Un nuovo inizio

Serie: Ritrovarsi


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Dopo il mio ritorno da Pisa mi sentii scorrere dentro una energia inesauribile che spazzò via come l’onda d’urto di un’esplosione tutta la mia tendenza a rallentare. Cominciai a lavorare sulla tesi con una foga che non avrei creduto possibile: affrontai senza esitazioni risultati difficili da ottenere, notti da passare in laboratorio, fine settimana passati a scrivere e così mi laureai nella sessione estiva pochi mesi dopo.

Nelle settimane successiva non mi sembrava di poter andare avanti con tentativi vaghi o esperimenti dubbi perché sentivo di aver perso tutto il tempo che potevo permettermi di perdere e non mi sembrava di poter di sperimentare strade con esito incerto. Cominciai a inviare candidature alle maggiori aziende con una voglia furibonda di abbattere ogni ostacolo trovassi davanti, senza badare alla distanza o se erano fuori dalla mia regione. Non sentivo più la paura di allontanarmi dai territori conosciuti e famigliari, la rottura con Simona e tutti gli incontri che avevo vissuto a Pisa l’avevano fatta dissolvere come un liquido denso scomparirebbe velocemente in mare aperto. Sentivo la voglia di gettarmi nel mondo, entrare nella mischia, prendere un ruolo solido e definito e non mi importava dove avrei potuto farlo.

Cominciai una serie interminabile di colloqui e iniziai a stupirmi delle situazioni che vivevo, così diverse dall’atmosfera degli esami all’Università. Invece di rispondere a domande tecniche su ciò che avevo imparato, dovevo affrontare strane domande ambigue e raccontare del mio percorso, parlare delle mie aspirazioni o raccontare di situazioni che avevo vissuto. Non capivo cosa potesse emergere da questi incontro, ma come negli esami, mi affidai alla mia capacità di parlare senza silenzi imbarazzanti e mi adattai presto a questa situazione.

Dopo un paio di mesi venni assunto da una media azienda che produceva articoli in plastica e entrai nel reparto progettazione stampi. Ero elettrizzato e pieno di entusiasmo perché mi sembrava finalmente di assumere un ruolo attivo nel mondo, pensavo che finalmente avrei cominciato ad applicare le materie che avevo studiato tanto per anni. Ma mi resi conto molto presto di trovarmi in un mondo completamente diverso da quello che mi ero immaginato, di essere in un ambiente in cui la maggior parte delle volte si dovevano affrontare problemi banali o svolgere attività ripetitive. Per di più negli unici spazi in cui si sarebbero potute fare analisi più raffinate e cercare soluzioni più efficaci mi scontrai con tanti atteggiamenti negativi che impedivano di farlo. Vedevo responsabili che cercavano creare uno stato di perenne frenesia e che spingevano tutti a saltare nervosamente da un’attività all’altra senza riuscire a concluderne nessuna, ma solo così erano convinti di far lavorare al massimo i loro dipendenti. Vedevo dipendenti che ostentavano un approccio assolutamente generalista su ogni argomento e sembrava si compiacessero di non andare a fondo nelle cose. Vedevo un ambiente in cui ogni tipo di approfondimento, ogni forma di studio, ogni tentativo di riflessione era considerato un modo per perdere tempo.

Ero profondamente stupito da questa mentalità perché sapevo che in tanti altri campi, all’Università, nella Sanità, nelle professioni tecniche, in quelle giuridiche, nell’insegnamento, approfondire argomenti per la propria attività, immergersi nei dati, cercare riferimenti, studiare la letteratura di settore era incoraggiato ed era indispensabile per svolgere il proprio lavoro. In azienda invece quelli stessi comportamenti erano scoraggiati per il timore di mancare qualche scadenza, creata da stati di falsa urgenza che si propagavano come onde e che costringevano a svolgere tutte le attività in fretta e con la massima superficialità possibile.

Più comprendevo queste dinamiche, più il mio fastidio e la mia frustrazione aumentavano. Mi sembrava che fosse una contrapposizione intollerabile con tutto quello che avevo vissuto all’Università dove avevamo studiato una enorme quantità di equazioni differenziali, teoremi, metodi di calcolo che avrebbe dovuto prepararci per quando avremmo cominciato a lavorare e invece ora non ritrovavo nulla di tutto questo.

Di tutta questa frustrazione ne parlavo spesso con Carlo, con cui dopo aver riallacciato i fili della nostra amicizia ci sentivamo regolarmente per telefono. Lui mi ascoltava divertito, ma non capiva del tutto quella mia delusione e cercava di trovare gli aspetti positivi. Ma io non riuscivo a sentirmi soddisfatto e speravo che quella fosse una particolarità dell’azienda in cui lavoravo, che magari era piccola e per questo abituata a questioni più semplici. E così continuai a cercare altre posizioni e dopo un paio d’anni trovai un’opportunità in una grande azienda che produceva elettrodomestici, e ne approfittai pensando che vista la maggiore complessità dei prodotti la mia voglia di approfondire concetti più complicati avrebbe trovato maggiore spazio. La situazione era leggermente migliore, ma neanche lì mi sembrava di sfruttare tutta la preparazione per cui avevamo tanto faticato all’Università.

I colleghi con cui legai di più furono Stefano Quattrini un ragazzo alto, coi capelli rossi, e dai modi gioviali, che aveva fatto anche lui ingegneria meccanica, ma finendo un po’ dopo di me e che in azienda si occupava di tempi e metodi, e Alessandro Volpi, un tipo smilzo, con i capelli lisci e neri, il viso allungato e con modi riflessivi che aveva fatto ingegneria elettronica e si occupava di logiche di controllo. Con loro cominciammo a vederci la sera nei fine settimana per bere qualcosa o andare in qualche locale con musica.

In quel periodo i vecchi amici erano quasi tutti fidanzati e qualcuno si era anche sposato, mentre io dopo la rottura con Simona non avevo ancora iniziato una relazione stabile ed ero quindi propenso a nuove amicizie al contrario di quella che era stata la mia indole per tanti anni.

Dopo qualche mese che avevo iniziato, l’azienda decise di organizzare una sorta di corso di formazione interna per agevolare il nostro inserimento. Il corso, oltre alle lezioni in aula, prevedeva anche trasferte per visitare i più importanti fornitori e ci trovammo così a fare spesso viaggi tutti insieme su un pullmino che assomigliavano più a gite scolastiche che a trasferte di lavoro. Nel tragitto cantavamo accompagnati dalla chitarra di qualcuno del gruppo, oppure cominciavamo racconti comici e battute che poi continuavano interminabili.

In una di queste trasferte presso un importante fornitore di componenti meccanici, dopo alcune presentazioni tecniche e dopo la visita dei reparti produttivi, ci portarono a pranzo in un ristorante nelle campagne vicino allo stabilimento. Il dirigente dell’azienda che ci ospitava, con un tono pieno di efficienza aziendalista ci aveva premesso che il pranzo sarebbe stato frugale e veloce per permetterci di continuare poi le attività nel pomeriggio.

Quando però i camerieri cominciarono a portare i piatti che avevamo ordinato, uno si presentò con un enorme stinco di maiale e cominciò a chiedere ad alta voce chi lo avesse ordinato. Tutta la tavolata si ammutolì sbalordita dalla sfrontatezza finché uno dei nostri, Andrea Nannini, un ragazzo alto e magro, non alzò timidamente la mano dicendo “è per me”.

Il dirigente guardò allibito la scena, pensando probabilmente a come la sua idea del “pranzo veloce” fosse naufragata, mentre tutti noi cominciammo a ridere e a inveire contro il povero Andrea per la sua sfacciataggine.

Nei mesi dopo cominciarono continui invii di mail piene presentazioni umoristiche, false catene, barzellette e tutto ciò rese ben presto l’atmosfera dell’ufficio sempre meno formale.

Un giorno io trovai il modo per cambiare il nome del mittente della mail e risposi con il nome dell’amministratore delegato a una mail di uno dei giovani colleghi, in cui aveva inviato un allegato con foto di ragazze sexy. La mail l’amministratore delegato era un crescendo di rimproveri e di minacce di licenziamento per il povero ragazzo che l’aveva inviata tanto che il povero malcapitato si rifugiò disperato in bagno in uno stato di estrema ansia. Tutti noi lo raggiungemmo fingendo stupore e preoccupazione e passammo almeno dieci minuti a compatirlo per le terribili conseguenze di quel tragico errore in modo da farlo sentire sempre più preoccupato fino a che impietositi non gli rivelammo il crudele scherzo.

Serie: Ritrovarsi


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

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  2. Grazie Carlo, questa è un’osservazione interessante: tu intendi i due episodi dopo l’incontro con Laura?
    In parte l’accelerazione è voluta, quando c’è il racconto veloce della laurea, dei colloqui e dell’inizio del lavoro, perché voleva dare l’idea dello sbloccarsi di Federico. Dall’altra è vero che stavo proprio pensando in questi giorni che si potrebbero aggiungere degli episodi nell’ambiente lavorativo: lì effettivamente mi sembra che ci sia lo spazio per farlo.
    Non saprei invece come inserire altri episodi fra l’incontro con Laura e la presa di consapevolezza di Federico durante il viaggio di ritorno, perché la seconda è una diretta conseguenza della prima e mi sembra che mettere altri episodi in mezzo tolga questo collegamento.

  3. Ecco, negli ultimi due episodi mi è sembrato un po’ troppo veloce lo scorrere del tempo. Capisco che il tema principale della serie è l’amicizia tra Carlo e Federico, però qualche descrizione fisica, non so, una breve gita a Firenze per coronare la nuova “primavera” di Federico e qualche episodio del nuovo lavoro di Federico se non anche direttamente la laurea, con Carlo ad assistere

    1. Questo è davvero un bel complimento, ti ringrazio davvero e spero che il racconto continui ad interessarti. Poi ricorda che dovrai leggere la prima parte, che è molto più lunga di questa 😉

  4. Tutto molto vero. Aggiungi che alcuni “responsabili” creano questi stati di continua emergenza e costringono tutti a lavorare con frenesia e superficialità soprattutto per nascondere la propria personale inadeguatezza a ruoli di responsabilità.
    La descrizione, puntuale come una relazione tecnica e profonda come un romanzo intimista, prosegue fluente ed intrigante. Anche io sono curioso…

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