Un invito

Serie: Ritrovarsi


Un venerdì sera, un paio di settimane dopo il nostro incontro, ero sdraiato sul letto a leggere un libro quando sentii suonare il telefono. Risposi quasi subito perché avevo il portatile sul comodino e sentii la voce di Adele che con un tono spigliato e naturale mi disse: “Ciao Federico, sono Adele, come stai?”

Le risposi: “Bene, sono contento di sentirti!”

Non avevo immaginato di risentirla così presto e sentivo una corrente emotiva interna che mi accelerava il battito cardiaco.

“Mi ha dato il tuo numero Alessandro, spero che non ti dispiaccia”.

“Assolutamente no, anzi mi fa molto piacere”.

“Volevo chiederti se ti piace la musica classica”.

“Non sono un intenditore, ma mi piace quando la ascolto”, le risposi sorpreso.

“Bene, perché domani suonerò a un concerto in centro e volevo invitarti a sentirlo”.

“Ma perché tu suoni? Che strumento?”

“Suono il flauto traverso, ho cominciato da piccola e mi sono diplomata al conservatorio l’anno scorso. Ora ogni tanto suono in una piccola orchestra con altri giovani che si sono diplomati da poco e domani facciamo un concerto al teatro in centro”.

“Ti ringrazio davvero, ci vengo volentieri”, risposi e poi aggiunsi: “Certo che sei davvero incredibile, non ti bastava fare Medicina e finirla in corso, hai fatto anche il Conservatorio e ora suoni nei concerti solo per il piacere di farlo”.

Feci finta di stupirmi, ma la capivo benissimo. Capivo quella passione che provava, capivo la voglia di non fermarsi in un campo, ma di esplorarne altri. Capivo la sua voglia di fare qualcosa per il solo piacere che si provava facendola, senza altri scopi più pratici e materiali.

Ci accordammo per vederci l’indomani in un bar vicino al teatro e ci salutammo.

La sera dopo mentre mi avvicinavo al bar dell’appuntamento la vidi che mi aspettava sulla porta del bar. Era in piedi in una posa elegante e indossava un vestito scuro e attillato che metteva in mostra la sua figura snella e aggraziata che mi suscitò un fremito di attrazione. Ci salutammo baciandoci sulle guance mentre lei mi sorrideva; era ancora presto per andare al teatro e così le proposi di sederci a un tavolino per prendere da bere.

Quando fummo seduti lei mi disse: “Che bello che sei venuto! A parte i miei famigliari non c’è mai nessuno dei miei amici a sentirmi: non gli piace la musica classica e non hanno mai avuto la curiosità di sentire un concerto. Invece ero sicura che a te sarebbe piaciuto l’invito e per questo ti ho chiamato. Mi era sembrato che avessi curiosità e entusiasmo per tutto, sia per quello che conosci che per quello che non conosci, ma che pensi che ti potrebbe piacere o appassionare”.

Le risposi: “E’ vero, sono sempre curioso di conoscere ambienti o attività diverse, poi di qualcuna mi appassiono, di altre meno”. Pensai un attimo e poi aggiunsi: “Sono sempre stato così, però non so se è un pregio, a volte penso che sia un mio limite”.

“Come può essere un difetto? E’ l’aspetto di te che mi ha colpito di più”, disse lei.

“Ti ringrazio, ma per la mia ex fidanzata non era così e anzi forse è stato uno dei motivi per cui ci siamo lasciati”. Erano i dubbi che avevo da quando avevamo rotto con Simona, e che anche a distanza di tempo ritornavano.

Poi aggiunsi: “Ma non è solo questo, è che non sono sicuro che così facendo non disperda troppo le mie energie e non riesca a concentrarmi in un campo per riuscire a farlo al meglio”.

Ma sentire che lei apprezzava questo lato di me, che per tanti anni avevo dovuto tenere in secondo piano, mi dava una sensazione di euforia che mi saliva dentro come un flusso di marea.

Poi Adele guardò l’orologio e disse: “Dobbiamo andare, ora, cominciamo fra mezz’ora”.

Mi accorsi che l’entusiasmo per quel concerto si manifestava in ogni suo gesto, in ogni movimento, in ogni espressione dei suoi occhi. Si avviò verso l’uscita e mi prese per un braccio, mentre uscivamo dal locale, come per coinvolgermi nel suo entusiasmo.

Entrammo nel teatro e lei salutò gli inservienti all’ingresso e alla biglietteria, mi fece strada verso la sala e mi accompagnò a una poltrona centrale in ottima posizione.

Mi disse: “Ecco questo è il posto che ti ho fatto riservare, spero che da qui riuscirai a vedere bene”.

“E’ un posto ottimo, sono proprio contento, non so come ringraziarti”, le dissi.

Lei mi guardò, con una luce calda negli occhi e mi disse: “Sono io che ti ringrazio che sei venuto a vedermi”.

Poi disse: “E’ ora, adesso devo andare”. Mi fece un cenno con la mano e si incamminò verso il palco, si avvicinò al sipario, mi guardò ancora e scomparse dietro le tende.

Io rimasi lì seduto mentre il teatro si riempiva e guardavo le persone che entravano, allegre e ben vestite. Pensavo che erano uscite da casa quella sera per venire a vedere Adele e sentii un sentimento di orgoglio per la sua amicizia e per il suo invito.

Dopo una ventina di minuti si aprì il sipario e apparvero gli orchestrali, seduti nelle loro posizioni, secondo una logica precisa che Adele mi aveva spiegato. Tenevano in mano i loro strumenti con impugnature ferme e guardavano verso il pubblico con un atteggiamento formale. Anche Adele era seduta in una posizione elegante, con le ginocchia unite e la schiena dritta e un’espressione piena di soddisfazione e fierezza.

Poi entrò il direttore di orchestra, salutò il pubblico con un leggero inchino e con un’andatura sicura si posizionò dietro il leggio. Richiamò l’attenzione battendo leggermente le bacchette sul leggio, diede l’avvio e i musicisti attaccarono simultaneamente riempiendo di suono il teatro che lo amplificò con le mille riflessioni sulle pareti a semicerchio, perfezionate ad arte per generazioni per creare quell’effetto, fino ad investirmi con la forza di un’onda d’urto. La musica sembrava composta da correnti, onde e flutti continuamente mutevoli eppure in armonia fra loro , i musicisti si muovevano in modo coordinato e le singole parti differenti che ognuno di loro suonava si fondevano e formavano un flusso omogeneo come mille rivoli di un torrente che scendono separati e poi confluiscono insieme per dividersi ancora scorrendo verso la stessa direzione.

Adele era seduta sul bordo della sedia, con le braccia tenute alte a sostenere il flauto, che faceva oscillare seguendo le onde della musica mentre soffiava dentro senza sforzo. Le sue dita danzavano agili sui tasti dello strumento e ne facevano uscire concatenazioni veloci di note che in alcuni momenti si miscelavano a quelle degli altri strumenti e in altri emergevano e li sovrastavano. In quei momenti percepivo il suo sforzo per seguire il filo musicale senza inciampare o perdersi e mi sentivo in ansia per il timore che tutto a un tratto potesse sbagliare come uno sciatore che affronta le porte, sempre in bilico tra una linea perfetta e una caduta disastrosa.

Mentre la guardavo sentivo che l’attrazione per lei mi si propagava dentro, insostenibile come un intenso dolore fisico.

Adele mi sembrava nel centro esatto delle cose, perfettamente a suo agio nello svolgere un lavoro complesso e articolato che faceva per una passione forte e disinteressata e in questo la sentivo profondamente simile a me. Era invece la sua decisa convinzione che sentivo lontana e migliore e mi chiedevo se sarei mai riuscito a trovare un coinvolgimento come il suo per il mio lavoro, invece di sentirmi deluso da quello che facevo, estraneo nel mio ambiente e sempre alla ricerca di qualcosa di diverso che percepivo confusamente, ma che non riuscivo mai a identificare distintamente.

Quando il concerto terminò, uscii in mezzo alle tante persone che avevano riempito il teatro e l’aspettai nell’atrio. Adele uscì dopo una ventina di minuti, raggiante e ancora piena di entusiasmo per l’eccitazione della musica che avevano suonato.

Mi guardò cercando di capire come mi era sembrato il concerto e io l’abbracciai d’impulso congratulandomi con lei.

Ci avviammo insieme verso l’uscita, nell’atrio pieno di persone che si incontravano, che commentavano il concerto, che ridevano e chiacchieravano.

Mentre camminavamo vicini, le dissi: “Andiamo a prendere qualcosa per brindare al tuo successo”.

Lei rispose: “Ma dai, non ho fatto nulla di speciale, ero nell’orchestra insieme agli altri”.

“Non è vero, eri fantastica, emergevi continuamente sopra gli altri strumenti, ed eri meravigliosa da sentire per come eri precisa e sicura, ma anche piena di gioia e naturalezza. Ogni volta che accadeva mi sentivo mozzare il fiato per l’emozione e lo stupore”.

“Ma dai, non è vero”, esclamò lei, guardandomi però per capire se ero sincero.

Mi si avvicinò con il fianco mentre ci dirigevamo verso un locale pieno di luce e tavolini. Continuammo a parlare e a ridere insieme, seduti uno di fronte all’altra, immersi nel piacere di ascoltarci e nella vertigine dell’attrazione che sentivamo crescere in ogni parola e in ogni sorriso.

Vicino a lei provavo una gioia esaltante che continuò anche dopo averla salutata nella strada per tornare a casa.

Serie: Ritrovarsi


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

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    1. Si, infatti capivo che ti riferivi a questo contesto, ma ho colto l’occasione per parlare di alcune tematiche che stanno dietro al racconto 😉
      Mi interessa molto leggere qualcosa di questo scrittore di cui parli, mi daresti dei link dove partire?

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    1. Ciao Ileana e grazie per il commento. In realtà mi sembra che ci siano diversi tipi di persone, quelli che spaziano fra diversi interessi (Federico), quelli che hanno una vocazione speciale (Carlo), quelli che non riescono a provare vere passioni (Simona): uno dei temi che volevo trattare in questo racconto è la differenza e le interazioni fra questi diversi tipi di persone.
      Ovviamente in un sito come questo, dove per definizione entrano persone appassionate, immagino che persone della terza categoria non esistono e quindi capisco che tu dici che questo tipo di inclinazione ce l’abbiamo tutti, ma nella mia esperienza ne ho incontrate molte che semplicemente hanno un’indole diversa che volevo cercare di raccontare.