Un nastro (tanto osservato riannoda nell’anima qualche utile intreccio)
Sulla scala del vecchio d’uomo, quando ancora la luce pazienta appena, Ipazia e il Grillo conversano com’è loro abitudine.
“È un piacere parlare con lei, signor Grillo.” dice Ipazia con un sorriso sincero. Il Grillo, dal canto suo, non nasconde la propria soddisfazione: “Sono io a essere sorpreso da quello che mi dice ogni volta, signorina Ipazia.”
La giovane gli domanda se non sia la Natura, in effetti, a essere sorprendente. Il Grillo indica l’oggetto che lei fa oscillare, e aggiunge: “Quello che ha in mano è sorprendente?”
Ipazia lascia svolazzare il nastro verso il basso, osservandolo con una cura quasi ipnotica. “Sempre imprevedibili gli incontri con Lei.” mormora il Grillo, ammirando quel lembo di stoffa così strano a vedersi. Ipazia lo invita a osservare meglio, mentre lo fa scorrere tra le mani.
“Guardi, glielo faccio vedere e rivedere con il dito.” sussurra lei. E il Grillo, seguendo il movimento, sente che gli occhi lo ingannano: il polpastrello parte da un punto e arriva, dopo un solo giro, nello stesso punto ma sul lato opposto. Pare un ciclo infinito, disposto su un bordo inesistente.
“È davvero un nastro speciale!” esclama il Grillo. “Di Moebius. Ma prima era conosciuto con altri nomi.” continua Ipazia, “Il nastro è stato tagliato in un punto qualsiasi, poi un lembo è stato girato di 180°, e infine ricucito. Vede? Provi e riprovi!”
Il Grillo ammette i limiti del proprio sapere, ma capisce che è un anello ricorsivo. “Provi a immaginarlo senza toccarlo.” suggerisce lei. Lui fatica a visualizzare senza vedere, mentre Ipazia lo sprona a impegnarsi in ciò che può, oltre ciò che deve. Intanto apre ritualmente il nastro con la mano sinistra, e ne sfiora il lato con l’indice della destra.
Solennemente gli dice che, partendo da un lato, se prosegue per tutto il nastro e lo fa scorrere tra le dita senza annodarlo (“Speriamo che guarderà le mani e lascerà perdere le parole!” pensa tra sé), si ritroverebbe sul lato opposto, dopo un solo giro. E senza nessun salto! Un altro giro ancora e si torna al punto di partenza. Infine Ipazia pronuncia la formula magica del ritorno: “Roteando in tondo origina rivoli necessari ai nodi relativi, oppure termina i risvolti.”
Intanto chiude ritualmente il nastro con la mano destra, e ne sfiora il lato con l’indice della sinistra. Lui fatica a visualizzare senza vedere, mentre Ipazia lo sprona a impegnarsi in ciò che vuole, oltre ciò che deve. Il Grillo ammette i limiti del proprio sapere, ma capisce che è un anello ricorsivo. “Provi a immaginarlo senza toccarlo.” suggerisce lei.
“È davvero un nastro speciale!” esclama il Grillo. “Di Aion. Ma dopo sarà conosciuto con altri nomi.” continua Ipazia, “Un lembo è stato ricucito, ma prima è stato girato di 180°, dopo aver tagliato il nastro in un punto qualsiasi. Vede? Provi e riprovi!”
E il Grillo, seguendo il movimento, sente che gli occhi lo ingannano: il polpastrello parte da un punto e arriva, dopo un solo giro, nello stesso punto ma sul lato opposto. Pare un ciclo infinito, disposto su un bordo inesistente.
“Guardi, glielo faccio vedere e rivedere con il dito.” sussurra Ipazia che lo invita a osservare meglio, mentre lo fa scorrere tra le mani.
“Sempre imprevedibili gli incontri con Lei.” mormora il Grillo, ammirando quel lembo di stoffa così strano a vedersi.
Ipazia lascia svolazzare il nastro verso l’alto, osservandolo con una cura quasi ipnotica. Il Grillo indica l’oggetto che lei fa oscillare, e aggiunge: “Quello che ha in mano è sorprendete!”
La giovane gli domanda se non sia la Natura, in effetti, a essere sorprendente. Il Grillo, dal canto suo, non nasconde la propria soddisfazione: “Sono io a essere sorpreso da quello che mi dice ogni volta, signorina Ipazia.”
“È un piacere parlare con lei, signor Grillo.” dice Ipazia con un sorriso sincero.
Quando ancora l’oscurità della notte pazienta appena, Ipazia e il Grillo conversano, com’è loro abitudine, sulla scala del vecchio duomo.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ha un sapore alla Carroll, col testo che riproduce nella sua ciclicità, appunto, ricorsiva, il fenomeno fisico del nastro che continuamente ritorna su se stesso.
Non credo che tu volessi scrivere un racconto, ma sperimentare un’idea. Interessante, però.
Hai preso in pieno l’ispirazione. In origine il brano era in forma di dialogo sul modello di “Quello che la tartaruga disse ad Achille”, ma per postarlo qui l’ho dovuto cambiare in forma più discorsiva. L’esperimento era di riprodurre attraverso le parole il paradosso del nastro di Moebius ( o Aion).
Concordo sul fatto che funzioni più come esperienza che come racconto. La circolarità è coerente e affascinante, ma in alcuni passaggi si ripiega su sé stessa e attenua la tensione narrativa. Con qualche sottrazione avrebbe inciso di più, mantenendo intatta l’idea. Resta però una scrittura consapevole, che non chiede di essere spiegata, ma attraversata. Complimenti.
Grazie per averlo vissuto come se lo attraversassi. Mi piace l’idea, anche perché il nastro di Moebius rende paradossale proprio l’attraversamento, nel senso che, completato il giro, si attraversa il punto di partenza sul lato opposto. Come i paradossi che sono “a fianco” dell’opinione comune.
Un testo colto, raffinato e suggestivo, che però, a mio avviso, confonde la circolarità con la ripetizione e sacrifica il lettore sull’altare del concetto.
La lingua è elegante e consapevole, e la struttura circolare è coerente con l’idea portante; tuttavia la reiterazione di interi blocchi, più che generare senso, indebolisce l’efficacia narrativa complessiva. Basterebbe una maggiore economia formale per trasformarlo in un esercizio di grande forza e precisione letteraria.
La tua, resta comunque una voce colta e personale, capace di maneggiare idee complesse con autentica sensibilità.
Grazie per il punto di vista. Originariamente il racconto era in forma di dialogo, e nel riscriverlo si è perso l’ordine geometrico che avrei voluto rappresentare. L’idea è di creare un isomorfismo tra il nastro di Moebius e un racconto che parla del nastro di Moebius. Le battute erano volutamente identiche (tranne tre lievi variazioni), affinchè si potesse leggere dall’inizio o dalla fine per arrivare al centro dove c’è un acrostico che rappresenta il risvolto (invisibile) del nastro.