
Un Lungo Viaggio
Mi sveglio al suono delicato degli uccelli che cinguettano fuori dalla finestra. Allungo le braccia e le gambe, sentendo le morbide lenzuola sotto di me, come una carezza, un dolce massaggio mattutino. Ma c’è qualcosa di strano. Il mio corpo sembra diverso, più vecchio. Mi alzo a sedere e mi guardo intorno, cercando di dare un senso a ciò che mi circonda.
La stanza è decorata con carta da parati a fiori e tende di pizzo. Non è la mia stanza. Non riconosco nulla qui dentro. Mi alzo dal letto e mi dirigo verso lo specchio appeso alla parete. Quando vedo la mia immagine riflessa, ho un sussulto. Sono una donna di mezza età con i capelli corti, grigi e gli occhi stanchi. Non sono io. Non so chi sia questa persona.
Mi guardo rapidamente intorno, alla ricerca di qualche indizio, ma non c’è nulla. Niente foto, niente vestiti, niente che possa darmi informazioni sulla vita di questa donna. Comincio a farmi prendere dal panico, con il cuore che batte all’impazzata. Chi sono? Dove sono? Come sono arrivata qui?
Cerco di calmarmi e di concentrarmi sul mio respiro. Forse sto solo sognando. Sì, deve essere così. Chiudo gli occhi e mi impongo di svegliarmi. Ma quando li riapro, sono ancora nella stessa, strana, stanza. Gli uccelli cantano ancora. Non è un sogno.
Faccio un respiro profondo e decido di esplorare il resto della casa. Forse riuscirò a trovare delle risposte. Mentre cammino per i corridoi, cerco di ricordare qualcosa della mia vita. Ma non c’è nulla. Solo uno spazio vuoto nella mia mente. È come se mi avessero cancellata e sostituita con qualcun altro.
Entro in cucina e vedo una tazza di caffè che mi aspetta sul tavolo. È ancora caldo, quindi qualcuno deve averlo preparato di recente. Bevo un sorso, il liquido caldo mi calma i nervi. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, come se potessi affrontare qualsiasi cosa stia accadendo.
Mentre finisco il caffè, inizio a ricordare piccoli dettagli. Un lampo di memoria qua e là. Il volto di un uomo, la risata di un bambino, una panchina del parco. Ma sono fugaci, è come cercare di catturare una farfalla a mani nude.
Decido di uscire per prendere un po’ d’aria fresca. Forse respirare un po’ nel mondo esterno mi aiuterà a ricordare meglio. Salgo sul portico e osservo il panorama. Il sole splende e i fiori del giardino sono in piena fioritura. Tutto sembra così familiare, come se fossi già stata qui.
Comincio a camminare per la strada, osservando ciò che mi circonda. Passo accanto ad alcune persone, alcune delle quali mi fanno un cenno di riconoscimento. Li conosco? Non posso esserne certa. Ricambio il sorriso, cercando di far finta di niente. Ma dentro di me sto urlando. Chi sono io?
Continuo a camminare fino a raggiungere un parco. Mi siedo su una panchina e mi prendo un momento per riposare ed elaborare tutto quello che sta accadendo. I ricordi sono ancora lì, ma sono confusi e disordinati. È come cercare di ricomporre un puzzle, ma con pezzi mancanti.
Mentre mi siedo, si avvicina una ragazzina. Ha in mano un palloncino e un grande sorriso sul viso. Ha un’aria familiare, ma non riesco a riconoscerla. Mi porge il palloncino e mi dice: “Buon compleanno, nonna!”.
Nonna? È questa la mia identità? Guardo la ragazza, cercando di riconoscermi nei suoi lineamenti. Ma non riesco a ricordare nulla. Sorrido e la ringrazio, cercando di nascondere lo stato di confusione in cui mi trovo. Lei corre a giocare con i suoi amici e io rimango sola con i miei pensieri.
Guardo i bambini che si divertono, le loro risate che riempiono l’aria. Comincio a sentire un senso di nostalgia, come se mi mancasse qualcosa di importante. Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi sui ricordi. All’improvviso mi ritrovo in un altro tempo e in un altro luogo.
Sono in una stanza d’ospedale e tengo in braccio una neonata. È mia nipote, la bambina che mi ha appena regalato un palloncino. Provo un’ondata di amore e di protezione nei suoi confronti. E poi il ricordo svanisce, lasciandomi di nuovo sulla panchina del parco.
Faccio un respiro profondo, cercando di elaborare quello che è appena accaduto. Sto rivivendo i ricordi di qualcun altro? O sono i miei? Non ne sono sicura. Ma una cosa è certa: questo corpo in cui mi trovo non mi appartiene.
Passo il resto della giornata a vagare, cercando di ricordare qualcosa di più sulla vita di questa donna. Visito luoghi familiari, come il negozio di alimentari e la biblioteca. Vado anche sul suo posto di lavoro, una piccola panetteria, e fingo di sapere cosa sto facendo. Ma i ricordi sono ancora sparsi e poco chiari.
Quando la giornata volge al termine, torno a casa. Il sole sta tramontando e il cielo è dipinto con sfumature di rosa e arancione. Mi siedo sul dondolo del portico e guardo il mondo che vive intorno a me. Sento le lacrime pizzicarmi gli occhi, un senso di perdita e di confusione mi invade.
E poi, improvvisamente, vengo trasportata di nuovo. Questa volta sono in un altro corpo. Un giovane uomo con i capelli scompigliati e un luccichio malizioso negli occhi. Sono in un bar, circondato da amici. Stiamo ridendo e bevendo, divertendoci come matti.
Ma con la stessa rapidità con cui è iniziato, il ricordo finisce. Sono di nuovo sull’altalena del portico, con il cuore che batte forte. Cosa mi sta succedendo? Sto impazzendo?
Vado a letto con un milione di domande che mi affollano la mente. Chi sono? Perché continuo a svegliarmi in corpi diversi? E soprattutto, come faccio a smettere? Perché quei ricordi improvvisi che scompaiono in pochi istanti?
La mattina dopo mi sveglio in un altro corpo. E il ciclo si ripete, giorno dopo giorno. Ogni mattina mi sveglio come una persona diversa, con una vita diversa. Ogni volta cerco di mettere insieme i ricordi, di dare un senso a questo sogno infinito. A quello che sembra un viaggio infinito.
Ma quando i giorni diventano settimane e mesi, inizio a capire che questo non è un sogno. È la mia realtà. Sono un viaggiatore, un vagabondo in questo mondo. E ogni nuovo corpo mi porta a scoprire una parte sconosciuta di me.
Comincio ad accogliere questo dono, che sembrava una maledizione. Comincio a imparare da ogni vita, portandone con me pezzi e frammenti mentre passo alla successiva. E in questo ciclo in continua evoluzione, trovo un senso di scopo e di appartenenza.
Forse non saprò mai chi sono veramente, ma sono arrivata ad accettare che la mia identità non è definita da un solo corpo, da una sola vita. Sono un insieme di ricordi ed esperienze, un viaggio infinito alla scoperta di me stessa.
E quando chiudo gli occhi ogni notte, so che quando mi sveglierò sarò una persona nuova. E questa, per me, è la forma più vera di libertà e di sogno eterno.
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Mi sono immedesimata nella protagonista del racconto: tutte quelle volte in cui ci sentiamo persi e spaesati; tutte le volte in cui falliamo e dobbiamo ricominciare da capo; ogni volta che vorremmo essere altrove oppure qualcun altro perché essere ‘semplicemente’ noi stessi ci delude. Un racconto molto bello, scritto quasi in chiave poetica, con un risvolto sociale molto importante. Mi sono domandata dove andremo se ci perdiamo, se perdiamo noi stessi. E non è più solamente una questione d’età perché l’inadeguatezza è oramai una condizione diffusa. Ecco, l’essere ‘fuori luogo’. Molto bravo
Un racconto molto interessante, focalizzato sulle sensazioni.
Le ultime due righe mi hanno colpito, perché, credo, rappresentino il fulcro di tutta la vicenda.
E’ così. Il desiderio e la speranza di rinnovamento sono alla base di questo racconto.
Mi sono chiesta tante volte come possa sentirsi una persona che, invecchiando, va incontro a qualche forma di demenza che comporti una grave perdita di memoria, di identità e di orientamento spazio-temporale. Leggendo questo tuo racconto, ben scritto e coinvolgente, ho avuto la sensazione, fino all’ incontro e al ricordo della nipotina, che avessi dato un’idea plausibile, con molta sensibilità e un tocco di malinconia, di una situazione di questo tipo. Poi, però mi sono persa e non sono sicura di aver capito.
La tua chiave di lettura è sicuramente coerente. Ma, in realtà, lo “svegliarsi in corpi diversi” equivale ad andare a dormire sereno e svegliarti angosciato, ricominciando tutto da capo. Passare una mattinata desideroso (o desiderosa) di fare e ritrovarsi, nel pomeriggio, a domandarti perché lo stai facendo. In un “loop” che sembra non avere fine. Una trappola. E l’unico modo per uscirne è pensare che tutte le fasi di cambiamento improvvise (e che ci destabilizzano ripetutamente) possano rappresentare un rinnovamento. La malinconia è sicuramente protagonista. Ti ringrazio del contributo.
Una storia originale e affascinante, sei riuscito a trasmettere molto bene le sensazioni della protagonista. Bravo!
Ti ringrazio. In effetti è un racconto basato sulle sensazioni. Se le hai colte vuol dire che, in qualche modo, il messaggio è arrivato a destinazione.