Un umano

Serie: Ali-morte


Un vento diverso, fatto d’aria nuova, strana. Emana un aroma violento di rancido e pericoloso.

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nei libri fatti di foglie delle piccole fate, si narra di mostri orribili e abietti, golosi delle gustose e tenere teste fatate. Cacciate e divorate senza alcuna pietà. Quei giganti spregevoli si chiamano umani.

Melli è convinta che sia lo stesso odore di quando prendevano fuoco le foreste prima dell’accordo con le tribù elementali delle fiamme blu: gli Ifrit.

La pietra liscia, durissima diventa morbida, le due fate perdono l’equilibrio, invischiate in una confettura che prima aveva la consistenza del marmo.
Vivian urla più per la paura che per la sensazione di essere finita in una trappola colorata come smeraldi intagliati dal sole.
Mellea ha gli occhi che cercano una disperata soluzione, ma i suoi pensieri sono affollati di morte e di terrore per la sua Vivian.
La marmellata densa e collosa diventa acqua nera: le fate vengono inghiottite rapidamente sparendo tra simboli verdi lampeggianti e deformati dalla rifrazione.
Poi tutto si spegne, la notte torna pacifica e la pietra riacquista solidità.

Sono morta? La piccola, la mia Ninì! Ho ammazzato anche lei. Morta ancor prima di nascere.
I pensieri di Vivian sono cupi e disperati.
Melli! La mia Mel!
Avverte un bruciore di lacrime che pretendono di uscire, il nodo alla gola per un suo capriccio, per il desiderio di violare le regole e amare la sua dolce Mellea.

Grilli, il suono dello scorrere di un corso d’acqua.
«Respira piano Viv!»
Colpi di tosse, respiro affannoso e rapido..
La compagna di Vivian le tiene la testa sollevata sulle gambe. Il cuore torna a battere con un ritmo sostenuto dalla gioia di quella voce.
«Mel che è succ—» respirare le fa male, comincia a tossire anche Vivian. L’aria ha un sapore metallico, puzza di resina bruciata, di veleni sottili e taglienti ed è faticosa da inalare.
«Che era? Un incantesimo?» altri colpi di tosse brucianti e dal gracchiare sinistro.
«Siamo dall’Altraparte? Ho la testa che mi scoppia, qui…» ronchi potenti che le causano la lacrimazione forzata. «…l’aria è pessima, tossica.»
Vivian solleva la testa e apre gli occhi: stelle sconosciute, il cielo notturno aveva un colore meno saturo, tendeva al grigio. Le doleva il petto ad ogni boccata di quell’atmosfera nociva.
Un rombo di tuono musicale potente e assordante fa sobbalzare le due fate di paura. Mel si guarda intorno terrorizzata, anche Viv sposta la testa per capire: è una montagna nera che si sta spostando verso di loro, ma la forma è inequivocabilmente simile a quella narrata nelle leggende più agghiaccianti che le orecchie di una fata bambina possono ascoltare: un umano.

Quel tuono si ripete, la montagna si avvicina. Il suono fa vibrare l’intero corpo di Vivian e di Mellea che automaticamente si portano le mani a protezione delle orecchie.
Mel prova ad alzarsi in piedi, tossisce con un frastuono orribile di rantolo crepitante, ricade sulle ginocchia scuotendo la testa.
Anche Viv tossisce, meno rumorosamente rispetto alla compagna, ma avverte che il pericolo di morte è lì, a braccia incrociate, che aspetta paziente di intervenire per raccattare due vite che annaspano.

«Mel…» tosse «…ti amo.»

Vivian guarda ancora una volta quel cielo straniero, il disco della Luna nera ormai si è fuso con il grigio fumo di un paesaggio nemico e ostile. Vertigini. Non vuole perdere i sensi e la vita in un posto così, lei ha immaginato tutta un’altra fine…
Un boato fa vibrare ogni fibra del suo essere, altra paura. Mellea striscia fino a toccare la mano del suo amore, la stringe tremante: «Ti amo, ti am—» tosse cavernosa, lacrime angosciate.
I tuoni musicali cambiano, aumentando di tonalità e diminuendo di volume.
Che stranezza. Pensa Melli confusa da immagini mentali intossicate.

Poi un cerchio luminoso si allarga delicatamente attorno alle due fate, ha un colore violetto e un odore unico, mai sentito. Adesso fa meno male respirare. Vivian inspira violentemente, come se avesse fatto una gara di apnea nello stagno vicino al loro pino. Mellea invece, mantiene un contegno più signorile, fa passare grandi boccate d’aria meno brucianti attraverso naso e bocca e i suoi pensieri tornano nitidi.
Cerca nuovamente il pericolo mortale rappresentato dall’umano tonante. La montagna era svanita, anche Viv stava guardandosi intorno alla ricerca di quell’essere spaventoso.

Una voce bassa e calda, quasi gentile parla con un timbro strano, parole incomprensibili. Le due fate si girano di scatto in direzione di quel verso.

Viv prova a rimettersi in piedi aggrappandosi alle spalle della compagna, barcolla con l’equilibrio messo a dura prova dall’ipossia di poco prima.

«Non…non ucciderci.» dice alla ex montagna, l’essere umano ha cambiato forma. In qualche modo ha assunto le proporzioni di una grossa fata forzuta. 

Emette altri grugniti incomprensibili.

«Non conosciamo il tuo linguaggio, umano. Siamo delle semplici servitrici e operaie.»

Ha un volto gentile, nota Vivian, sono gli occhi a rivelarne le intenzioni non ostili. Ha piume scure, da unseelie, sul volto e lo stesso piumaggio ne copre per intero la testa.

«Ti mandano le fate “maledette”?» chiede Mel avvicinandosi alla compagna e posandole un braccio dietro la schiena, tra le ali.

L’umano inclina la testa, non capisce. Fa un gesto con la mano aperta, sembra voler dire di aspettare, di restare lì. Poi fa un altro movimento con le dita e dalla sua mano scendono due palline luminose del colore delle rose di maggio, vengono assorbite dal terreno e un cerchio si allarga repentinamente coprendo l’intera area sulla roccia tondeggiante.

«Gli umani non sanno fare magie.» dice Mel sorpresa. «È proibito. Lo hai visto anche tu, Viv? Quello era un incanto.»

«Sì, ma è storpio. È una magia sporca, costruita.» sussurra la fata.

Altri suoni stravaganti. Il verso degli umani somiglia a quello dei lupi in vena di coccole.

«Perché. Ci. Hai. Portate. Qui?» Mel scandisce ogni singola parola, accompagnandola con gesti che avrebbero dovuto chiarirne il significato.

L’umano ripete di continuo qualcosa che sicuramente ha un senso importante, Vivian decide di imitarlo: «Ocazzo!» esclama col medesimo tono, stringendo la mano della compagna.

«Forse è il suo saluto.»

«Potrebbe anche essere il suo nome.» dice sottovoce Mel.
«Ti chiami “Ocazzo”?» Anche lei imita quel suono sgraziato, indicando l’essere umano.

L’uomo scoppia in qualche cosa di simile ad una risata inaspettata.

«Sta ridendo?» chiede pianissimo Viv.

«Sembrerebbe di sì…»
«A parte i versi animaleschi, non è per niente come quei mostri assetati di linfa vitale descritti nei racconti.» Mellea lo dice con un filo di voce.

Continua...

Serie: Ali-morte


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Piaciuto tantissimo anche questo episodio. L’atmosfera è quasi cinematografica. Il passaggio dal mondo delle fate a quello “umano” è inquietante e affascinante insieme. Ho adorato anche il contrasto tra la paura che hanno degli umani e questo incontro così strano, quasi tenero. E “Ocazzo” mi ha fatto sorridere davvero tanto 😂✨

    1. Ciao Cristiana! ❤️Ocazzo sta diventando il mio mago preferito, anche se comparirà solo per scatenare gli eventi di questa storia, ma non posso negare quanto divertente sia immaginare i profumi e le luci di un bosco incantato. Grazie mille è pura gioia leggerti.

  2. Forse l’apparenza inganna e l’umano non é così malvagio come poteva sembrare. Lo spero anch’ io, come continuo a sperare, nonostante tutto, che l’ umanità reale, nella sua varietà, possa placarsi e diffondere pace ovunque, nel mondo.

    1. No… i miei umani, soprattutto quelli dotati di un minimo di intelletto e empatia, sono sempre figure abbastanza positive, se combinano guai è per una mancanza congenita di pianificazione. Agiscono per ottenere qualcosa di buono, ma scatenano qualcos’altro che ha conseguenze magari inaspettate. Poi presi dai sensi di colpa cercano di riparare il danno causato.
      Grazie per la lettura Emme. ♥❤️♥