Un Improvviso Lampo di Luce

Serie: La Storia non sempre si ripete


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nell'episodio precedente: due amici si ritrovano a girovagare nel bosco, iniziando il percorso per un sentiero, per poi ritrovarsi ad attraversare un tratto impervio.

La strada non era stata pulita di recente. Il sottobosco aveva invaso il sentiero: cespugli di rovi e piante di ginestra bloccavano il passaggio. Le loro spine cercavano di trattenerci, quasi non volessero farci proseguire, stavamo oltrepassando un territorio che ormai era sotto il loro controllo. Ma noi tiravamo dritti come due cinghiali. Tuttavia, dopo qualche minuto, avevamo le braccia piene di ferite strisciate di rosso, che provocavano un leggero bruciore misto ad una sensazione di prurito. La nostra pelle purtroppo non era dura quanto quella di un cinghiale. Superato il primo tratto iniziale, ci accorgemmo che, man mano che procedevamo, il sentiero diventava sempre più impraticabile. Matteo raccolse da terra un bastone di legno probabilmente di nocciolo, non molto pesante ma alquanto resistente. Cominciò a menare colpi contro i numerosi ostacoli che si contrapponevano al nostro cammino. Giungemmo in un punto del percorso completamente inghiottito dalla boscaglia. Il groviglio di rami e piante era talmente fitto che per Matteo era diventato difficile tirare le bastonate.

– Mi sa che a questo punto ci tocca procedere a quattro zampe. Imitiamo Zara – E così facemmo: il confine tra uomo e bestia divenne ancora più labile.

– Per fortuna che la stagione di caccia non sia ancora aperta, sennò avrei avuto paura per le nostre chiappe – disse ridendo Matteo.

– Già, con il culo che abbiamo tra tutti e due ci mancherebbe soltanto che ce li decorassero con un bel paio di pallettoni – Procedevamo un po’ a rilento, con la testa bassa per evitare di esporre troppo gli occhi. Ogni tanto però occorreva stare attenti a non perdere il sentiero, che seppur ormai appena accennato, forniva ancora una sorta di linea guida.

– Per fortuna che ho il berretto in testa, sennò avrei la pelata in bassorilievo – dovetti ripetere un paio di volte prima che Matteo comprendesse le mie parole. Gli era diventato difficile voltarsi e quindi non riusciva a sentire perfettamente.

– Parla per te – mi disse dopo essersi finalmente voltato. Ramoscelli e foglie secche contornavano i suoi capelli lisci e neri, come avesse avuto una corona in testa.

– Ma dai su, non ti lamentare! Hai il pelo da bestia che ti protegge. È sufficiente che ti scuota e tornerai splendente come prima.

– La fai facile!

– Ma che c’entri tu? Guarda che stavo parlando con Zara! – Ridemmo di gusto entrambi.

 

Con mezzo sorriso sulle labbra e il fiato che cominciava a farsi pesante, procedemmo per la leggera salita, sperando di sbucare in uno spazio più aperto.

Finalmente, uscimmo da quel groviglio. Ci sembrò di esserci liberati da un enorme peso che gravava sulle nostre spalle. Sbucammo in un pianoro sviluppato in obliquo. Scosceso verso la parte opposta a noi, era proiettato su di un intero tratto della collina, franato da chissà quanto tempo. Nella parte più in alto c’era la sommità della collina, che divenne il nostro obiettivo. Era un ammasso di roccia, niente di più niente di meno. Ma avrebbe soddisfatto pienamente la nostra sede di esplorazione.

Ci approcciamo al sentiero che conduceva alla prima roccia dell’ammasso. Era enorme, immensamente grande, al punto da sembrare la colonna portante attorno al quale era sorta la montagna, come la carne attorno all’osso.

– Io vado a sinistra e tu vai a destra? – mi rivolsi a Matteo indicando ambo i lati con la visiera del berretto.

– Sei sicuro di voler rimanere da solo? Non hai paura di cagarti addosso se succede qualcosa?

– Perché dovrebbe succedere qualcosa?

– Nei film horror succede sempre qualcosa di brutto quando i personaggi si separano.

– Dai su, non è né notte né tantomeno c’è la nebbia. In più non abbiamo sentito nessun rumore sospetto. E poi, quello che si caga sotto dalla paura al massimo sarai tu.

– Ma io ho Zara che mi difende – Disse Matteo con tono canzonatorio.

– E allora andiamo. Caccia un urlo quando sei dall’altra parte.

Ci dividemmo e passammo ai lati delle estremità dell’enorme masso. Il tratto che mi trovai ad affrontare era alquanto impervio, ma niente di impossibile. Con l’aiuto delle mani riuscii a sorpassare la parete. Dal lato opposto gli alberi erano molti meno. Il paesaggio era dominato dal bianco gesso delle pietre, macchiato dal grigio verdognolo dei licheni che le ricoprivano.

Una sottile fessura separava la roccia gigante dalla punta vera e propria. Lanciai un grido per verificare se Matteo potesse sentirmi, ma non ottenni nessuna risposta. Mi raddrizzai il cappello sulla testa e mi risistemai lo zaino sulle spalle. Feci il primo passo verso quel corridoio roccioso, ma qualcosa mi bloccò.

Un improvviso lampo di luce mi accecò per una manciata di secondi, come se qualcuno mi avesse scattato una foto col flash a due centimetri dal viso. Anche quando il forte bagliore si dissipò liberandomi la vista, rimasi intontito per i minuti successivi. Mi appoggiai con la spalla alla roccia alla mia destra.

Per un attimo pensai che potessi avere la pressione bassa, ma non era la stessa sensazione. Avevo la vista leggermente annebbiata, ma non mi sentivo di svenire. Decisi comunque di non proseguire, ma nemmeno di scendere immediatamente. Mi sedetti là dov’ero e tirai fuori dallo zaino una mezza barretta di cioccolato e un avanzo di pane.

Forse un po’ di zucchero può aiutare il mio cervello a carburare nuovamente, pensai.

Trascorsero una decina di minuti, nei quali mi ripresi e, con qualche difficoltà in più rispetto a poco prima, scesi da dove ero salito. Trovai il punto dove mi ero separato da Matteo. Feci qualche metro verso la direzione in cui era andato lui e, dopo una breve curva, ci rincontrammo.

Matteo aveva il volto cadaverico. La sua espressione sembrava fosse stata scolpita nel marmo. Mi lanciò un’occhiata alquanto spiritata. Gli misi una mano sulla spalla.

– Ehi, tutto bene? Sembra che tu abbia visto un fantasma.

– Sì, tutto bene. È solo che prima ho rischiato di cadere giù, quindi mi sono preso un bello spavento. Comunque, la via di là non è praticabile, per questo sono tornato indietro.

La sua voce sembrava leggermente più distesa, ma il suo sguardo mi convinceva ancora poco.

– E tu? Come mai sei già tornato indietro? Anche là non si riusciva a passare? – Mi chiese senza nessun vero interesse nel tono della sua voce.

– In realtà c’era un passaggio, una specie di gola. Era stretta, ma non mi sembrava complicato passarci attraverso. Purtroppo, dopo aver iniziato l’arrampicata, mi è andata giù la pressione e allora ho preferito non proseguire – Mentii sulle vere sensazioni che avevo provato, forse perché non avrei nemmeno saputo come descriverle, perciò rimasi sul generico.

Decidemmo di tornare indietro. Si stava facendo tardi e ci incamminammo ripercorrendo il sentiero a ritroso, per evitare di scendere al buio. Il viaggio di ritorno alla macchina fu molto più silenzioso. Entrambi eravamo immersi nei nostri pensieri. Cosa più normale per me, ma un po’ insolita per Matteo, notoriamente il più logorroico dei due. In più occasioni feci per chiedere se fosse successo qualcosa, ma ogni volta mi trattenni perché dopo la prima domanda a riguardo borbottò una mezza frase. Perciò alla fine lasciai perdere.

Durante il viaggio in macchina la conversazione si rianimò, ma parlammo della qualunque. Argomenti liberi della domenica sera, in un’atmosfera che pian piano si tingeva di malinconia per un altro fine settimana che volgeva al termine, ben consapevoli che l’indomani saremmo stati nuovamente assaliti dalle preoccupazioni e le ansie settimanali.

Ed infatti, il giorno successivo scivolai nel vortice di impegni che mi sommersero fino alle orecchie. Talmente preso dalle mie cose, quei pochi momenti di libertà me li godevo stravaccato sul divano dopo un caffè ed una sigaretta. Musica di sottofondo mi accerchiava la testa, come un’aureola di armonia che mi permetteva di viaggiare nel vuoto creatosi nella mia mente. Giunta l’ora di cena mi accontentavo di un semplice piatto di pasta ed un bicchiere di vino. Poi, il letto mi chiamava a rapporto e io rispondevo con estrema puntualità come non accadeva mai, per catapultarmi infine in un sonno tombale dal quale mi risvegliavo il giorno successivo, per ripetere la stessa routine.

La mia vita durante la settimana era uno yin-yang di monotonia e noia, totalmente complementari. Ciò che mi salvava da una era solo il sopraggiungere dell’altra e viceversa, in un alternarsi costante che si ripeteva ormai da anni. Non avevo nessun alleato dalla mia parte, nemmeno il rifugio protettivo del mondo onirico. Ovviamente sognavo, perché tutti lo facciamo, ma non me ne ricordavo mai uno.

Però qualcosa era cambiato. A partire dal lunedì successivo, iniziai a ricordare in maniera e vivida i sogni che facevo. Per cinque notti consecutive, la mia mente riprodusse una catena di sogni collegati tra di loro. Le prime due notti mi sembrò forse essere un caso, una pura coincidenza ma, arrivato alla terza notte di fila, cominciai a preoccuparmi. Avevo bisogno di parlarne con qualcuno. La prima persona che mi venne in mente fu ovviamente Matteo.

Serie: La Storia non sempre si ripete


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un episodio quasi di transizione, nel quale, tuttavia, sono stati introdotti alcuni elementi, come il “flash” e i sogni collegati, che credo saranno molto importanti nel seguito.
    Sono curioso di vedere come prosegue.

  2. Bello anche questo secondo episodio. Una lettura scorrevole. Le tue descrizioni, chiare e dettagliate, rendono vivide le immagini dei due ragazzi in mezzo al bosco. Un’ avventura coinvolgente che sembra vera, come se tutto cio` che racconti stesse succedendo in tempo reale davanti ai miei occhi.