Senza nulla togliere a chi studia e lavora tanto sui propri testi, ho l’impressione che qui ci sia il getto, i pensieri messi sulla carta mescolati ai ricordi. Magari mi sbaglio, ma è quello che sento quando leggo di te/lei e mi ci vedo e se ero sulla strada giusta per uscire dai casini, mi sento ancora intrappolata in essi. E per fortuna, perché è forse il modo migliore per sentirsi vive. Quanto vorrei ascoltarti raccontare per avere qualcuno con cui arrabbiarmi. Un abbraccio

    1. Carissima Cristiana, è una sensazione bellissima sapere di essere “arrivata”, anche se in realtà mentre scrivevo non mi rendevo conto avrei smosso così tante cose… (Un pò mi spiace averti fatta “arrabbiare”, ma fa parte del pacchetto, no?) Credo che la tua sensazione di “essere stata scoperta” derivi dal fatto che scrivendo mi sono scoperta pure io…e nel bene e nel male, per come la vedo io, che vita sarebbe senza qualche bel casino?! Ricambio l’abbraccio, e un grazie sincero, di cuore.

  4. Non so se anche tu, come me, hai un modo particolare di leggere i racconti su questa piattaforma. Il mio è quello di leggere a blocchi. Tengo più testo possibile sullo schermo, leggo tutto il blocco e quando sono arrivato alla fine sposto tutto verso l’alto, di modo che l’ultima riga scompaia, e ricomincio.
    E devo ammettere che anche nel caso del tuo racconto ho iniziato così. Ma quando sono arrivato in fondo al primo blocco, ho capito che quello era il metodo sbagliato, perché non gli avrebbe reso giustizia. Così ho proseguito leggendolo riga per riga, ed in prima battuta la sensazione che mi ha rimandato è stata l’eccitante curiosità che si prova quando si gioca a poker e si scoprono le carte piano piano. Ma qualcosa non mi tornava in quella analogia, non ne coglieva appieno il significato di quello che hai fatto per noi scrivendo quello che hai scritto; e allora finalmente è arrivato, ed è stato come fare uno di quei viaggi a ritroso che si vedono nei film, a quando ero bambino, a quando ricevevo un pacchetto infiocchettato e mi piaceva scartarlo un pezzetto alla volta, per fare durare il più a lungo possibile l’emozione di scoprire che cosa mi avevano regalato.
    Io non faccio mai l’analisi di un testo, perché non sono capace (bestia 😉) e perché non è il mio modo di leggere, ma è incredibile come a volte il dolore fisico possa essere lenito dalle parole che trovi sulla carta (mi piace ancora usare questo termine) e che hai l’impressione di sentire pronunciare dal vivo.

    1. Eh niente Roberto, i miei lunedì dovrebbero iniziare sempre con la carica positiva che le tue parole sanno darmi 😊. Grazie. Davvero.

  5. Non so nemmeno immaginare quanto lavoro ci possa essere dietro questa stesura. Molto brava.
    L’inizio con il “poi”, il “tu” puntato.
    “Non c’è l’uscita della metropolitana” è un richiamo bellissimo.
    Un cerchio che sembra già chiudersi con questo episodio, anche se ce ne dovessero essere ancora.
    Sono indeciso sui dialoghi immaginari con la zia.

    1. In effetti ci ho lavorato un bel po’, soprattutto sui due punti di cui parli tu, e mi fa piacere tu l’abbia notato. In un certo senso questo è un episodio che chiude, per un prossimo inizio. Grazie come sempre, Francesco!

  6. Delizioso, triste, intriso delle piccole, necessarie, bugie che ci raccontiamo per giustificarci, per sopravvivere con un minimo di dignità, di autostima. Amo ciò che hai scritto perché ci vedo rassegnazione a quel narcisismo che tutti coinvolge. Rassegnazione e consapevolezza… fatalismo. E mi chiedo perché una storia che non mi riguarda, tanto mi possa disturbare. Forse per quel considerare il “dopo” quando non è bastato tutto il “prima”. Mi graffi ma ti perdono, bravissima Dea!!!

    1. E meno male che mi perdoni, caro Giuseppe! Anche perché le tue sono parole bellissime, e in un certo senso era il mio intento “smuovere” un certo tipo di emozioni…la rassegnazione che tu vedi, la amo io per prima. Ci rende imperfetti, e a volta disturba, vero. Ma ci rende anche veri, e umani. Per questo apprezzo particolarmente cio’ che mi hai scritto, perché lo hai scritto col cuore. Grazie davvero ❤️

    1. Una Dea del futuro neanche troppo lontano…perché no… ma senza rossetto sui denti🤣😉
      Scherzi a parte…ti ringrazio di cuore Francesca per le tue parole. Mi fa davvero piacere che tu sia sempre puntuale e attenta nel leggermi ❤️