TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE IL CAPO

Sono tre giorni che non scopiamo e l’unica cosa che dice è che sono tre giorni che non scopiamo a causa del mio capo. Ha l’espressione corrucciata e la luce del sole le illumina il volto, risalta le rughe nate dal risentimento. Le braccia incrociate formano una X orizzontale sul petto e il tatuaggio all’altezza del polso esce dalla manica della camicia. Mi prende per il collo e mi dà un bacio, incollando le labbra sulle mie. Poi se ne va, lasciandomi solo – per farmi riflettere su quello che è accaduto? – e mi chiama ad alta voce dall’altra stanza.

“Vieni!” sbraita.

Me l’aspetto nuda, distesa sul letto come una Venere, con i capelli sciolti fino alle spalle e un dildo che umidifica con la lingua, invece, la vedo indossare uno dei miei completi.

“Ma che cazzo stai facendo?” le chiedo.

Lei si smuove tutta, prova a mettere la camicia azzurra nei pantaloni di seta.

“Così ti piaccio?”

Prende la cinta da uno dei cassetti e impugnando le due estremità nella mano comincia a usarla come una frusta. Colpisce l’aria con un paio di fendenti. Io rimango attonito. Continua con le cravatte, ne sceglie una con le righe verdi, marroni e bianche e inizia a farsi un nodo. Un Windsor fatto male.

Indossa una giacca blu metallico che luccica alla luce del sole. Poi corre in bagno.

Prende la cera per i capelli, se ne mette un po’ sui polpastrelli e la passa tra i fili d’oro sopra la testa. Li tira indietro e quello che ne esce è il principio di una stempiatura che indica una fronte troppo spaziosa. Si guarda allo specchio e comincia leggermente, a mettersi un po’ di matita per dare profondità allo sguardo. Infine, un po’ di correttore per coprire qualche imperfezione.

Rimane per un paio di secondi davanti lo specchio e quando sembra decisa a mostrare la trasformazione si gira verso di me.

“Che dici? Assomiglio al tuo capo?” domanda.

Faccio un sorriso nervoso, da cui sbuffa una nuvola d’aria invisibile, abbasso lo sguardo e mi giro dalla parte opposta, facendo finta di nulla.

“E no! Mica puoi andartene così. Ranieri!”

All’udire del mio cognome capisco che il gioco di ruolo continua, e io non ho nessuna voglia di giocare.

Mi segue nel soggiorno e afferrandomi il braccio intima di fermarmi. Lo sfilo via dalla presa e continuo a dirigermi verso il frigorifero. Prendo una birra, faccio un sorso e guardo mia moglie con l’aspetto del mio capo.

“Non è divertente.” Dico con calma apparentemente serafica.

“A te non piacciono le cose divertenti.” Risponde saltellando come una bambina capricciosa che ha trovato un peluche da maltrattare.

Siede sul divano, accavalla le gambe e apre le braccia, poggiandole come ali sullo schienale.

“Allora, Ranieri mi dica. Le piace la mia cravatta?” dice con tono distaccato.

Non rispondo.

“Su, non faccia il timido. Me lo dica.” Continua implorandomi con lo sguardo di stare al gioco.

“No, non mi piace.” Dico.

Lei sgrana gli occhi e muove il viso a destra e sinistra. Sembra un metronomo.

“Ma come? Non le piacerebbe usarla con me come guinzaglio?” insinua.

Rimango a fissarla in preda a un’eccitazione che nascondo sotto il ripiano della cucina. A volte, cambio gamba di appoggio, ma faccio finta di niente, continuo a sorseggiare birra.

“Che palle che sei! Mi sono rotta.” Commenta.

La vedo alzarsi dal divano mentre passa una mano sopra i capelli.

“Però non ci sto male con questa pettinatura vero?” domanda guardandomi tornando al suo tono curioso, in cerca di consenso.

“Mah.” dico con una smorfia tra il disgusto e la noia provata da quel teatrino.

Mi siedo sul divano. Davanti a me lo schermo del televisore e due piantine ai lati, una lampada ricavata da un vaso di porcellana di mia madre e una scacchiera poggiata su un tavolino di cristallo. Ma quello che vedo davanti è solo il colloquio tra me e il mio capo.

Un’aria tracotante, lo sguardo dall’alto in basso mentre minaccia di licenziarmi se avessi continuato a lavorare in quel modo. Quale modo? Gli chiedo. Lui si infuria, alza le braccia al cielo, comincia a disegnare cerchi in aria che racchiudono tutta la mia nostalgia per essere entrato in quel posto. Un luogo di cui non avrei sentito minimamente la mancanza. Eppure, ero lì, fermo, pavido, tremolante, tra le urla di un uomo da cui fuoriuscivano piccole bollicine di saliva che si poggiavano sulla mia camicia ed evaporavano al contatto con l’atmosfera. Ero lì, fermo, a sorbirmi parole di cristallo che cadevano e si frantumavano in mille pezzi, dove ognuno rappresentava l’importanza di ciò che blaterava. Eppure, ero lì, fermo, a pensare all’affitto e agli abbonamenti di cui avrei fatto a meno, ma a cui non potevo rinunciare. Ero lì, fermo, con la libertà calpestata da una forma di schiavitù di cui non posso, o non voglio, privarmene. Uscito dal suo ufficio una ventata prodotta dalle palpebre dei colleghi che tornavano a guardare sui propri schermi, mi colpì il viso. Andai in bagno e mi sciacquai la faccia. Una, due, tre volte. Ero un fuoco di rabbia. E di eccitazione. Il cazzo mi pulsava e si allungava verso la coscia, oltre i boxer, desideroso di esplodere in un liquido puro, bianco, come le perle che aveva addosso il mio capo quando lo immaginavo nudo, disteso sulla sabbia, mio. Guardavo il volto allo specchio e mentre le goccioline d’acqua scorrevano, mi tenevo in equilibrio sul lavandino impettendomi, immaginando le sue mani afferrarmi i capezzoli mentre spingeva il suo petto sulla mia schiena. Adoravo quelle mani, piccole e affusolate, che avrebbero impugnato il mio cazzo con forza, con fiducia, con necessità, come si fa con il manubrio di una bicicletta…

Apro gli occhi. Ho il cazzo tra le mani e lo sguardo furioso. Mia moglie è davanti a me. Mi siede vicino. Prende il cazzo tra le mani, come il manubrio di una bicicletta. Poi mi sale sopra e inizia a pedalare.

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Discussioni

  1. Ogni riga compone un puzzle di trasgressione che si mischia alla naturalezza e alla volgia di ritrovare qualcosa, in una coppia dove, quel desiderio sembra essersi “perso”. Il racconto mi è piaciuto molto per la spontaneità. Complimenti, leggerò volentieri gli altri tuoi racconti.

  2. Il Cannibalismo scorre potente in questo racconto dalle fenditure distorte miste a momenti di pre-collisione e scritte che ricordano il lavoro dei beat, anestesie spirituali in campi d’accelerazione

  3. Piaciuto molto e ho apprezzato anche lo stile immersivo. Uno dei migliori racconti che mi sia capitato di leggere qui. A voler trovare il pelo nell’uovo forse solo la parte degli “ero lì, fermo” è un pelo troppo lunga, magari già senza ripetere il “fermo” sarebbe filata via meglio.

  4. Bello e irriverente, questo duplice rapporto del protagonista, che il protagonista stesso non riesce ad accettare fino in fondo. Bella la reazione della moglie, provocatoria, un tentativo di mettere il marito davanti ad uno specchio. Riuscirà, Ranieri, a guardarsi nello specchio insieme alla moglie, per salvare il suo matrimonio?

  5. …Dopo la pedalata la moglie afflita va nel suo studio, apre un cassetto della scrivania e tira fuori il diario: “4 luglio 2023 . Sono stufa, sono arcistufa! Sì, sì mi diverto a provocarlo, a travestirmi da bambola sexy, da maschietto, da capo, usare fruste, dildi, martinet, ma vorrei essere un poco desiderata, voluta. Basta basta pedalare, voglio che qualcuno mi cavalchi, voglio cavalcare. Mio Diario, cosa mi dici di Mauro? Ai suoi guardi affamati, ho resistito, ho abbassato gli occhi, ma domani gli telefono, sono stanca di questa situazione, voglio essere coccolata, amata. Ah desiderio maledetto, quando arriva la pace dei sensi! A domani.”

  6. Buongiorno Mattia, fra i tuoi testi che ho letto questo è fin’ora quello che ho preferito. Per la sua crudezza e pesata irriverenza nel mostrare una scena di vita a due. Mi piace molto come hai enfatizzato il rapporto che spesso una donna instaura con il lavoro del proprio compagno, sempre più frequentemente anche il contrario. Quella stupida e inutile gelosia di un tempo che pensiamo ci venga “rubato”. In questo caso lei reagisce nella maniera, a mio avviso, più spudorata e azzeccata. Nella realtà spesso invece un tipo di situazione come questa porta alla fine del rapporto. È molto interessante come scrivi e mi piace il tuo stile diretto e secco. Bello il finale quasi incrociato in un rapporto a tre. Bravissimo, ti leggo sempre volentieri.

    1. Ciao Cristiana, ti ringrazio. Lo scopo era proprio questo: parlare di una dinamica che avviene nella vita di ogni giorno, attraverso un modo diverso di dirlo. Irriverente, credo, sia il modo più opportuno per definirlo.