
Two suns in the sunset
Serie: Doomsday clock: 00:01 - Le catacombe di New York
- Episodio 1: Abigail
- Episodio 2: Il predicatore Davies
- Episodio 3: Two suns in the sunset
- Episodio 4: Megan
STAGIONE 1
Abigail fu travolta da un dolore così sottile, che lo sentiva anche sotto le unghie, le si infilava in ogni interstizio del suo corpo e del suo essere. Un dolore del quale conservava memoria, ma incomprensibile come un’antica incisione, di cui nessuno conosceva più il linguaggio. Uno spasimo che, tuttavia, non aveva mai provato prima nei momenti di catalessi in cui sprofondava durante il trattamento.
Ma la cosa che la riportò alla realtà, fu sentire una voce umida di pianto, pronunciare un nome che non era il suo: Megan.
Si svegliò sul lettino del dottor Bailey, seminuda, percependo un’altra presenza nella stanza. Si strinse le braccia attorno al seno, imbarazzata, prima di guardare verso la tenda tirata. Erano Mark e Binary, accoccolato sulle sue gambe, che dormivano della grossa, sotto una coperta a ripararli dal freddo.
La ragazzina si massaggiò la cicatrice sullo sterno e la grossa benda adesiva sul fianco destro. Poi poggiò i piedi nudi a terra, sussultando. Il pavimento freddo le dava i brividi, ma allo stesso tempo la riportò alla realtà, della quale la voce lamentosa di prima non faceva parte. Infatti nel container c’era silenzio, eccetto i respiri di Mark e Binary. Pensò che potesse essere stato il ragazzino a pronunciare il nome nel sonno, ma dormiva così serenamente, che lasciò perdere quell’ipotesi. Non che gliene importasse più di tanto, comunque. Cose che capitavano nel dormiveglia.
Stava per uscire, ma si accorse di essere ancora seminuda. Individuò i suoi abiti nella cesta del bucato e la fascia che avvolgeva attorno al petto, lavata alla meglio e piegata con cura sopra i suoi anfibi Dottor Martens, accanto allo zaino. Arraffò gli abiti lerci e si vestì in fretta, senza fasciarsi il seno, ma la t-shirt degli U2 non c’era. Forse era stata lavata insieme alla fascia e si stava ancora asciugando all’esterno. Infilò il drappo nello zaino e indossò gli anfibi.
Passando accanto a Mark, in punta di piedi per non fare rumore, lo baciò piano sulla testa, per ringraziarlo di averla vegliata. Oltrepassò la tenda, ma dall’altra parte la branda di Bailey era vuota. Forse era stato chiamato per un’emergenza durante la notte, anche se il giaciglio era intatto.
L’effetto dell’anestesia di solito durava fino a sette o otto ore, quindi doveva essere ancora notte fonda, secondo i suoi calcoli, ma in quel luogo senza finestre non era possibile stabilirlo con esattezza. Rimase quindi interdetta e abbagliata, quando spalancò la porta e si trovò davanti il tramonto, invece che il buio della notte. Schermandosi gli occhi fece qualche passo all’esterno, finché il ticchettio del contatore geiger non le rammentò che il sole non si vedeva più da tempo e che stava sognando a occhi aperti. Oppure che si era svegliata da quel terribile incubo.
Pochi istanti dopo la luce ritornò a essere grigia, come era sempre stata da che se ne ricordava.
Non poteva restare allo scoperto all’inizio del coprifuoco, doveva tornare in fretta a casa, ma non prima di aver ritrovato la maglia degli U2. Solo dopo aver aggirato il container, nel breve tratto d’erba sul retro, dove il dottore soleva stendere la biancheria ad asciugare, la trovò appesa al filo, ma udì anche le note di una vecchia canzone che la attirarono.
SUFFER PREMONITIONS
CONFIRM SUSPICIONS OF THE HOLOCAUST TO COME
OOH, OOH
OOH, OOH-OOH-OOH
La musica proveniva da un mobile radio della Grundig, di legno ormai opaco, più precisamente da un lettore cd, collegato con un accròcco da Mark, tempo prima. La radio era al centro di un salottino all’aria aperta, composto dallo scheletro di legno di una fila di sedia da cinema, e due poltrone in similpelle rossa, dalla forma avvolgente, una delle quali ospitava il dottor Bailey, tanto assorto nell’ascolto della musica, da sembrare un manichino.
TWO SUNS IN THE SUNSET
COULD BE THE HUMAN RACE IS RUN
Abigail strappò la t-shirt dal filo e se la avvolse attorno al polso sinistro, poi si avvicinò all’uomo.
LIKE THE MOMENT WHEN THE BRAKES LOCK
AND YOU SLIDE TOWARDS THE BIG TRUCK
YOU STRETCH THE FROZEN MOMENTS WITH YOUR FEAR
Solo all’entrata del ritornello, l’uomo parve riprendersi da pensieri infausti. Le sorrise debolmente, mentre questa si accomodava sull’altra poltrona.
– Mi sono ripresa prima del solito, questa volta. Non è ancora il coprifuoco.
Bailey parve riflettere su quella considerazione, lasciando sfumare le ultime note della canzone. Si raddrizzò contro lo schienale e la fissò con cipiglio professionale.
– Dove hai trovato la medicina, questa volta? – il tono della sua voce era tra l’accusatorio e l’apprensivo.
Abigail contò fino a dieci in numeri binari, prima di rispondere, evasiva: – Al solito posto… Perché?
Si pentì di avere aggiunto quel perché quando Bailey si alzò di scatto e afferrò lo zainetto, che la ragazza teneva fra i piedi. Prima che lei si opponesse, lo svuotò sulla poltrona, bloccando la sua reazione con un dito ammonitore. Sparse le cose di Abigail facendone cadere a terra alcune, finché trovò quello che cercava. Lo agitò davanti ai suoi occhi.
– Hai già rischiato di morire una volta, per questi! Cosa ti dice la testa?
– Ma questa volta è solo uno… non ho dovuto ingoiarlo per nasconderlo.
Il dottore sembrò all’improvviso esausto. Si chinò davanti a lei e le prese il volto tra le mani, le baciò la fronte e poi la strinse in un abbraccio. Abigail non si sottrasse, ma nemmeno ricambiò. Le sembrava inopportuno.
***
– Sono stata incosciente per più di due giorni?
Mark lasciò perdere per un momento quello che stava facendo e disse con infantile trasporto: – Ma noi non ti abbiamo abbandonato nemmeno per un istante. Vero Binary?
Il cane a due teste scorrazzava tra le gambe del suo padrone e quelle della ragazza, eccitato.
Il dottor Bailey ritornò con un vassoio di tramezzini e un bicchiere di popcorn, che aveva trovato chissà dove. Divise tutto in parti uguali per i ragazzi e un po’ di meno per sé.
– Ho finito, – annunciò Mark. – Dammi la pendrive.
Avevano spostato le poltrone da cinema all’interno e si accomodarono, pronti per lo spettacolo.
– Avvicina un po’ lo schermo, sennò non si vede niente.
– Dovrò trovarne uno più grande, la prossima volta che vado a Palm Springs, – propose Abigail.
– Invece non ci andrai! – intervenne il dottor Bailey, irritato.
La ragazza lo guardò di traverso. – Non sei mio padre! – reagì.
La musica di un sassofono prese a uscire dalle piccole casse del computer e riportò l’attenzione dei due sul film che iniziava. Mark corse ad accoccolarsi accanto alla ragazza, che finse di essere interessata, ma si domandava il perché della reazione dell’uomo.
Era una buona copia del film Taxi Driver, ma in lingua straniera, con i sottotitoli tagliati sul fondo dell’inquadratura. Per una decina di minuti proseguì normalmente, tanto che Abigail si convinse che non c’era alcun pericolo.
Poi l’ambientazione cambiò. Sul monitor scorrevano altre immagini, senza audio, di un parco tra alti palazzi, alcuni danneggiati, con i vetri delle finestre in frantumi e pennacchi di fumo sopra i tetti. Le riprese erano state fatte a mano ed erano molto agitate, come se l’operatore stesse fuggendo. Apparvero in lontananza delle persone, che cadevano inciampando nelle radici degli alberi, urlando. Quindi un elicottero della polizia scese dall’alto, piegano gli alberi con l’aria smossa dai rotori. La ripresa si fece statica, l’operatore rivolse l’obiettivo su di sé e apparve il volto insanguinato di una ragazza.
Nello stesso momento, un bussare deciso alla porta, fece scattare Bailey dalla poltrona, spaventando Binary, accucciato ai suoi piedi. L’uomo corse alla porta, non prima di aver stoppato il video sul volto della ragazza e tirato la tenda.
Abigail si mise sul chi-va-là. Ogni domanda che si era fatta sullo strano comportamento del dottore, riprese vigore.
– Cosa è successo a tuo padre, Mark? – sussurrò all’orecchio del bambino.
– Non lo so. Forse è ancora quell’uomo.
Abigail ora era davvero allarmata.
– Quale uomo?
– Ieri, mentre eri addormentata dopo l’operazione, è venuto un uomo con grandi occhiali rotondi, come quelli dei saldatori e un respiratore sulla bocca. Cercava qualcuno.
Abigail fissò inorridita gli occhi sul monitor, la bocca aperta ma muta. La ragazza aveva più o meno la sua età e le ricordava qualcuno, nonostante le ferite.
– Chi cercava, Mark?
– Papà non me lo ha detto.
Anche lei scattò in piedi e iniziò a recuperare tutte le sue cose. Anche se ormai era iniziato il coprifuoco, doveva rischiare e andare via da lì. Stava mettendo Mark in pericolo, lo sentiva.
Un movimento alla sue spalle la bloccò.
– Chi era, papà?
– Megan, – disse la voce piatta di Bailey.
Abigail lasciò cadere a terra lo zaino e respirò a fondo. Risentì la voce umida di pianto che l’aveva accolta al risveglio. Se lo aspettava, dopo tutto.
– Chi è Megan, papà?
Nessuna risposta.
– Papà?
Abigail si voltò di nuovo verso il monitor, evitando lo sguardo del dottore.
– Mi dispiace di avervi messi in pericolo.
Bailey accantonò le sue scuse con un gesto.
– Abigail, quell’uomo cercava una ragazza di nome Megan. – Appariva roso da un grave dubbio. – Credo sia giunta l’ora che tu conosca la verità, – sputò fuori con riluttanza.
Serie: Doomsday clock: 00:01 - Le catacombe di New York
- Episodio 1: Abigail
- Episodio 2: Il predicatore Davies
- Episodio 3: Two suns in the sunset
- Episodio 4: Megan
Ciao ❣️ Allora inizio con il dire complimenti perché scrivi veramente bene. Ciò che viene presentato è esattamente quello che penso vedremmo in uno scenario post apocalittico … mi ha fatto particolarmente impressione la scena del predicatore ad esempio. Mi piace molto la descrizione e la caratterizzazione di Abdigail perché sento che è forte come protagonista e in generale le descrizioni dei luoghi e delle azioni che consentono di farsi un’idea chiara di quello che stiamo leggendo. Aspetto il prossimo episodio con la “verità”
Complimenti ❣️