
Una madre
Serie: Barely 18
- Episodio 1: Un padre, una figlia
- Episodio 2: Una madre
STAGIONE 1
Teresa Corti tornò dalla sua lezione di yoga. Erano le 21:00. Entrò in casa e chiamò suo marito.
“Giovanni, sono tornata. Hai già prenotato per la cena?”
Una volta alla settimana, dopo la lezione di yoga di lei andavano a cenare fuori. Non avevano un ristorante abituale, ma preferivano cambiare ogni volta. Si concedevano quell’unico piacevole momento per distogliere il pensiero da quell’ansia che li accompagnava da qualche mese.
Suo marito non rispose. Pensò che avesse avuto un contrattempo e che sarebbe arrivato da lì a poco. Di solito le mandava un messaggio. Prese il telefono dalla borsa e si accorse che era scarico. Cercò il caricabatteria e lo collegò. Lo avviò e attese che si materializzassero i messaggi non letti.
Nello stesso istante suonarono. Lasciò stare il telefono e rispose al citofono.
“Giò, dammi dieci minuti e scendo” era sicura che fosse suo marito.
“Signora Corti? Sono il commissario De Marchi.”
Le mostrò il distintivo dalla camera del citofono.
“Avremmo bisogno di salire.”
Teresa premette il pulsante che apriva il portone del condominio. Il suo appartamento era all’ultimo piano. Attese all’uscio, mentre il cuore batteva sempre più forte man mano che sentiva salire l’ascensore. Il commissario De Marchi si presentò insieme a una poliziotta. Li fece accomodare, il viso pallido, l’aspetto rilassato della lezione di yoga svanito. Apprese quanto era successo a suo marito.
“Il suicidio è per adesso l’ipotesi più certa, ma faremo accurate indagini” la informò il commissario, mentre la collega poliziotta le sedeva vicino senza parlare. In questo primo momento era importante, e bastava, stabilire una vicinanza empatica, tra donna e donna.
“Signora Corti, ha figli?” le chiese ancora il commissario.
“Una figlia, ma vive da sola” rispose Teresa con un filo di voce.
“Qui a Milano?”
“Sì.”
“Pensa che dovremmo avvisarla? Possiamo accompagnarla da lei se vuole.”
“Commissario, vorrei farlo io da sola, domani però. Sono troppo confusa adesso. E non me la sento di uscire.”
“Capisco signora. Visto che è sola, la collega Bianchi, se vuole può restare con lei per questa notte.”
Teresa rivolse lo sguardo verso la poliziotta, che questa volta le parlò piano e con voce amichevole.
“Se vuole signora. Non ho bisogno di dormire, è il mio turno di notte e mi basta stare qui sul divano.”
Teresa la ringraziò, ma pensò che non fosse necessario. Voleva restare da sola.
“Signora Corti, dovremo sentirci ancora nei prossimi giorni. La contatterò io. Domani vada da sua figlia e si faccia coraggio” disse De Marchi.
La lasciarono da sola nel suo grande appartamento. Si ricordò del telefono e controllò se suo marito le avesse scritto qualcosa.
Perdonami, abbi cura di nostra figlia. Vi amo tanto.
Ebbe bisogno di leggere di nuovo il messaggio. Le era difficile credere che suo marito avesse scritto quelle parole e, ormai non sembravano esserci dubbi, compiere il gesto estremo del suicidio.
“Prendermi cura di nostra figlia? E tu Giovanni, hai deciso di tirartene fuori?” gridò Teresa.
Si avvicinò il cuscino del divano al petto, lo strinse forte e pianse come mai le era capitato in tutta la sua vita. Si addormentò esausta a notte fonda.
Si svegliò presto. Teresa aveva a malapena dormito un paio di ore sul divano. Sentì il bisogno di fare colazione, la sera prima non aveva toccato cibo. Guardò fuori, mentre decideva tutto quello che avrebbe fatto nelle ore successive. Per prima cosa inviò un messaggio alla figlia, duro, senza giri di parole.
“Tuo padre è morto, si è suicidato. Fra poco sarò da te. Preparati, andiamo dalla polizia.”
La spunta di WhatsApp rimase ferma ad una sola tacca. Ovviamente a quell’ora sua figlia aveva il telefono spento.
Si fece una doccia, si vestì e uscì. Arrivò dalla figlia intorno alle 9:00. Suonò il citofono con insistenza, ma non ebbe risposta. Un inquilino uscì dal condominio e ne approfittò per entrare. Prese l’ascensore per l’attico. Suonò senza tregua, inveendo contro la figlia e urlandole di aprire.
“Giada, apri!”
Si mise a battere con i pugni, fin quando non le fu aperto.
“Tuo padre è morto. Si è ucciso” le urlò contro.
A quelle parole seguì un gesto che Giada non si sarebbe certo aspettato. La madre le assestò uno schiaffo così forte che perse l’equilibrio e cadde per terra.
“Questo è solo uno dei tanti schiaffi che avremmo dovuto darti, quando decidesti di iscriverti a quella specie di accademia dove insegnano a prendere due cazzi nel culo e chissà cos’altro.”
Giada sbarrò gli occhi. Rimase ammutolita come in trance.
“E adesso vestiti, andiamo dalla polizia e racconterai tutto quello che ti costringono a fare. Pensi che non lo sappia che ti drogano per fare la zoccola? E non ti azzardare a venirtene fuori con la cazzata della maggiore età e che sei liberamente consenziente.”
“Sbrigati!” tuonò ancora Teresa.
Arrivarono alla questura della Polizia in via Fatebenefratelli. Teresa aveva avvisato il commissario De Marchi, che le attese nel suo ufficio.
“Dottor De Marchi, mia figlia ha qualcosa da dirle” disse Teresa con tono severo.
Giada raccontò tutto tra pianti e singhiozzi. Emerse che in questa specie di accademia, la LACA appunto, veniva fortemente consigliato di aiutarsi con qualche sostanza non lecita, per poter girare scene estremamente brutali. Lo stesso titolare della scuola le aveva anche fornito il contatto dello spacciatore che le avrebbe procurato il tranquillante che, diceva, serviva per calmarsi nella fase post riprese.
Il commissario De Marchi non riuscì a nascondere nell’espressione del viso tutto il suo disgusto. Sicuramente si poteva procedere per induzione all’utilizzo di sostanze illegali.
Da lì a qualche giorno partirono le indagini. La polizia, con a capo lo stesso De Marchi si presentò alla LACA con un mandato di perquisizione. Furono trovati medicinali proibiti e già questo fu sufficiente per chiudere temporaneamente quella specie di scuola.
La testimonianza di Giada fu fondamentale. Le sue accuse furono ritenute fondanti per procedere all’arresto del titolare. La notizia della LACA fece una grande eco nella città. Il sindaco stesso si adoperò perché venisse chiusa definitivamente. Milano non doveva avere niente a che fare con realtà di quel tipo.
Passarono tre mesi. Dalle indagini sul computer dell’ufficio di Giovanni Mauri era emerso che aveva visto uno dei filmati della figlia. Non aveva retto alla visione di quelle scene raccapriccianti e così brutali. Il cervello gli era saltato e aveva deciso per il gesto estremo del suicidio.
****
Era una bella mattina di inizio maggio. Teresa e sua figlia varcarono il cancello del cimitero. Era la prima volta per Giada dopo il giorno del funerale.
Con mano tremante posò un fiore sulla tomba del padre. Le gambe iniziarono a cedere, schiacciate dal fardello che portava dal giorno della sua morte. Si chinò sulla tomba.
“Papà, perdonami, perdonami” ripeteva disperata senza fermarsi tra singhiozzi e un pianto che non si placava. La madre la sorresse. Abbracciò sua figlia, la sua piccola Giada. La strinse forte. A lungo. Dopo tanto tempo.
“Sarà un percorso lungo, ma ti sarò vicina. Ce la faremo” le disse mentre copiose lacrime le rigavano il viso.
Serie: Barely 18
- Episodio 1: Un padre, una figlia
- Episodio 2: Una madre
Ringrazio tutti per aver letto e per i preziosi consigli, sempre ben accetti.
Mi scuso per per gli errori, che andrebbero evitati, soprattutto quelli più ovvi per chi scrive anche se a livello molto amatoriale. Purtroppo non riesco a modificare il testo.
Grazie ancora.
Il primo episodio ha un impatto emotivo forte, nel secondo hai tirato un po’ il freno. Mi spiego: il disagio del padre, che diventa dolore e poi disperazione, è ben esposto e coinvolgente; la scelta della figlia è ben descritta con poche righe ben azzeccate. La madre invece è più “trascurata”, le sue reazioni sono solo in quello schiaffo. Penso anche io che sarebbe servito un altro episodio tra i due.
Comunque è un buon lavoro, su un tema pungente, anzi due. Il punto di vista di un genitore sulla figlia che fa questo mestiere e la mercificazione del corpo.
Bravo.
La storia convince anche in questa seconda parte. Ho notato anch’io piccole cose che andrebbero riviste nella forma. Avrei anche diluito la storia in più episodi, considerando il lasso di tempo che intercorrere dal suicidio dell’uomo alla scena nel cimitero; però, nell’insieme, è una narrazione scorrevole, realistica e toccante.
ciao, mi sono permessa di segnalarti qualche imperfezione, buon proseguimento.