Tra i tavoli

Serie: L'odore del caffè


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un musicista disilluso si prepara alla solita serata tra caffè, sigarette e riflessioni amare. Il rituale lo accompagna verso il locale, dove la musica diventa sottofondo di solitudini e vite che scorrono tra i tavoli.

In fondo al locale scorgo i miei colleghi, già lì. Gli faccio un cenno. La serata può cominciare. Un balzo e sono da loro. Un saluto, un abbraccio come cenno d’intesa prima di cominciare. Un’occhiata alla scaletta — tanto poi la cambiamo in base alla situazione — un rapidissimo check audio e partiamo con qualcosa di facilmente riconoscibile, così entriamo disturbando il meno possibile. In fondo siamo lì ad accompagnare un profiterole o una torta di mele annaffiata con della grappa o un brandy spagnolo, come quello che ho nel mio calice. Sono talmente poco concentrato che comincio quasi subito a guardare cosa succede in sala, più attirato dalle situazioni di chi mi siede di fronte che da ciò che sto facendo: uno spettacolo al contrario, dove, diversamente da me, sono loro ad attirare la mia curiosità. Le luci qui non aiutano: riesco a distinguere nitidamente forse due o tre tavoli, il resto è solo ombre che si muovono.

Uno spettacolo che si stende sui tavoli. Il brusio delle conversazioni si mescola al tintinnio dei bicchieri e al movimento sparso della gente, in un disordine che sa di entropia. Tra questi bagliori, a sinistra, intravedo un tavolo appena rischiarato dalla luce calda di una lampada. Lui, probabilmente uno studente fuori sede: capelli neri e ricci, sciarpetta leggera al collo, barbetta incolta, maglione a coste color crema che gli cade addosso con naturalezza. Carnagione olivastra e sguardo di chi vuole sembrare più grande di quello che è. Di fronte a lui, lei. Forse coetanea, forse leggermente più giovane. Capelli biondo scuro, mossi, che sfuggono dietro le orecchie. Carnagione chiara, viso curato in ogni dettaglio, dalla linea perfetta delle sopracciglia alla precisione quasi millimetrica del trucco. Indossa un dolcevita grigio che non lascia spazio a interpretazioni. La tazza, tra le mani — probabilmente una tisana o un intruglio simile — sollevata forse per nascondere la noia o allontanare lo sguardo del suo corteggiatore.

Lui le parla con un entusiasmo adolescenziale, il sorriso sempre in punta di labbra, la schiena leggermente inclinata e le mani che tentano un minimo contatto. Sta provando a conquistarla, è evidente: un piccolo spettacolo privato fatto di battute morbide, racconti esagerati, studiati nei minimi particolari per sembrare un vincente, come a dire «chi meglio di me?». Noi uomini siamo così, in perenne competizione, con poco da mostrare. Ceselliamo le parole cercando di essere affascinanti al limite del ridicolo. Dimenticandoci che l’attrazione è fatta di silenzi, sguardi, gesti, odori, più che di parole. Quella che volgarmente viene chiamata chimica ha, in realtà, ben poco di scientifico. Lei annuisce, sorride quando serve, ma il suo sguardo scivola spesso altrove: la sala, il bancone, la porta. E a un pensiero: povero sfigato.

L’andamento malinconico del brano accompagna la scena come un commento muto. Stasera lui andrà in bianco. Non perché non ci provi abbastanza, ma perché lei è in un altro luogo, con la testa e forse con il cuore. Beh, capita. Capita spesso. Berrò alla sua salute.

Proprio di fronte a me lo spettacolo è più interessante. Non per la storia che racconta, chi ha un vissuto alle spalle sa leggere in un batter d’occhio certe situazioni, ma a renderlo interessante è lei: una procace quarantenne che esibisce la mercanzia come se fosse il bancone di un mercato della serie “Accattatevillo!”. Non c’è molto da descrivere, è tutto in mostra e lo mostra molto bene, anzi benissimo. Probabilmente si aspettava una serata in discoteca, ma gli è andata male.  

Se decidi di uscire con un pensionato, dove credevi di andare, all’Hollywood? Però perché pensare male? Dai, magari è un fratello maggiore, uno zio, un parente, qualsiasi cosa… ma quei due insieme? Proprio no. Avrebbero senso solo in “Modern Family”. Però è curioso come lei sembri presa dall’ascolto di quel poveraccio, cui la serata peserà non poco. Lo fissa come se fosse rapita dalle sue parole. Lo so, a volte sono cinico, ma è l’alcol che sta arrivando dove deve e ora tenere a freno i miei pensieri è dura. Devo concentrarmi sulla musica. Chissà cosa sto combinando. Però nessuno dice niente, evidentemente va tutto bene. Allora mi rituffo in quei due seni di fronte a me. Parlano di protesi al silicone, ma promettono nottate movimentate, che il poveretto probabilmente rivive solo nei sogni. Grazie, amica mia, per aver riscaldato la mia serata. Grazie per avermi fatto evadere da questa noiosa e mortale mediocrità.

Ci prendiamo una pausa e il brusio della sala sembra riprendere vigore. Ne approfitto per sgranchirmi un po’ e uscire dal locale per una boccata d’aria e di fumo. Giusto una sigaretta. L’aria è fredda e densa, carica di umidità. È il mio piccolo intermezzo, un attimo sospeso in cui posso recuperare, godermi la serata in beata solitudine, con lo sguardo libero e il pensiero alleggerito dal brandy che mi aiuta. Ho scelto di vivere ai margini, di godermi giorno per giorno quello che la vita mi concede. Non ho ambizioni, non ho legami, non possiedo nulla di più di ciò che mi serve. Avrei potuto fare molto in questa società, ma sono fatto così: antisociale, anticonformista, anti‑qualsiasi cosa. È il mondo stesso ad aver pietrificato il mio cuore, lasciandolo in attesa della fine. Non cedo, non mi aspetto nulla da nessuno. Prendo quello che arriva, senza giudicare. 

Continua...

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