Un bicchiere

Era buio, la musica suonava forte. Il locale non era grande abbastanza per contenere tutte le persone presenti ma, come spesso accade, alle serate di inaugurazione non si guardano troppo queste sottigliezze. Quel sabato lì dentro c’era tutta la città e sono convinto che in quella parte di periferia gran parte delle persone presenti non c’erano mai state, si vedeva lontano un miglio. Ciuffi platinati e cotonati alla perfezione popolavano la pista su tacchi da trampolieri, con piccoli nei di quelli come noi che arricchivano il quadro. Per una volta, pensavamo, “non verranno in casa nostra e ci proibiranno di entrare”. Così le nostre camicie del mercato e le scarpe logore dagli anni riuscirono a mischiarsi con quelle persone tirate a lucido, probabilmente solo perché si trattava dell’apertura, ma a tutti noi importava poco, ne sono abbastanza convinto.

Il locale era nostro. Ci sentivamo forti e sicuri, in quella serata demmo il meglio che potevamo offrire, parlando con le ragazze più belle e brindando con i ragazzi in camicia bianca. Ci stavamo divertendo molto tra l’alcol che i nostri primi lavori ci permettevano di comprare e le sigarette fumate di nascosto, abbassandole all’altezza dei fianchi. Il caldo però era asfissiante. Mi sottrassi ai ragazzi del mio gruppo per andare a prendere un drink al bar e, armato di pazienza, mi misi nella coda chilometrica ad aspettare il mio turno. Un ragazzo poco più avanti di me attirò la mia attenzione. Avrà avuto più o meno la mia età, mingherlino e pallido. Distolsi lo sguardo velocemente, d’altronde era soltanto un’altra persona in coda, e la mia attenzione fu rivolta altrove. Per perdere un po’ di tempo presi il telefono e scrissi qualche messaggio quando, pochi minuti più tardi, sentii gridare: “Ti ho detto no! Torna in fila!”

Alzai lo sguardo e vidi il ragazzo magrolino allontanarsi mogio dal barman e tornare verso la fila, dopodiché tutto tacque. Non capii e persi interesse. Scorremmo placidi e arrivò il turno del ragazzo, distante questa volta poche persone davanti a me. Si sporse verso il bancone e sussurrò qualcosa alla ragazza alla cassa che rimase interdetta e, dopo averci pensato un po’ sù, vidi che chiese qualcosa al barman accanto a lei, lo stesso che sentii urlare poco prima. Lui vide il ragazzo proteso in avanti e saltò su tutte le furie.

“Ancora tu! Ora chiamo la sicurezza”.

Sentii il bisogno di intervenire. Spostai le poche persone che mi dividevano dal luogo della discussione, tra le lamentele di qualche ragazza in un vestitino da capogiro e di alcune pacate minacce dei loro ragazzi, arrivando spalla a spalla al ragazzo magrolino.

“Ciao, che succede?” chiesi avvicinandomi al suo orecchio.

Non mi sembrò lucidissimo e non mi sentì neanche. Lo scossi un po’ finché non mi diede attenzione.

“Che succede?” Ripetei.

“Sto morendo di sete.”

“Eh, prendi dell’acqua allora.”

“Non ho soldi, ho chiesto un bicchiere d’acqua, ma mi hanno detto che devo prendere per forza una bottiglietta.”

“Perchè non li chiedi ai tuoi amici, quanto costerà mai una bottiglietta.”

“I miei amici sono andati via, ero rimasto con una ragazza. Sono andato anche in bagno ma hanno messo solo l’acqua caldissima ai lavandini questi stronzi.”

Affondai una mano nella tasca dei jeans e tirai fuori una moneta. Gliela sventolai davanti al naso e lui, timidamente, aprì il palmo. “Che ingiustizia” pensai.

Mi girai verso il barman e gli chiesi “Perché non può avere un bicchiere d’acqua? I bicchieri li avete, l’acqua del rubinetto pure.”

“Ma te chi sei scusa?” rispose.

Mi innervosii. “Uno che vuole un bicchiere d’acqua”.

“Ecco un altro poveraccio. Non ve lo posso dare, chiedilo al tuo amico, il perché che gliel’ho già spiegato.”

“Perché no?”

“Perché devi pagare! Ora mi avete stancato.” Sfilò dalla tasca il walkie talkie e premette il pulsante avvicinandolo alla bocca “Sicurezza ho bisogno di voi al bar.”

“Ma dacci un bicchiere d’acqua, laggiù stanno rovesciando litri di alcol, cosa cambia un bicchiere d’acqua!” Dissi mettendo le mani sul bancone appiccicoso.

Nemmeno il tempo di finire la frase e due energumeni si presentarono dietro di noi. Ricordo distintamente le mani pesanti che si posarono sulle mie spalle. Guardai il ragazzo magrolino. Stava tremando. Intanto dalla fila dietro di noi si levavano voci e grida, incitando la sicurezza con frasi del tipo “Bravi, levateli” oppure “Stanno bloccando tutto”.

Cercai di restare calmo. Mi girai verso la montagna dietro di me, completamente vestita di nero e senza capelli.

“Mi scusi, ci dev’essere un equivoco. Abbiamo chiesto solo un bicchiere d’acqua.”

Il barman mi interruppe “Non vogliono pagare. Pensateci voi.”

“Voi pensate sempre di fare i furbi, vero? Ora ve lo facciamo vedere noi” disse l’altro energumeno che intanto aveva acchiappato per un braccio il ragazzino, ormai incapace di dire anche solo una parola. Il buttafuori davanti a me non disse niente, mi prese per il bavero della camicia e mi tirò a lui.

Come reazione involontaria al sentirmi afferrare mollai un calcio sugli stinchi e la sua mano allentò, facendomi tornare nella posizione iniziale.

La guancia mi frizzò improvvisamente. Nella penombra del locale non vidi partire la mano del buttafuori che si fermò perfettamente sul mio viso, lasciandomi in piedi in quello che per un momento mi sembrò un silenzio assoluto. Un’esultanza arrivò dal pubblico intorno a me.

Ebbi la forza di dire solo “Tutto per un bicchiere d’acqua”.

Arrivò un altro uomo, gigantesco anche lui, e in due mi presero da sotto le ascelle e mi portarono fuori. Mentre i miei piedi stavano strusciando in terra l’ultima cosa che vidi nel locale fu il ragazzo che infilò la mano in tasca per poi porgere la moneta che gli avevo dato al barman.

“Figlio di puttana che pensavi di fare? Te qui dentro non entri mai più” ringhiò uno dei due colossi mentre mi strattonava.

Il marciapiede era desolato e riuscivo a sentire il freddo dell’asfalto dalle suole delle scarpe. I buttafuori inveirono ancora un po’ nella mia direzione per poi lasciarmi solo, con la fila di persone fuori che scorreva accanto al mio braccio, sia in una direzione che nell’altra. Mi tirai giù le maniche della camicia per coprirmi come potevo, accesi una sigaretta e mi incamminai verso casa.

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Discussioni

  1. La fotografia di una realtà. Triste, arrogante e bieca realtà. In bianco e nero se parliamo dei “miei” tempi e a colori se ci riferiamo a tempi più recenti (perché la “faccenda” è sempre la stessa). Vorrei vedere i due buttafuori, in un universo parallelo, colpiti all’infinito a ceffoni da minuscoli esseri dotati di diaboliche braccia meccaniche. E presi di mira ripetutamente da bicchieri d’acqua che si infrangono sulla loro vuota testa. Ecco. Mi sono sfogato. Grazie al tuo racconto vero, semplice e diretto.

    1. Grazie mille Rossano. È il ruolo il punto. Dalle grandi alle piccole cose in ognuno di noi avvengono delle scelte, tutti i giorni. Quanto queste sono influenzate dal nostro ruolo?