Una media, mastro serpInte

Serie: Racconti da quarantena - prima parte


La magica isola verde, si sa, è da sempre intrisa di storia e magia, racconti incantati e leggende; narrazioni antiche giunte fino a noi grazie al tramandarsi orale di vecchie generazioni di avi. Fin dai tempi dei celti, uomini saggi ed in perfetta armonia con la natura ed il mondo intero, le fiabe irlandesi sono ricche di cultura, fascino ed incantesimi.

La magia e la cultura, la storia e la spiritualità, si uniscono in trame intrecciate eccezionalmente costruite dall’uomo e dal divino.

Ci sono racconti sulle montagne, disseminate ad anello lungo le coste alte e rocciose, che racchiudono le vaste colline nel centro dell’isola smeraldo; ci sono storie sui fiumi, ramificati su tutto il territorio e desiderosi di raggiungere l’oceano in ogni direzione; altri miti riguardano le coste, le baie e l’oceano, ricco di acqua fresca, salata, di un colore intenso, blu oltremare.

E proprio nella baia di Galway, su un isolotto emerso e paludoso, vive ancora oggi un serpente. Lo so, si dice che San Patrizio li scacciò tutti facendo cadere dalla montagna sacra una campana, dopo quaranta giorni di isolamento, e respingendo i rettili, simbolo del male e del pericolo, nell’oceano. Ma quale sterminio, seppur validato da pensieri buoni e buoni propositi, sarebbe ancora oggi supportato se fosse totale? Cancellare dalla faccia della terra un intero popolo, seppur velenoso, può essere accettato o verrebbe considerato peccato?

Così, quella che vi narriamo, è solo una piccola possibile altra via, soluzione positiva ad un conflitto antico. E così, su quell’isolotto, vive ancora un serpente. Non sfuggito, ma risparmiato dalla triste fine dei suoi compagni.

Ebbene, quel serpente negli anni ha dovuto imparare molto. Ha compreso gli errori del suo popolo, ha scoperto le virtù che gli erano rimaste, ha lavorato sodo per raggiungere i suoi obiettivi, coltivando sempre il rispetto per gli altri, per la natura, e per la cultura.

Ha studiato, in lungo e in largo, ed è arrivato dopo tanto tempo a gestire un pub.

Tipico locale irlandese, con sedie e tavolini in legno scuro, luci soffuse e bancone luminoso , ricco di birre alla spina e whiskey.

Il piccolo rettile, grazie alla sua attività, si era guadagnato l’appellativo di serpinte.

E non solo perché beveva molto, rispetto agli altri avventori del locale, considerata la sua corporatura e il ruolo che ricopriva, ma perché aveva sviluppato una profonda cultura verso il prodotto che serviva.

La birra, per lui e per la nazione che ormai considerava sua, era molto di più di una tradizione. Non era un mero fatto produttivo, di PIL o ricchezza, di export mondiale o consuetudine locale: era cultura.

A partire dalla scelta di ingredienti genuini, come le persone che coltivano i campi, per proseguire nei birrifici dove le competenze diventano lavoro, e la tecnica è al servizio della passione. E infine nel servire ad un cliente qualunque una bevanda ricca di storia, cultura ed emozioni.

E la cosa straordinaria di quel piccolo rettile, è che nonostante in tempi antichi si sia consumata una tragedia per la sua specie, vittoria netta della nostra, conserva dentro di sé ognuna di queste virtù: la semplicità, la passione, il servizio agli altri.

È quasi l’ora della nanna, e serpinte finisce di sorseggiare la sua bevanda. La sua ricchezza.

Un ultimo sguardo verso la volta celeste, e una notte carica di sogni.

Siamo fatti della stessa sostanza
di cui sono fatti i (nostri) sogni.

Serie: Racconti da quarantena - prima parte


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Fiabe e Favole

Discussioni

  1. “La birra, per lui e per la nazione che ormai considerava sua, era molto di più di una tradizione. Non era un mero fatto produttivo, di PIL o ricchezza, di export mondiale o consuetudine locale: era cultura.”
    ?

  2. “Ma quale sterminio, seppur validato da pensieri buoni e buoni propositi, sarebbe ancora oggi supportato se fosse totale? Cancellare dalla faccia della terra un intero popolo, seppur velenoso, può essere accettato o verrebbe considerato peccato?”
    ? Una questione, purtroppo, che pochi si pongono