Un sibilo di celesta

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La situazione all’interno della locanda tende a degenerare. L’insegnante e il suo pupillo continuano a umiliare il cartolaio fino a manifestazioni di violenza estrema, mentre la balia culla la bambina e Gustav cerca di ritrovare la misteriosa figura di Sveva, svanita nelle ombre delle camere.

«Non so di chi parla, avvocato. Io vivo da sola, da decenni, nella mia locanda. Pensavo lo sapesse. E poi… non ricordo di nessuna persona di nome Sveva che sia mai passata di qui. Mi dispiace deluderla» mi fece la vecchia balia, riprendendo a occuparsi della bambina, mentre io non credevo possibile che Sveva fosse svanita da un momento all’altro, e proprio da un luogo dove non sarebbe mai stata. Qualcosa non tornava. O forse la mia era una sorta di allucinazione, ma intanto la bambina, come diceva a bassa voce la vecchia balia, era in uno stato preoccupante: «Sta tremando tutta. Non sta per niente bene. Dobbiamo fare qualcosa prima che sia troppo tardi» e allora mi avvicinai a Greta, mentre le grida dell’insegnante e del suo pupillo esplodevano alle mie spalle.

«Scotta tantissimo. Ha bisogno di silenzio e di riposo» le dissi.

«Di sopra c’è una stanzetta ben riparata, con una piccola stufa e delle coperte, ma non dobbiamo farci scorgere dagli altri, men che mai dall’insegnante» disse la balia, sgranando i suoi occhi azzurri e tristi, che mi scrutavano con una compassione infinita.

«Portiamola sopra. Temo che l’insegnante vorrà obbligarla a eseguire gli esercizi a tempo con la bacchetta di cristallo. Dobbiamo far presto!» le dissi.

«Lei rimanga qui, avvocato. Io la nascondo dentro la tovaglia e scappo su. Lei mi raggiungerà a breve, ma non troppo presto. Non deve dare nell’occhio la sua assenza, capisce?»

Lasciai andare sopra la balia con la bambina sfinita nelle sue braccia. Quando i suoi passi svanirono mi sentii più solo, mentre l’insegnante era intenta a fare l’addestratrice di cani con il cartolaio, martirizzato dalle sue angherie ed eccessive prepotenze. Lei e il suo allievo nemmeno si accorsero più di me, che fui travolto da un’amarezza infinita, la stessa irradiata dagli occhi azzurri della balia. Ritornai vicino alla porta della locanda, dove Sveva mi aveva parlato poco tempo prima, quando ero rimasto fuori e adesso percepivo il suo odore di casa, di camiciole e di bucato, insieme alle grida esasperanti dell’insegnante di pianoforte:

«Si alzi sulle due zampe. Adesso segua la bacchetta. Cerchi di toccarla col muso, ma al mio tempo, senza accelerare né rallentare. Un, due, un, due, un due…»fin quando il povero cartolaio non cominciò ad accasciarsi, ormai in preda allo svilimento, mentre l’allievo lo obbligava a rimanere vigile a tutte le variazioni ritmiche che adesso la sua insegnante ribatteva e perpetuava con la forchetta sul bicchiere, poi sul bordo del piatto, ogni tanto di nuovo con la bacchetta – «ma dove sarà mai finita Sveva?», continuavo a domandarmi, pensando fosse arrivato il momento di raggiungere la stanzetta segreta dove la vecchia balia aveva messo in salvo la piccola,  così da accertarmi delle sue condizioni, lasciandomi alle spalle le rovine delle grida dei tre, compreso il cartolaio, che intanto perdevano sempre più colpi, come dei giocattoli vecchi a cui stava finendo la corda. La brocca di vino era vuota, rovesciata nelle loro gole. L’allievo era già crollato di sonno: la testa riversa sul tavolo, le braccia chiuse a semicerchio. Il cartolaio stava accartocciato con il mento sulle ginocchia, l’insegnante accanto a lui, con una mammella intrisa di olio,  i capelli di strega riversi sul viso. Erano tutti addormentati, ormai. Finalmente il ritorno alla pace, mi dicevo, salendo la scala a chiocciola e seguendo a fatica la voce della balia che ninnava la piccola Greta in una lingua arcana, incomprensibile, quando alla mia destra scorsi un’altra porticina, più angusta e misteriosa, dove trapelava una luce azzurrina e un profumo di fate e di biscotti appena sfornati. La stanza non aveva suoni. Mi accostai con gli occhi alla feritoia dell’uscio, dove scorsi una ragazza di spalle che guardava la volta stellata con una guancia posata su di una mano e un filo di canto che le sgorgava dalle labbra. Sarebbe bastato che chiamassi il suo nome «Sveva, sei tu?» con un tono delicato, essendo convinto che fosse lei. Me lo diceva la natura della sua voce, il suo grado di irrealtà e di incantamento della melodia. Avrei potuto aprire la porticina, farmi poco più avanti e annunciarmi con i miei soli passi, o velandole gli occhi e parte del viso con le mani sporche, mentre ammiravo il cielo nel suo turchese perfetto, intonso, nello stesso istante in cui schizzò dal nulla una stella cadente, lasciando nell’aria un sibilo di celesta e di gelo.

Continua...

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