Un giorno e mezzo
Quattro giorni fa sono stato a cena con i miei. Gli ho raccontato che mi era arrivata una proposta di lavoro abbastanza interessante e che la stavo valutando seriamente. Ho ascoltato i loro consigli, le loro preoccupazioni, poi, dopo due birre, sono tornato a casa mia e mi sono buttato a letto.
La mattina dopo mi sveglio, vado a lavoro e, dopo circa mezz’ora, mando un messaggio all’azienda che mi aveva contattato. Mi rispondono. A pranzo faccio un colloquio in videochiamata. Mi prendono. Gli dico che devo dare il preavviso in ditta. Mi dicono che mi aspettano.
Torno a lavoro e mando un messaggio al dirigente: gli scrivo che ho ricevuto un’offerta e che sto seriamente pensando di accettarla.
Silenzio.
Per un giorno e mezzo non arriva niente. Un giorno e mezzo con dei crampi allo stomaco assurdi. Poi la risposta.
«Oggi pomeriggio, se sei disponibile, facciamo una riunione con il referente e l’amministrazione per capire meglio la situazione.»
Il pomeriggio passa e la riunione arriva. Quando salgo, oltre al dirigente e al referente, c’è anche il titolare. Appena lo vedo capisco che la faccenda è più seria del previsto.
Entro nella stanza e mi siedo. L’aria è quella delle riunioni vere, quelle in cui non puoi permetterti di parlare tanto per parlare. Il titolare è davanti a me, appoggiato al tavolo con gli avambracci larghi, le mani ferme. Mi guarda e mi chiede di spiegare.
All’inizio sento solo il cuore battere e lo stomaco chiudersi. Poi comincio.
Gli dico perché sto valutando di andarmene. Gli dico quello che faccio, quello che ho imparato, quello che mi sono preso sulle spalle in questi anni. Glielo dico senza alzare la voce, ma senza abbassarla. A un certo punto mi sento proprio bene dentro a quello che sto dicendo. Lucido. Presente. E penso: cazzo, come ho parlato bene.
Il titolare non mi interrompe. Ogni tanto annuisce appena, il dirigente resta zitto, il referente guarda il tavolo. Quando finisco, nella stanza cala qualche secondo di silenzio che a me sembra lunghissimo. Poi il titolare si sistema sulla sedia, mi guarda e dice che avrebbero preparato una proposta di aumento del contratto.
Esco da quella stanza fiero e spompato.
Chiamo mio padre e lui mi chiede:
«Allora, che hai fatto?»
E io:
«Niente di quello che mi avete detto voi.»
La mattina dopo vado a fare il colloquio con l’altra azienda e si rivela un flop assurdo. Ero vicino a casa dei miei, così mi sono fermato da loro.
«Allora?»
E io:
«Spero che mi facciano davvero questa proposta, perché di qua è una merda.»
Mangio e mi metto a cambiare la gomma della macchina. Non penso più a niente. Poi sento vibrare il telefono nella tasca dei pantaloni. Guardo lo schermo.
Elena HR.
Sorrido e rispondo.
«Domani sei in azienda?»
«Sì, domani ci sono.»
«Bene. Allora non è tardi. Ho la proposta pronta. Passo in officina il prima possibile. A domani.»
E quel domani è arrivato.
E io ho firmato.
Non era perfetto. Ma, considerate le alternative, poteva andare molto peggio. E finalmente lo stomaco si è alleggerito.
E io anche.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi piace il realismo senza epica: il colloquio flop, il ritorno coi tuoi, la gomma cambiata per non impazzire, e infine quel messaggio come uno “sblocco” fisico prima ancora che lavorativo. Il finale è pulito: non è felicità da film, è respiro. E dopo giorni di stomaco chiuso, vale tantissimo.
Ciao Lino. Grazie, hai colto perfettamente il punto. Mi fa davvero piacere.
Come a dire: bisognaprepararsi all’alternativa dell’alternativa. Bella storia, Daniele. Che, penso, riguardi molti. Grazie per la lettura 🙂
Grazie Luigi. Sono contento che la storia ti abbia parlato. 😉