UN POSTO CHIAMATO CASA

«Folco…»

«Eh.»

«Ma tu…»

«…»

«Non hai moglie.»

«No.»

«…»

«…»

«È perché sono tutte troie?»

 

Strabuzzava gli occhi, mi tappava la bocca – shhh! – ma si vedeva lontano un miglio che gli scappava da ridere.

«Non si dicono queste cose!»

«Ma tu l’hai detto, lo dici sempre!»

«E tu che sei, un pappagallo, che ripeti tutto quello dico io?»

Si rimetteva composto, indicava la macchia scura che dal fondo del viale avanzava verso la nostra panchina. Qualcosa di simile a un’illusione ottica, uno sciame silenzioso. 

«Zitto un po’, che passa un funerale.»

Si levava il berretto e chinava il capo in un gesto solenne. Io, ancora acerbo e poco avvezzo riguardo certi argomenti, avrei voluto vedere, spiare com’è che funziona il dolore ma di fronte alla morte, come per le donne, Folco non sentiva ragioni. Con il palmo mi abbassava delicatamente la nuca costringendomi a imitare il suo gesto.

«Folco, ma perc…»

«Shhh. Non guardare.»

E guai a contraddirlo, provare a rialzarsi prima del tempo o perlomeno azzardarsi a sbriciare – premeva di nuovo, shhh, – un poco più forte stavolta, e stizzito mi ricacciava giù.

Avessi avuto l’età per capire non soltanto che la morte esiste davvero, ma che è pure cosa sacra, lo ammetto: il capo dal mio petto, già da allora, non l’avrei rialzato più. O forse è soltanto che pur non sapendone nulla, della morte già annusavo il lato assurdo e lo capivo, capivo eccome, e allora, in che altro modo avrei potuto difendermi se non contando i sassolini a terra invece che pregare, spiaccicare formiche senza gesto della croce, divincolarmi perché piegato sopra la pancia a quel modo mi mancava il fiato e mi scappava pure un poco da pisciare?

«Adesso posso?»

«Adesso sì.»

Il corteo funebre scompariva oltre il cancello del camposanto, provavo ad allungare il collo ma nulla, nemmeno l’ultima sagoma si intuiva più. Ricominciavo a giocare, e lui a fumare.

 

Passavamo così pomeriggi interi. 

 

A quei tempi cambiavamo casa e città due, tre volte l’anno ed io ero spesso solo. Papà lavorava tutto il giorno e una madre, per come me l’avevano raccontata, non ce l’avevo. Non mi era dato sapere chi, ne dove fosse, figurarsi il perché non fosse con noi. Non mi era concesso neppure chiederlo. Mio padre si faceva vago, scuro in volto. 

«Non adesso» sospirava. «Lascia stare.»

Così, a furia di lasciar stare, avevo finito con l’immaginarmi sbucato dal nulla, direttamente da sotto il cavolo o dal tombino fumante di qualche vicolo scuro, come nei corti della Disney o dalla penna di Dickens.

Folco, in città, era il mio unico amico. Viveva al piano di sotto, solo, senza nessuno. Due giorni dopo esserci trasferiti papà gli aveva chiesto dove fosse meglio parcheggiare – sotto gli alberi o accanto alla pensilina? – perché avevamo l’auto nuova, ma non il box, e proprio non gli andava, appena arrivato, di farsela rovinare. Folco aveva sorriso. «Io non ho l’auto, ma ho il box. Potete usare il mio.» Era iniziata così. 

 

Ogni giorno, dopo scuola, lo trovavo sulla solita panchina. Il viale verso il cimitero era il suo posto preferito – fa fresco, c’è silenzio, e poi mi abituo, ma ti abitui a che? Lascia stare.

Mi accoccolavo ai suoi piedi, giocavo con i fili d’erba, i sassolini, a volte mi portavo qualche hotwheels o l’ultima copia di Topolino. Folco mi chiedeva com’era andata la scuola, se stavo apposto con i compagni, con le maestre e con compiti, non fare che li salti, eh, che tuo padre chi lo sente, poi si accendeva una sigaretta.

«Vuoi?»

«Sono troppo piccolo.»

«Ah, già. Me l’ero scordato.»

Quando passava qualcuno – e qualcuno passava sempre – salutava levandosi il berretto. Erano perlopiù anziane vedove, Folco le conosceva tutte e le chiamava per nome ed io, col tempo, mi ero inventato una specie di gioco: quando scorgevo una sagoma in fondo al viale tiravo a indovinare su chi poteva essere. 

«Vedova Ornaghi!» urlavo, «Vedova Merati!» 

Mi veniva abbastanza bene, indovinano praticamente sempre. Come per il panettiere, o il fruttivendolo, anche in visita al camposanto le donne erano abbastanza abitudinarie. Rispettavano sempre gli stessi orari e tra le mani portavano sempre gli stessi fiori. Si fermavano a salutare, signor Folco, omaggi, come va, e a me scappava da ridere per quello strano modo di parlare.

«È vostro nipote?» chiedevano alcune. E Folco di tutta sorpresa rispondeva sì, strizzandomi l’occhio. Sorridevo, strizzavo l’occhio a mia volta. Aspettavo che le vedove si allontanassero, poi: «Folco».

«Eh.»

«Ma tu, quando muori, che fai?»

«In che senso?»

«Eh, quando muori. Se non hai moglie, chi te li porta i fiori?»

Fingeva di non capire. Forse non capiva davvero.

«Vorrà dire che non muoio!» Rideva.

E avrei voluto chiedere Folco, invece, noi? Mio padre? Io? Mia madre, tu magari lo sai, è esistita davvero? e cavarci una qualsiasi risposta sensata, come sull’orlo di un precipizio uno straccio di appiglio, ma le parole rimanevano chiuse in gola – quella sensazione che ti fa alzare la notte, avete presente? Quando ti accorgi che qualcosa ti ha fatto male, che non l’hai digerita bene, e te ne stai dritto in bagno cercando di capire se vuole tornare su, oppure andare giù ma niente, non lo riesci a capire, e allora ti arrendi e sbuffi, va beh, fa come ti pare, e sconfitto te ne torni a dormire e

«Folco?»

«Sì.»

«No.» Sospiravo. «Niente.»

Verso il tramonto, quando la campana del custode suonava la chiusura, ci alzavamo. Folco mi tendeva la mano, vieni, ti riporto a casa, e ce ne andavamo così, insieme, proprio come nonno e nipote, pensavo, o una qualsiasi altra forma di appartenenza, e le nostre ombre contro il tramonto sembravano una forma sola.

*

Quando non lo trovavo sulla panchina, lo trovavo a casa. Un appartamento piccolo, ma ordinato, che odorava sempre di minestrone e lucido per le scarpe. Mi preparava pane e Nutella, accendeva i cartoni animati, io però cercavo le carte. Tirando il cassetto trovavo sempre una vecchia fotografia. Una giovane donna in bianco e nero, sui trent’anni, presa di tre quarti mentre rideva e non guardava.

«Folco chi è? Tua moglie?»

«Non ce l’ho una moglie, te l’ho già detto.»

«E allora chi?»

«Da qua. Sei curioso, eh.»

«Me la regali?»

«Non posso. È un ricordo.»

Ricordo di chi? Avrei voluto chiedere, ma sapevo già che la risposta non sarebbe arrivata mai. Folco riponeva la fotografia nel cassetto e pigliava il mazzo di carte.

«Giochiamo a briscola, va la.»

Io obbedivo, ma non riuscivo a levarmi dalla mente quell’immagine e fu in quei giorni, credo, che iniziai a pensare a mia madre come a una creatura vera, in carne ed ossa, e non l’entità astratta che, al pari dei fantasmi o l’ira degli dèi, di fronte a mio padre m’era proibito non soltanto nominare, ma pure pensare. 

 

La sera, prima di dormire, provavo ad immaginarne il colore dei capelli, la forma del viso e alla mente, senza sapere chi fosse, mi veniva quella donna. 

 

A Folco, neppure questo dissi mai. 

 

Morì l’anno seguente. Dopo una brutta malattia per la quale, a detta dei medici, alla sua età non c’era rimedio. E anche ci fosse stato, dicevano, c’era comunque l’età. 

 

Gli ultimi mesi li passò in ospedale. Si occupavano di lui le infermiere e papà andava a trovarlo una volta la settimana. Portava la biancheria pulita, ritirava quella da lavare. Non ha parenti, ha soltanto noi, ripeteva di continuo, e i dottori lo lasciavano passare. Ai bambini invece in quel reparto non era permesso entrare, così me ne stavo a casa, di nuovo solo. A volte, dopo scuola, tornavo alla nostra panchina. 

«Signora Ornaghi! Signora Merati!» chiamavo, e loro si fermavano a salutare. 

«Come sta il nonno?»

Facevo spallucce. «Mh.»

Le guardavo allontanarsi fantasticando che dal nulla potesse spuntare anche lei, la donna misteriosa della fotografia. Sarebbe arrivata – poteva davvero arrivare? – ad alta voce dicevo t’immagini Folco, se adesso arriva davvero? Le diciamo che sei malato, che la vuoi salutare. Si prenderà lei cura di te, porterà lei per te fiori freschi ogni giorno al cimitero. Mi voltavo e non c’era nessuno. Stavo parlando al vento. Tornavo a casa senza neppure aspettare la campana. 

Qualche mese dopo, al funerale, chinai il capo da solo, senza che mi costringesse nessuno.

*

Folco non aveva parenti, l’ho già detto. Vennero un uomo e una donna, proprietari di un’agenzia immobiliare, incaricati da non so chi.  Appesero un cartello verde con la scritta vendesi alla ringhiera sul balcone. L’uomo aveva i capelli radi e portava una giacca con le maniche leggermente grandi. La donna era bellissima. Si muoveva come se gli oggetti, le persone, il mondo, fossero stati creati e modellati unicamente attorno a lei, alla sua figura bianca e profumata. Dava indicazioni e l’uomo non faceva altro che annuire. Ricordava quei pupazzetti scemi che si trovano sopra i cruscotti delle auto e rimbalzano ogni volta che prendi una buca. Un giorno però la donna venne sola. Scesi le scale, m’intrufolai. 

«Ho scordato una cosa» dissi d’un fiato e lei me la lasciò prendere.

*

Ora io davvero non lo so quante case, donne o città ho cambiato da allora, come non so quante ancora ne cambierò ne so come saranno, se ci saranno.

So soltanto che, qualsiasi sia il posto la casa o la donna, accanto a me ora e per sempre la sera avrò soltanto un volto. Quella fotografia.

Avete messo Mi Piace13 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sempre bellissimo leggerti!
    Mi è sembrato di essere lì, tra Fosco e il ragazzo… e poi solo con il ragazzo.
    Mi è piaciuto anche l’elemento simbolico della foto.
    In “poche” pagine hai narrato una storia bellissima, complimenti 🙂

  2. Ciao Dea. La tua narrazione dell’intimità che aleggia tra l’anziano, che sembra effettivamente un ragazzo un po’ più grande, come ho letto nel commento di Cristiana, e il ragazzino, la tenerezza di un amore particolare tra un ragazzo che lo chiede e un anziano che lo vuole dare. Un amore che è andato oltre la fotografia, oltre al desiderio di sapere di una madre mai nata e mai morta, oltre il classico rapporto nonno-nipote. Hai narrato un momento, commovente, come sai fare sempre tu, in maniera sciolta e coinvolgente, frutto di una sproporzione che presumo in te ecceda in ogni gesto e parola che metti su carta, quel frutto dell’amore verso la vita nei suoi momenti difficili. Narrare le profondità d’animo, e questo lo fai spesso, —per quanto mi riguarda è una delizia leggerti esattamente per questa tua inclinazione— spedirci verso le debolezze che la vita tocca, con delicata grazia, ecco, non è roba da tutti. In questo racconto colori, tenerezza, solitudine e amore senza fine. Che dire…bho, dillo tu sta volta🤗😊

    1. Sono molto attirata, o forse sono io che attirò loro, dai legami irrisolti, dalle piccole ferite, i destini che prendono pieghe insolite dalle parti dell’anima che restano nascoste ma che guidano il nostro essere. Così le racconto. Mi piace pensare che il lettore ci si possa in qualche modo ritrovare, e che dai fatti narrati nasca qualcosa di condiviso e universale. Grazie, come sempre, Nino, per questi tuoi bellissimi commenti.

  3. La malinconia dello sguardo è luminosa. Per tutto il racconto vi è un torrente incessante, che zampilla, ma lungo il suo corso si avvertono le ombre ignote della profondità, con una varietà di prospettiche che aprono la storia a più dimensioni simultanee. Ho notato un ottimo orecchio per i dialoghi. La scorrevolezza e l’intensità le hai sapute coniugare molto bene. Non è affatto facile.

    1. Grazie Luigi. Questo tuo commento mi fa davvero piacere e mi onora. Soprattutto il riferimento ai dialoghi, li ritengo il mio “punto debole” in realtà e la mia paura è non riuscire a rendergli credibili. Ma da quello che mi scrivi, la mia fatica è premiata. Grazie davvero!

  4. “La donna era bellissima. Si muoveva come se gli oggetti, le persone, il mondo, fossero stati creati e modellati unicamente attorno a lei, alla sua figura bianca e profumata.”
    Molto bello. Frutto di uno sguardo attentissimo.

  5. Vagabondando tra i “vecchi” racconti, mi sono imbattuto in questo. L’ho letto più di una volta, per non perdere neanche una parola. Una sublime storia di amicizia. Complimenti.

  6. Racconto incantevole, sia per il ritmo e la scrittura perfetti, che per la caratterizzazione dei personaggi. Mi hai completamente rapito e trasportato in quell’angolo di mondo che hai creato! Davvero brava!

  7. davvero notevole, Dea. Sia nel contenuto che nello stile, ammesso che queste due categorie dello scrivere siano separabili, e credo di no. Ha una grazia e un ritmo incantevoli e i personaggi sono straordinariamente veri. Complimenti di cuore.

    1. È bello che tu sollevi la questione contenuto e stile, sai, sono sempre stata convinta che vadano di pari passo e che da una, in qualche modo, dipenda l’altra. Sono felice tu abbia apprezzato anche questo mio racconto. Grazie mille ❤️

  8. Affronti più argomenti in questo racconto: il rapporto tra bambini e anziani, la dignitosa solitudine della terza età, l’assenza di un genitore… Quest’ultimo mi ha particolarmente colpito. Mio padre non ha mai conosciuto il suo, quell’uomo era per lui solo una fotografia. Il bambino della tua storia non ha nemmeno quello, niente foto di sua madre e nessuna notizia. E allora la foto che Folco custodiva diventa la risposta a quella domanda che il bambino non aveva voluto mai fare. Non importa chi sia la donna della foto.
    Brava come sempre.

    1. Ciao Francesco, grazie di cuore. L’assenza di un genitore è un argomento che sta molto a cuore anche a me, e mi fa piacere ti sia arrivato così come lo intendevo😊

  9. Molto bello questo racconto. Mi ha colpito molto il bambino protagonista che, non avendo ricordi della sua mamma, fa suo un ricordo del signor Folco prendendo la foto della donna sconosciuta che sicuramente era stata molto importante per l’anziano vicino.

  10. La prima, primissima reazione che ho avuto dopo aver letto il tuo racconto, ci ho fatto caso solo a posteriori, è stata alzare il sopracciglio e piegare le labbra verso il basso. Impercettibilmente ma innegabilmente. Infine sussurrare “Porca puttana che roba”. E a giudicare dalla collega che lavora di fianco a me che si è voltata dalla mia parte, mentre terminavo di godermi il tuo racconto e la mia pausa caffè, senza però dirmi niente, il sussurro non dev’essere stato nemmeno troppo discreto.
    Impongo sempre a me stesso di evitare certi discorsi su come funzionassero un tempo le cose quando ero bambino, perché penso sia un trastullo mentale inutile che non cambia la realtà dei fatti. Che il mondo va avanti e siamo noi che ci dobbiamo adeguare, e rischia di farmi vedere la vita di oggi solo come peggiorativa rispetto ad un tempo, cascando nella trappola in cui da giovane dicevo sempre non sarei mai finito quando ascoltavo mia nonna lamentarsi della musica moderna perché come il Trio Lescano non ci sarebbe stato mai più nessuno.
    Eppure non riesco a immaginare, nonostante l’apparente contraddizione, un’infanzia più stimolante, confrontata con quelle dei giorni nostri, di quella vissuta da un bambino che si annoia con i fili d’erba e passa il tempo seduto su una panchina con un vecchio che guarda funerali preparandosi al proprio, domandandosi quanta gente formerà per lui un corteo ancora prima che si ponga lo stesso dubbio il bambino, mentre sta lì intento a inventarsi giochi ai quali potrà solamente giocare da solo, facendolo in quel modo così dolce e malinconico che tu sei stata in grado di descrivere.
    Dicono che la noia in sé sia un motore eccezionale per fare sì che si sviluppi il senso creativo e l’inventiva, e secondo me quel bambino, crescendo, è diventato una persona che in un capannello di gente la distingui al primo colpo come un fiore colorato circondato da un mazzo di asparagi.
    Complimenti.

    1. Verissimo Roberto, quei bambini li una volta cresciuti li riconsci. Mi piace che tu abbia colto questo aspetto, forse un poco in secondo piano rispetto al resto, ma comunque importante. Se è vero che di mio cerco sempre di evitare i paragoni fra generazioni, perché ognuna a suo modo ha diritto a viversi il suo tempo, senza per forza doversi confrontare con chi è venuti prima o verrà poi, è anche vero che fino a qualche decennio fa immergersi e confrontarsu con la noia veniva naturale…ora invece parliamo addirittura di “educazione alla noia” e la portiamo ai genitori, nelle scuole. E non credo sia un caso…
      Grazie per queste tue riflessioni, e per avermi dedicato la tua pausa caffè 😉

  11. Credo sia impossibile non lasciarsi toccare da questo racconto, perché è pensato per farlo.
    Mi ha colpito lo stile leggero, per così dire, come se a scrivere fosse davvero quel bambino, che narra di sé, che, in realtà, nasconde una profondità di studio e di pensiero su come adattare al meglio la scrittura a questo tipo di narrazione.
    Bravissima!

    1. Bravissimo Giuseppe! Ci hai preso in pieno…mi fa davvero piacere che tu abbia colto le mie intenzioni, è una gran bella gratificazione! Grazie di cuore 😊

  12. Ci sono delle storie, che quando leggi la prima riga e come quando senti la canzone che vincerà il festival. Lo sai e basta, che vincerà. E se non vince, non importa: diventerà comunque il successo, che sia dell’anno o del secolo. Ecco quelle storie sono così. Inizio a leggere e sai che ti piaceranno, che ti commuoveranno, che ti resteranno dentro. Questa è una di quelle.

    1. Giancarlo, grazie di cuore, davvero, sei riuscito a commuovermi. Credo che le tue siano tra le più belle parole che uno, quando si mette lì a scrivere, spera di sentirsi dire. Le conservo preziose.

  13. Cara Dea, lascia stare… Che lei è bellissima e in quella foto sorride, ma non guarda. Lo lasci sempre, quel piccolo segno li, che se uno lo riconosce, allora sorride anche lui e dice: “Ecco…”. Cosa si può dire? Che Fosco nel mio immaginario di lettrice non è un uomo anziano ma è un ragazzino scanzonato di 15 o forse 16 anni. Uno di quegli amici che iniziano i più piccoli alla vita da adulti. Uno di quegli amici che già fumano e hanno fatto sesso (o almeno così raccontano) che trovi nei romanzi d’iniziazione di quella bella letteratura americana di respiro. Se posso esprimere il mio parere modesto, hai creato un personaggio veramente affascinante e descritto un legame che va oltre l’amicizia e soprattutto oltre l’età. Complimenti

    1. Cara Cristiana, lascio sempre quel segno li, quant’ è vero, ed è meraviglioso che tu sempre lo colga ❤️
      Grazie di cuore per le tue analisi sempre attente e preziose.

  14. Giuro mi hai commosso; pero` speravo che la donna del funerale fosse la stessa della foto. Suscita una tale empatia questo bambino che ho quasi pregato, leggendo, che fosse lei.
    Complimenti Dea, avevo dimenticato quanta profondita` ci sia nei tuoi racconti, nonostante la leggerezza apparente, a tratti, che rende piu` godibile il testo.

    1. Sai M.Luisa, lo avevo sperato anch’io, quasi fino alla fine, che le donne coincidessero. Ma sarebbe stato come chiudere un cerchio e mi pareva, non so se mi spiego, troppo semplice come soluzione ..

  15. Quanti diversi sentimenti suscita il tuo racconto e tutti sereni! Forse perché racconti di persone che vivono come si deve vivere: con cortesia, rispetto, disponibilità.
    Spero che i tuoi racconti stiano nascendo da una buona vita.