Un messaggio in una bottiglia

Serie: I racconti della Rue Morgue


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Per maggiori dettagli, vedere la sezione «profilo». Autore: @gabriel-e_02

Sono ben consapevole che nessun altro sguardo si poserà mai su questo pezzo di carta. In una tempesta del genere, la bottiglia in cui lo infilerò andrà facilmente distrutta o smarrita per sempre, così come le parole che conterrà. Ma questo non è per me motivo di sconforto, poiché ora realizzo che, forse, nelle azioni degli uomini non vi è alcuna reale distinzione fra mezzo e fine.

La nostra era una piccola ma fiera imbarcazione, una Caravella mercantile, salpata dalle coste del Portogallo – il mio paese – ormai troppo tempo fa. Il suo destino fu già segnato dopo pochi giorni, quando davanti alla sua vista comparve, denso e massiccio, un ammasso di nubi gravide d’ira. A non più di qualche miglio di distanza, si trovava nel bel mezzo del tragitto che il veliero era incaricato di percorrere e per tal motivo – ma soprattutto per negligenza del capitano, il quale scelse di non deviare la rotta in favore di un risparmio di tempo – ci andammo incontro, senza la prudenza che situazioni simili richiedono. La spavalderia fu troppa, lo ricordo ancora oggi, e così avvenne che la nave non arrivò mai a destinazione. In difesa, seppur di certo non sufficiente, della stoltezza dimostrata, posso dire che l’intensità del disastro che ci travolse non era nemmeno lontanamente prevedibile. Il cielo, come a volerci punire, agitò l’oceano tre volte tanto quando ormai sarebbe stato troppo tardi anche per virare.

Più di metà degli uomini venne inghiottita dalle onde, e i rimanenti avrebbero fatto la stessa fine se non fosse stato per la clemenza del vento, che dopo interminabili ore di lotta vana e disperata si placò gradualmente. Ma il nostro mercantile era ridotto allo sfacelo: aveva trattenuto con sé troppa acqua durante la tempesta, cosicché tutti noi superstiti tememmo quella che sembrava una sorte imminente.

Tuttavia per un crudele scherzo del fato non affondammo. E dico crudele perché ciò ci costrinse a patire la fame e la sete per molti giorni a venire – molti di più rispetto a quelli previsti in origine dalla nostra tratta. Restammo così alla deriva come anime dannate e imprigionate su un’imbarcazione semidistrutta, incapace di puntare la prua verso una qualsiasi direzione che non fosse quella imposta dal libero arbitrio del vento, nostro padrone.

Non saprei dire con esattezza quanto a lungo subimmo questa situazione, ma un cambiamento sopraggiunse in una notte in cui tutto ci sembrava perduto. Tale cambiamento venne annunciato dapprima da un bagliore rosso visibile in lontananza dal lato di tribordo, poi, con il suo graduale avvicinarsi, dalla forma di un enorme nave come non ne avevamo mai viste. Tutti noi ci affacciammo alla fiancata in contemplazione di quella che già immaginavamo essere la nostra salvezza, notando una fila di cannoni illuminata da delle lanterne oscillanti che si spostavano qua e là lungo i bordi. Ricordo che per un tratto ebbi paura – e forse anche gli altri – perché per quanto miserabili fossimo, sapevamo che nulla poteva offrire la garanzia di un aiuto da parte della ciurma che avremmo incontrato.

Ma gli uomini, seppur di aspetto estremamente vecchio e misterioso, ci soccorsero e ci accolsero sul loro colossale bastimento. Gettammo un ultimo sguardo al nostro buio veliero ormai condannato, reso ora di dimensioni ridicole dalle proporzioni; poi la nave virò e cominciò la sua corsa in una direzione che non conoscevamo.

Da quella notte in poi, non vedemmo mai più sorgere il sole. Posso immaginare quanto un’asserzione del genere possa suonare assurda per qualcuno ancora abituato a vivere nel mondo normale, ma per i miei criteri che hanno da tempo smarrito il concetto di normalità non è difficile constatare i fatti senza nutrire dubbi a riguardo.

I nostri salvatori erano muti come mummie, e solo di rado li sentivamo conversare in una lingua a noi sconosciuta. Ad ogni modo a bordo ci rendevamo utili come meglio potevamo, perché se dapprima avevamo temuto quegli uomini tanto silenziosi e attempati, ora che ci eravamo rifocillati il nostro umore andava via via migliorando. L’accettazione della notte perenne avvenne in maniera graduale, credo. Qualcuno ipotizzava che ci trovassimo in una strana area del globo terrestre, molto a nord o a sud, nella quale il sole restava intrappolato sotto l’orizzonte.

Le cose realmente inspiegabili erano però altre. Quelli che in origine erano solo sospetti, ipotesi di allucinazioni uditive, divennero presto certezze condivise da noi tutti. Là fuori, nell’oscurità dove dimorava il potente soffiare del vento e il fragore incessante delle maree, risuonavano anche dei versi riconducibili ad esseri organici. Non mi riferisco all’ipnotico canto delle balene che talvolta i marinai odono riecheggiare dalle profondità, bensì a dei suoni di creature di natura tanto ignota quanto spaventosa, la cui percezione faceva accapponare la pelle come effetto inevitabile. Anche l’altro equipaggio sembrava esserne consapevole, ma non potevamo domandare nulla in proposito né loro potevano fornirci spiegazioni – sebbene ritengo che non ne avrebbero avute comunque.

A tratti davano l’impressione di essere terrorizzati da quei rumori più di noi, ed infatti ogni volta che qualcuno di loro li rilevava tutte le vele venivano immediatamente spiegate e la nave prendeva subito gran velocità. Solo dopo capimmo che la loro non era una fuga alla cieca, ma una fuga verso destinazioni precise: verso delle isole. La modalità che impiegavano per orientarsi in mezzo all’oscurità era per noi un mistero – un mistero che ad ora non mi appare più tanto come tale, però.

Se ciò che stavano cercando fosse un rifugio qualsiasi od una terra in particolare non ci era dato saperlo. So soltanto che molti furono gli approdi tentati sulle isole che popolavano quelle acque, e altrettante furono le fughe da esse. I rumori provenienti dal buio lontano e misterioso, i quali ci comunicavano che non eravamo mai realmente soli, sembravano farsi via via più distinti ad ogni tentativo di ormeggio, come se si stessero avvicinando a noi. Tremendi boati sottomarini e ruggiti vigorosi venivano trasportati dal vento fino alle nostre orecchie, le sole che potevano segnalarci il pericolo – perché di pericolo si trattava: quel genere di pericolo suggerito dalla parte più istintiva e animalesca che ancora resta all’uomo, la quale lo mette in guardia contro creature rispetto cui non può che considerarsi unicamente come preda. Davano l’impressione di giungere da tutte le parti, e in nessun luogo ci sentivamo al sicuro. Giurerei che, a giudicare dall’espressione che qualche volta ho potuto osservare, il capitano era più spaventato di tutti noi.

In questo stesso momento sto scrivendo alla luce oscillante di una lanterna nella mia cabina, mentre la nave corre a vele spiegate sospinta dalla furia dell’aria. Da molto tempo abbiamo smesso di cercare le isole, perché nessuna di queste può tenerci in salvo da quelle cose. I loro versi si sono fatti indistinguibili in mezzo al rombare dell’immenso scafo su e giù per le onde, ma popolano ancora i sogni di molti qui a bordo. Urla di terrore talvolta si sollevano dalle cabine, e subito dopo chi è nei paraggi si sente raccontare di incubi in cui il vasto e buio oceano inghiotte il sognatore e lo trascina giù verso i fondali.

Come vorrei che per noi la fine fosse giunta quel giorno, insieme alla distruzione del nostro veliero! Il freddo non fa che aumentare, e questa notte eterna è diventata insopportabile: fa sembrare l’intera realtà come una stupida illusione, come se non fosse trascorso nemmeno un secondo dall’ultimo tramonto anche se sono passati decenni! Quando incrocio uno dei miei vecchi compagni me ne accorgo: tremano e arrancano a ogni passo, le loro voci sono flebili, i capelli e gli occhi mostrano un colore grigio spento, e la loro pelle in viso è pallida e raggrinzita. Il riflesso sull’oblò che ho a fianco mi rivela le medesime caratteristiche.

Perché siamo stati su questa nave così a lungo? Perché non siamo mai stati riportati a casa? Ho l’impressione di essere l’unico qui a farmi certe domande, però ritengo che sia il capitano a volere tutto questo. Lui sembra il più vecchio di tutti, con quella sua aura capace di incutere timore e rispetto allo stesso tempo. Una volta l’ho visto di sfuggita studiare un foglio che aveva l’aspetto di una carta nautica, ma non ho riconosciuto la forma di nessuno dei continenti…

Forse sono pazzo e niente di ciò che vedo e ho visto è reale, ma che importanza ha ora? Non vi è una vera distinzione fra mezzo e fine. Stiamo scivolando a velocità inaudite nel mezzo di un uragano senza eguali, diretti chissà dove. Ci stiamo alzando! Siamo sul dorso di un’onda gigantesca – buon Dio, c’è una barca sotto di noi!

Serie: I racconti della Rue Morgue


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Horror

Discussioni

  1. con l’occasione ho riletto il racconto di Poe e devo dire che la mimesi stilistica è molto buona. Ha le stesse movenze di quella prosa che appartiene al passato e testimonia non solo il desiderio di imitarla, ma l’amore e la cura con cui ti ci dedichi.

  2. Ho sentito sin da subito il riferimento al racconto “Lettera trovata in una bottiglia” di Edgar Allan Poe, e lo apprezzo, specialmente perché il topos del viaggio sventurato è uno di quelli con cui ci si deve confrontare, prima o poi, e vedo che nel tuo testo hai intessuto sia le rime del vecchio marinaio che il testo poc’anzi nominato.

    1. Ciao Carlo, grazie per aver letto 🙂
      Mi fa piacere che tu abbia colto il riferimento: il racconto vuole essere un “background” di quanto avviene nella storia di Poe, concludendosi laddove ha inizio la seconda metà di quest’ultimo, quando l’immensa nave fantasma appare in cima all’onda.
      Un saluto e a presto!

  3. Ciao Gabriele, mentre ti leggevo pensavo a Coleridge e alla Rime of the ancient mariner. Sei riuscito a donarmi quell’atmosfera che amo tanto. Stretta nella morsa dell’angoscia e della sensazione che da quella imbarcazione non si possa scendere più. Complimenti

  4. Racconto molto avvincente.
    All’inizio pensavo che la nave, venuta in soccorso, fosse qualcosa di simile all’Olandese Volante, ma mi sbagliavo. 😁
    L’atmosfera sinistra e cupa si mantiene bene fino alla fine.
    Ben fatto!

    1. Grazie Giuseppe! Sì anch’io non ho potuto fare a meno di pensarci mentre lo scrivevo, ma non sono abbastanza informato a riguardo, purtroppo. Magari un giorno approfondisco, che i racconti di mare mi stanno prendendo ultimamente.. 🙂