Un ago e un cuore

Serie: Pace in terra


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Stefania in una palestra ospedale, conosce Sonia la capo infermiera e viene arruolata come sarta. Solo che non si trattava di saper cucire vestiti.

Dimitri non si mosse. Resistette con coraggio mentre le mie dita incerte chiudevano la ferita. Sonia mi incoraggiò  insegnandomi quello che poi sarebbe divenuto il mio mantra – “Concentrazione, inspirazione, vai Stefania!” – che usò la prime volte, poi non lo ritenne più necessario, lei! Non mi fece mai complimenti, ma dedussi che stavo facendo bene dalla frequenza con cui mi chiamava da una parte all’altra della palestra. E dai casi che mi presentava, che diventavano sempre più gravi ogni giorno. 

Quanti occhi sofferenti incrociavano il mio sguardo! Pregavo, ogni volta che prendevo quell’ago. E rimpiangevo le preghiere di pochi mesi fa… Gesù fai che io passi il compito di matematica, Gesù fai che mia madre non si arrabbi se ancora una volta non sono riuscita a riordinare la stanza, Gesù fai che Ivan si accorga di me… Accidenti! Gesù scusami se ho pregato per queste stupidaggini, stupidaggini, stupidaggini! Gesù aiutami, ti prego fai che questa guerra finisca presto! Unapreghieraperlapaceunapreghieraperlapaceunapreghieraperlapace… «Concentrazione, inspirazione, vai Stefania!»  

Non era facile, ma incredibilmente l’attimo dopo la mano era ferma, come se quell’arto non fosse parte di me. Avevo spesso la sensazione non fossi io a guidare la mia mano, come non riconoscevo la sicurezza con cui la voce usciva dalla mia bocca, rassicurando il paziente, dolce e ferma allo stesso tempo. Ma chi era quella nuova me? Certe volte ne avevo paura. Avrei voluto gridare, andarmene, cancellarla dalla mente, per riavere la vecchia me, la strampalata studentessa Stefania che giocava al lancio dello stivale nella neve! Ma ero consapevole che quella Stefania, stava scomparendo come i dettagli del viso di una persona cara morta da tempo. Piccola, piccola Stefania…papà sei fiero di me? Io spero di si.  


Guardai il bambino, e la nuova me sorrise spontaneamente, ignorando le atroci ferite che aveva davanti «Ciao piccolino, come ti chiami? Io mi chiamo Stefania, tu non vuoi proprio dirmelo il tuo nome? No?» 

«Oh lui non può risponderti cara, ha perso la parola» disse la donna accarezzandolo dolcemente, trattenendo a stento le lacrime. 

Rimasi in silenzio e per una frazione di secondo, ascoltai la vecchia me gridare. La più piccola delle Matrioske era sparita nell’altra. «Da quanto tempo non parla?»

«Da quando una bomba è scoppiata e il muro che cingeva il giardino è piombato su sua madre. Non abbiamo potuto far niente per la sua povera mamma, se non quella di salvare il figlio. E’ vivo per miracolo!»

«E suo padre?»

«Non so molto, io sono solo una vicina di casa. Però l’ho visto mentre lo trascinavano via la settimana prima. L’hanno preso di forza e fatto salire su una camionetta dell’esercito. Maledetta guerra!»

«E non ha nessun’altro? Fratelli, sorelle più grandi?» Guardai il bimbo, era stato difficile portarlo sul lettino e fasciarlo; la benda stava già cambiando colore. Inghiottii. Stavolta l’ago non toccò nessun lembo di pelle, ma affondò nel mio cuore; sanguinava nello specchiarsi in quegli occhi innocenti e ancora ignari di quel piede sinistro mancante. Avevano dovuto amputare. 

La Matrioska aveva inghiottito la mediana. 

«Quindi non ha nessun altro?»

«No, nessuno. Per questo abbiamo deciso di portarlo con noi. Casa sua, come anche la nostra, è stata distrutta e non c’è più nulla da fare qui. Ho mia sorella dall’altro lato della città, pensavamo di andare da lei. E infatti stavamo per metterci in macchina quando abbiamo notato che il piedino destro di Oleksandr stava diventando bluastro! Povero piccolo, io non so adesso come fare, come faccio a curarlo? Come è possibile che accada tutto questo a un bambino di soli quattro anni! Gli piaceva tanto correre, era sempre sorridente. Di solito io ai bambini non sto simpatica, ma lui aveva sempre un sorriso per me! E ora…»

«E ora starà a voi fargli dono del sorriso. Dargli la forza, l’affetto di cui ha bisogno. Anche se Oleksandr è un ometto coraggioso vero?» Inghiottii e sorrisi dandogli un buffetto. Di Matrioska ne era rimasta solo una

Cercai di confortare la donna e le spiegai come avrebbe dovuto medicare l’arto. Il dottore sarebbe poi ripassato a controllare, in queste situazioni il bendaggio andava sostituito di frequente. Domandai se se la sentiva di farlo al posto mio da subito. Mi domandò un mucchio di cose, ad alcune non seppi rispondere.

Osservai il bimbo ancora una volta, la morfina sembrava aver acquietato solo il dolore; il vigore con cui agitava quello strano sonaglio a forma di serpente, stava facendo risvegliare dal sonno tutti gli altri pazienti. 

«Oleksandr fai il bravo, vuoi? Gli altri stanno dormendo! Mi scusi ancora una cosa, domani volevamo andare da mia sorella a Teremky pensi sia troppo presto?» 

«Chiedo alla capo infermiera se sia prematuro. Di sicuro sta sera dormirete qui tutti, poi domani cercherò di trovare un momento per farvi parlare con il dottore… in ogni caso sarebbe meglio se restate qui ancora due giorni…avete detto Teremky? Io ho la casa li, ma non sono riuscita più a tornarvi. Non so come sta mio fratello o mia madre…potete farmi un favore? Se vi scrivo una lettera gliela potete recapitare?»

«Non so, possiamo provarci, certo! Altrimenti se vuoi noi abbiamo la macchina, potresti venire con noi!»

«Io…io non so…non so se posso…» 

«Tu intanto pensaci Stefania»

«Grazie, si lo farò» La salutai e corsi dall’altra parte della palestra in cerca di Sonia. Mi veniva da piangere, ma nulla, non ne avevo di lacrime. Pensavo a mia madre, mio fratello e ad Ivan. Mi mancavano tremendamente. Quanto li amavo, quanto avrei dato per riabbracciarli anche solo per qualche minuto! Corsi da Sonia e le spiegai tutto. Le domandai se sarebbe stato possibile parlare con in dottore domani di Oleksandr. Poi non aggiunsi altro. Non era più il tempo. Mi ritirai in camera e strappai due pagine dal mio quaderno, mentre Sonia iniziava il turno di notte. Non c’era tempo per pensarci su. Iniziai a scrivere e il foglio si bagnò. Dovetti smettere. Piansi molto quella notte. E scrissi tre lettere lunghissime.  

La Matrioska grande sembrava aver finito di mangiare tutte le piccole. Addio piccola, piccola Stefania. 




Serie: Pace in terra


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Gesù fai che io passi il compito di matematica, “
    Grazie per averci ricordato quanto spesso ci lasciamo sopraffare da ciò di cui non abbiamo realmente bisogno scordandoci delle priorità e soprattutto scordandoci degli altri. La tua serie è una lezione di vita e la metafora della matrioska perfettamente riuscita.

    1. Grazie Cristina, anche qui con questo “lezione di vita” mi fate arrossire, davvero non aspiro a tanto, è già molto il fatto che abbia fatto riflettere. Grazie a te per averlo letto.

  2. Ciao Maria Anna, che bello ritrovarti. É un vero peccato che tu non scriva piu` spesso i tuoi racconti su Open. Hai mani di fata nel descrivere le situazioni piú tragiche con una dicatezza che mi fa pensare alla forza magica dell’amore, quello che permette di bilanciare il male dovuto all’ odio, generando violenza, guerre e stragi. Se, nonostante tutto, la popolazione umana sulla Terra non si estingue ma, anzi, continua a crescere, potrebbe essere per questa forza positiva, quella di Stefania e di tanti altri come lei, che spero possa prevalere sempre.
    Un abbraccio.