Un uomo fortunato

Tutti al bancone lo definivano in un solo modo: un uomo fortunato. Si chiamava Guido e da un po’ di tempo, ogni giovedì sera, parcheggiava il suo macchinone lucido davanti al locale. Entrava svelto nel suo abito di sartoria, buttava giù una sambuca e si infilava dritto nella sala grande per il torneo di Texas Hold’em. Io lo osservavo dal mio sgabello, il solito bicchiere di amaro in una mano e una sigaretta nell’altra, domandandomi cosa ci trovasse in quel posto che ormai non riconoscevo più.

Io non giocavo. Non perché mi fosse passata la voglia e nemmeno perché ci avessi perso troppi soldi; no, niente di tutto ciò. Il motivo era semplicemente che non si giocava più ai giochi di una volta. Scopone scientifico, briscola, tressette, telesina: tutto spazzato via dal poker americano e dalle macchinette mangiasoldi. Certo, il gioco era un brutto vizio, ma io non giocavo per i soldi. Io giocavo in maniera romantica: mi piaceva stare al tavolo con gli amici, in mezzo al fumo e alle risate. Ora che mi avevano tolto il gioco, mi restavano solo le sigarette e gli amari.

Guido, invece, sembrava a suo agio in quell’atmosfera moderna. Il bancone in noce e specchi non c’era più, sostituito da Sandrone, il proprietario, con una specie di astronave colorata che occupava il doppio dello spazio. Niente più tavoli di legno e sedie impagliate, ma sgabelli di design, alti e scomodi. La prima ad abbandonarci era stata la cabina telefonica a fianco alla porticina che immetteva nella sala grande; poi la signora Franca e, con lei, il profumo dei bigoli e del bollito; infine, il biliardo.

Eppure io ci andavo ancora, ci vivevo quasi. A casa ero solo e al laboratorio di restauro non avevo granché da fare. Una volta la mia ex moglie mi guardava lavorare e mi diceva che avevo le mani d’oro. Eravamo giovani e ci piaceva la bella vita. Poi quel figlio che non arrivava ha incrinato qualcosa. Il suo sguardo si è lentamente spento in una depressione silenziosa, fatta di ore a letto. Le mie mani d’oro iniziarono a cercare più la bottiglia che il legno. O forse è stato il contrario. Fatto sta che ora lei stava bene, si era rifatta una vita con Gustavo e mi evitava con cura. Nemmeno i soldi aveva voluto.

Così, le uniche cose vecchie rimaste in quel bar trasformato in un piccolo casinò eravamo io e Marisa, quella che una volta si sarebbe detta prostituta e che ora, invece, chiamano escort. Avevamo lo stesso vizio: io forse per noia, lei perché la vita non le aveva lasciato altro. A me piacevano gli amari e il cabernet, a lei la grappa.

E adesso c’era anche Guido. Che vincesse o perdesse, ogni giovedì sera aspettava la fine del torneo per tirar fuori una mazzetta di banconote e invitare tutti, ma proprio tutti, a bere un giro. Poi si sedeva con Marisa portandole un altro bicchierino, faceva due chiacchiere e, prima di andarsene, le lasciava qualche soldo.

Quella sera, la solita storia. Guido aveva perso un bel po’ al tavolo, eppure sembrava più euforico del solito. Invece di offrire il consueto giro, non smise di pagare finché Sandrone, due ore dopo l’orario di chiusura, non ci sbatté fuori tutti. Il bar era una bolgia; la gente rideva, beveva, acclamava il suo nome. Marisa non si reggeva in piedi, la grappa le aveva sciolto ogni difesa, ma era felice come non la vedevo da anni. Guido, barcollando, si avvicinò a lei. Le diede un bacio sulla fronte, una carezza lenta e, invece delle solite banconote, le infilò in borsa un intero rotolo serrato da un elastico. Non parlò. Si limitò a guardarla con un sorriso dolce, poi salì sulla sua Mercedes nera, mise in moto e sparì nella nebbia della notte.

Il giovedì successivo non si presentò. Il giorno dopo, la mattina di venerdì, un allevatore della zona notò una Mercedes nera parcheggiata su una stradina sterrata al limitare del bosco. Non c’erano segni di colluttazione. Il macchinone era aperto e, sul sedile del passeggero, un cellulare privato della batteria. Il corpo di Guido lo trovarono i carabinieri due ore dopo, appeso a un ramo con la sua stessa cintura. Era lì da giorni. La stampa ci mise poco a ridurre tutto a un titolo di cronaca: debiti di gioco, un’ex moglie che non voleva più vederlo, il fallimento di un rappresentante di fertilizzanti che vendeva una ricchezza che non possedeva più.

Per andare al suo funerale presi il treno. Era la prima volta dopo vent’anni che uscivo dal paese. Guardare il paesaggio scorrere fuori dal finestrino mi mise quasi di buon umore. «Pensa te se adesso inizio a viaggiare e a godermi la vita», pensai, quasi a voler convincere me stesso. Arrivai in chiesa in ritardo. Il feretro era già davanti all’altare, circondato da un vuoto che faceva rumore. Poche persone: l’ex moglie, che non si sforzava nemmeno di guardare la bara, e un piccolo gruppo di parenti con i volti tesi più per l’imbarazzo che per il dolore. Mi misi in un angolo, in disparte, e solo allora la vidi: Marisa. Era sola, con il trucco sciolto dal pianto. L’unica a soffrire davvero per Guido.

La cerimonia fu fredda, sbrigativa, quasi un atto burocratico. Non aspettai la benedizione finale; uscii dalla chiesa e m’incamminai per le strade di quel paesetto sconosciuto. Passando davanti a un bar, la solita voglia di sempre mi prese lo stomaco. Mi fermai un secondo, guardando l’insegna. Chissà se anche lì dentro il tempo si era mangiato tutto o se da qualche parte, su un tavolo di legno consumato, qualcuno stava ancora giocando a briscola, ignaro di quanto sia facile, per un uomo, diventare invisibile.

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Discussioni

  1. Questo racconto mi ha colpito per una cosa precisa: Guido non è mai davvero il protagonista, eppure la sua assenza finale pesa più di qualsiasi personaggio descritto in dettaglio. Hai costruito la sua storia attraverso gli occhi di qualcuno che lo osservava dal bordo, e questa distanza lo rende ancora più straniante e vero. La chiusura è bellissima.

  2. Che bello leggerti dopo tanto tempo!
    Mi hanno colpito molte cose in questo racconto, una sopra tutte, quell’invisibile, messo lì alla fine. Ho pensato al protagonista, seduto nell’angolo, senza moglie, senza troppo lavoro ne soldi, a non giocare, a osservare e basta. Sembra davvero invisibile. E Guido. Ricco, fortunato, ma solo in apparenza. Vittima di una solitudine invisibile, e quando ce la mostri, è già troppo tardi. Essere visti davvero è l’impresa più difficile del mondo. Questi due uomini, in modi diversi, mi sono apparsi entrambi invisibili. La differenza sta nel modo in cui giocano. Guido gioca per soldi, e perde, non regge. Il protagonista gioca “romantico”. Nella vita forse ha perso tutto, o quasi. E non so bene se si possa definire vincere quello che gli succede e il modo in cui affronta le cose, però. Il mondo intorno sparisce e lui barcolla, ma è ancora lì.
    Si sentiva la mancanza dei tuoi racconti. Bentornato 😊