
Una Domenica Qualsiasi
Serie: La Storia non sempre si ripete
- Episodio 1: Una Domenica Qualsiasi
- Episodio 2: Un Improvviso Lampo di Luce
- Episodio 3: VISIONI, Parte I
- Episodio 4: VISIONI, parte II
- Episodio 5: Postumi
- Episodio 6: In preda agli effetti dello shell shock
- Episodio 7: Nuova realtà
- Episodio 8: Alle Armi
- Episodio 9: Guidati da una forza misteriosa
- Episodio 10: …E la Vita Continua
STAGIONE 1
E così, come quasi ogni domenica, mi ritrovavo in giro per i boschi. Era un’abitudine, un rito che si ripeteva e del quale gli unici adepti eravamo io e il mio amico Matteo, accompagnato dalla sua fedelissima cagnolina Zara.
Non c’è modo migliore per fuggire dallo stress accumulato durante la settimana lavorativa; tutta l’ansia che rimane avvinghiata al groppone viene cacciata via dalla fresca aria del bosco, per rimanere poi incastrata tra le fitte fronde degli alberi, come mosche sulla carta moschicida.
Quel giorno, avevamo scelto come meta il bosco nella zona di via Trexenda. Ma in realtà, come ogni volta, vagavamo senza un fine preciso. L’idea era quella di sperdersi in uno degli innumerevoli sentieri che si addentravano nella vegetazione. L’importante era, come sempre, staccare il cervello e lasciarsi alle spalle le preoccupazioni della vita di tutti i giorni. Si trattava ovviamente di una soluzione temporanea, ma ci si poteva accontentare.
Dopo aver percorso un quarto d’ora abbondante dall’inizio del sentiero, decidemmo di tagliare per una via laterale.
– Di là, costeggiamo il letto del fiume – disse Matteo, indicando col dito.
Di statura non particolarmente elevata, secco come un chiodo, possedeva uno spirito e una forza d’animo come pochi. Assiduo lavoratore, iperattivo nel suo costante movimento, si sbatteva di qua e di là in una serie di lavoretti che gli permettevano di campare. Anche lui non era esente dall’essere sballottato dalle turbolenze ansiogene della società umana. Perciò, esattamente come me, anche lui cercava una scappatoia temporanea. E, come due galeotti, tentavamo di evadere dalla prigione della vita. Certo, sapevamo che stavamo solamente girovagando ai confini della gabbia. Nonostante fossimo entrambi consapevoli dell’assenza di una reale via di fuga, almeno trascorrevamo felicemente del tempo nell’illusione di poterla almeno cercare.
Era il cambio di stagione. La fine dell’inverno, non più freddo come una volta, lasciava spazio ad una primavera fasulla, che in realtà da anni era sempre più simile ad un’estate, ma con gli sbalzi di temperatura da clima continentale. Anche quel giorno, avevo avuto difficoltà nella scelta dei vestiti da indossare.
– Chissà dove andremo a finire di questo passo – commentammo io e Matteo.
Disquisire sul tempo da sempre credo rappresenti l’ultima spiaggia delle conversazioni, un valido argomento da scegliere in momenti di necessità, quando non si sa cosa dire con le persone.
Negli ultimi anni, invece, è gradualmente diventato un capro espiatorio di tutte le colpe.
Il tempo è pazzo
Non si sa più come
Bisogna vestirsi.
Oggi fa caldo,
Domani fa freddo,
Solo colpa del tempo.
Perché il tempo ha deciso da solo di comportarsi così, non per reazione ai danni che noi gli abbiamo recato per decenni.
Affranto da certi pensieri che ogni tanto risalgono a galla come un rigurgito acido, saltai e mi buttai nel letto del fiumiciattolo. Al suo interno, non c’era rimasta molta acqua, se non qualche sporadico pantano. A condire il tutto però, vi erano rifiuti sparsi qua e là come tanti cespugli colorati. In un futuro non molto lontano annegheremo sommersi da alluvioni di plastica. Anzi, in realtà i pesci del mare ne sanno già qualcosa.
– Che tristezza – commentammo laconici io e Matteo.
Nel mentre Zara, trotterellava avanti ed indietro facendoci da apripista, per poi tornare sui suoi passi per assicurarsi che ci fossimo ancora. Aveva il pelo nero come il carbone, ma lucido e morbido, ben stratificato. Di corporatura media, non era né troppo slanciata ma nemmeno troppo sgraziata.
– Be, così come gli animali lasciano le tracce del loro passaggio, anche noi umani dobbiamo mettere la nostra firma nei posti in cui ci rechiamo – dissi io con un sorrisetto amareggiato che mi curvava le labbra.
Ad un tratto, il serpentone del fiume si ricongiunse con la strada sterrata che avevamo abbandonato poco prima. In quel tratto, trovammo addirittura resti di un vecchio divano letto con le doghe sfondate. Accanto, vi era la carcassa di un frigorifero probabilmente appartenuto all’era del boom economico. Indiana Jones avrebbe potuto utilizzarlo per salvarsi dall’esplosione della bomba atomica.
– Eh certo, la gente è proprio furba. Per paura di spendere troppi soldi per smaltire rifiuti ingombranti, pensa che sia meglio caricarli in macchina e camallarli (1) fin quassù. Come se la benzina non avesse un costo – commentò secco Matteo.
– Che manica di belinoni (2) – aggiunsi io quasi a completare ciò che lui aveva sicuramente pensato, ma che per qualche motivo non aveva esplicitato a parole.
Molto spesso funzionava così tra noi due. I contenuti dei nostri dialoghi parevano semplici e pragmatici, ma in realtà nascondevano nel profondo un mare di sentimenti e opinioni sulla qualunque. Spesso le parole superflue erano inutili. Ancora più spesso le parole stesse erano inutili. Ci lasciammo alle spalle la scena di quel delitto ecologico.
Proseguimmo di buon passo anche se un po’ a tentoni, perché nessuno dei due aveva idea di dove ci stessimo dirigendo. Ma il bello era anche quello: il fattore sorpresa alimentava la curiosità verso la scoperta dell’ignoto.
Io sono sempre stato un viaggiatore fai da te. Non ho mai potuto sopportare le agenzie turistiche con le loro proposte dozzinali da villaggio turistico. Non è mia intenzione fare di tutta l’erba un fascio perché c’è agenzia e agenzia, ma penso di essere io il problema. Non sono compatibile con i viaggi organizzati. Per me, una vacanza dev’essere una breve ma intensa parentesi di libertà, nella quale potersi muovere liberamente, spostamenti a parte. Se la mia intenzione è visitare un luogo, voglio avere tutto il tempo a mia disposizione per godermelo e non dover sottostare alle rigide scadenze di una tabella di marcia. Sicuramente, il viaggio fai da te non è privo di preoccupazioni o delusioni ammesse, ma è di gran lunga più soddisfacente. Spesso mi è capitato di scoprire luoghi semi sconosciuti ai più ma altrettanto stupefacenti. È come salire in cima ad una montagna poco frequentata. Sarà più difficile arrivarci, i sentieri saranno poco battuti ma se la vista merita, allora ne sarà valsa la pena. E anche se non sei stato il primo ed unico a conquistarla, sentirai di appartenere a quel luogo, come se ci lasciassi un pezzo di te.
Anche Matteo era un fervido sostenitore di questa tipologia di viaggio, in maniera ancora più rigorosa. Appassionato di motori, si spingeva col suo fuoristrada fin dove poteva, ai limiti della spericolatezza. Qualora fra la meta e le sue quattro ruote motrici si ponesse un ostacolo insormontabile, allora faceva affidamento alle sue gambette secche ma allo stesso tempo svelte ed agili. Per quanto a volte lo ritenessi un po’ impulsivo, apprezzavo questo suo spirito di avventura. Ormai avevo imparato a conoscerlo bene, anche perché la maggior parte delle volte c’ero io a seguirlo nelle sue pazzie.
Ma quella domenica era una situazione diversa. Meno pazza, più tranquilla. Perché anche un tour de force il più improvvisato possibile richiedeva tempo. E si sa che quando si lavora si crea un rapporto di esclusività reciproca tra il denaro e il tempo: se lavori, hai soldi ma il tempo scarseggia. Se vuoi avere del tempo a disposizione, l’unica soluzione è la disoccupazione.
Perciò, anche un viaggio organizzato all’ultimo minuto richiede comunque dei costi, sia in tempo che in denaro.
I ritmi sfiancanti del lavoro avevano un po’ limitato la pazza voglia di viaggiare di Matteo. Ma, per fortuna, il fine settimana rappresentava un altarino di salvezza, un trampolino di lancio per una temporanea ricerca di beatitudine.
Sempre mantenendo lo stesso passo, giungemmo ai piedi di uno stretto ponte. Era la strada del sentiero che variava il proprio percorso. In quel punto smetteva di andare a braccetto col letto in secca e curvava a sinistra, tagliandolo perpendicolarmente. Sotto il ponticello vi era ancora un abbondante residuo di acqua. Concentrata in una ristretta ma abbastanza profonda insenatura, era di un color verde muschio e ristagnava in una pressoché totale immobilità. Ogni tanto la superficie si increspava al passaggio di alcuni insetti a forma di stecchetto. Il ticchettare delle loro zampette lasciava una serie di cerchi che formava una cascata talmente fitta che sembrava stesse piovendo.
Ci fermammo sul bordo di quella brodaglia primordiale. Matteo dovette tenere Zara per il collare. Quella cagnetta amava l’acqua più di ogni altra cosa e, appena poteva, ci si tuffava dentro per adagiarvisi, assumendo una posa da ninfa dei laghi. Ma quella non era più acqua, era una melma putrida.
– Vorrei evitare che si fiondasse dentro, questa furbetta potrebbe benissimo berla, come ha fatto altre volte. Poi è stata male ovviamente.
– Per evitare di inzaccherarci di fango, risaliamo sulla strada.
Volsi il mio sguardo verso la riva di destra, ma Matteo si girò dall’altra parte e, indicando una collinetta appena visibile, disse che avrebbe preferito andare in quella direzione.
Quando risalimmo l’argine, trovammo di fronte a noi una traccia appena accennata di un sentiero. Senza ulteriori indugi, ci addentrammo.
(1) Portare o trascinare con fatica (deriva dal termine genovese Camallo = scaricatore di porto)
(2) Sostantivo tipico del dialetto genovese per descrivere una persona poco intelligente o un po’ tonta.
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Un inizio un po’ alla “non ci resta che piangere” con riferimenti al cambiamento climatico, all’ ecologia e al turismo di mercato. Promettente!
Questo primo episodio della serie mi e` piaciuto. Ci sono tanti elementi in cui mi ritrovo, perfettamente a mio agio: il bosco, la fuga dalla solita routine quotidiana, l’inc… per i rifiuti sparsi ovunque. E uno stile di scrittura, scorrevole e diretto. Spero vorrai pubblicare presto e non troppo distanziati, l’ uno dall’ altro, i prossimi episodi; altrimenti rischio di perdermi… nel bosco.😉
La tranquillità che si percepisce girando per il bosco insieme ai (ben caratterizzati) personaggi, sembra un po’ la quiete prima della tempesta. Sto attraversando il sentiero insieme a loro.
Hai avuto un’ottima intuizione, diciamo che la tempesta è giusto dietro la collina 😉
Mi piace tanto come hai caratterizzato i personaggi, attendo il seguito!
Grazie mille Zelda, le interazioni tra i personaggi, soprattutto in questo racconto, sono abbastanza autobiografiche 🙂
Wow!
Un racconto scritto veramente molto bene, pieno di evocative similitudini e di verità.
Hai accompagnato il lettore per mano senza inutili distrazioni, ma alzando lentamente il sipario sul personaggio.
Ottimo lavoro!
Grazie mille Giuseppe! Spero di riuscire a tenere alto l’interesse con i prossimi episodi!